Usura psicofisica dei docenti: il ruolo dei dirigenti

Maltrattamenti a scuola: un nuovo spiraglio dal Procuratore Capo d’Isernia?

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Gli episodi di “presunti maltrattamenti” a scuola sono quasi quotidiani ma non riusciamo ad assuefarci perché riguardano bimbi piccoli e indifesi. Ci fanno talvolta perdere l’obiettività necessaria ad analizzare un fenomeno in prepotente crescita che, per fortuna, non ha fatto ancora registrare fatti gravi (come quelli che avvengono dentro alle mura domestiche) limitandosi a scappellotti, strattonamenti, schiaffi etc. Ma l’indignazione, esprimendosi in gogna mediatica, processi pubblici sommari e insulti alle maestre inquisite, non arriva a proporre soluzioni di sorta se non proposte demagogiche quali l’installazione di telecamere (che ricordiamo essere una prevenzione secondaria e non primaria) e l’inasprimento delle pene come deterrente. Dunque occorre l’analisi che nessuno sembra voler fare. Il MIUR? Silenzio assoluto. Il Ministero di Grazia e Giustizia (MGG)? Nonostante le centinaia di processi incardinati, nemmeno una riflessione sul fenomeno nel suo complesso. Un tavolo interministeriale MIUR-MGG? Inimmaginabile. Una proposta di riflessione sulla questione da parte delle parti sociali? Solo timidi cenni da parte di Anief e Gilda e silenzio assoluto dai sindacati più rappresentativi. In compenso vi è la politica, che si riempie la bocca di telecamere (dannose, dispendiose e inutili) per le quali non vi sono nemmeno i soldi. Avendo avuto prima cura di mescolare tutto in un unico calderone quasi fossero la stessa cosa: il pubblico col privato, gli asili con i reparti di lungodegenza, le residenze per anziani con i nidi e via discorrendo. Insomma una grande insalata russa che continua a montare col solo risultato di vedere le Forze dell’Ordine a spiare maestre e sperperare ingenti risorse pubbliche in attività d’indagine quanto meno dai metodi discutibili (vedi precedenti articoli) col conseguente intasamento dei tribunali.

Dopo questa sconsolata ma necessaria premessa cerchiamo di vedere se ci può essere qualche segnale di inversione di rotta. Questo per fortuna ci viene dalle parole del Procuratore Capo d’Isernia Carlo Fucci che, in conferenza stampa, ha presentato l’ultimo caso in ordine di tempo di “presunti maltrattamenti” a Venafro (IS), cercando di darsi una spiegazione del fenomeno anziché lasciarsi alla facile condanna degli episodi e delle insegnanti. Vediamo le affermazioni rilasciate all’ANSA in conferenza stampa venerdì 18 gennaio commentandole attentamente una ad una.

CF: “Il rapporto con i bambini di quell’età richiede una preparazione che non può essere affidata soltanto alla capacità della ‘buona madre di famiglia’, serve altro e questo è ormai un dato certo. Riqualificazione del personale e piani di decompressione, perché il rapporto con i bambini può creare problemi alle insegnanti. È comprensibile che, occuparsi ogni giorno di venti bambini con esigenze diverse, può creare momenti di ‘sfasamento’ dell’insegnante”.

Riflessione: il procuratore capo non punta subito il dito sul misfatto ma va alla ricerca delle cause. Pur non essendo uomo di scuola né tantomeno buona madre di famiglia, afferma senza alcuna titubanza che il rapporto con tanti bambini prescolari (fino a 29 dice la legge) necessita di professionalità qualificata e decompressione perché soggetto a “sfasamento” (noi lo chiamiamo burnout).

CF: “Forse servono più maestre, occorre prevedere interruzioni nel rapporto: ma questo rientra nelle competenze della pubblica istruzione.”

Riflessione: Fucci poi si avventura nello spinoso terreno delle proposte. Forse occorrono più maestre, un minore numero di alunni per insegnante, pause di lavoro… ma tutto ciò rientra nelle competenze del MIUR e il procuratore capo capisce di aver già detto troppo, magari sconfinando in un terreno che non gli è proprio.

CF: “Si può anche parlare di telecamere, che naturalmente necessita di un intervento normativo, ma è necessaria una maggiore prevenzione. Quando interveniamo lo facciamo su un dato patologico, quindi c’è repressione che al contempo ha una finalità preventiva. Un fenomeno che non può essere eliminato a livello generale, ma può essere ridotto di molto”.

Riflessione: La questione delle telecamere viene rimandata correttamente da Fucci al dibattito parlamentare che ha luogo in questi giorni, senza però dimenticare che possono rappresentare un aiuto ma non certamente la soluzione. Le videoregistrazioni altro non sono – ricorda il Procuratore Capo d’Isernia – uno strumento di prevenzione secondaria e al massimo un deterrente.

CF: “I presunti maltrattamenti a scuola sono una questione che va affrontata, probabilmente, a livello nazionale”.

Riflessione: È questa l’affermazione che, seppur più corta, ci offre maggiore speranza. Sembra un’affermazione banale ma non lo è affatto. Oltre 200 casi di presunti maltrattamenti dal Piemonte alla Sicilia, dal Veneto al Molise, dalle Marche alla Calabria, passando attraverso tutte le altre Regioni fino a Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. È veramente un problema nazionale. Ma in realtà il problema è doppio, se non addirittura triplo. Riguarda infatti la tutela dell’incolumità degli alunni, quindi i metodi d’indagine adottati per le inchieste, infine la proposta risolutiva vera e propria che MIUR e MGG sono chiamati a condividere uscendo dal loro torpore. Se l’intervento di Fucci è il benvenuto, non ci si dimentichi delle centinaia di processi che hanno evidenziato incontestabili problemi nei metodi d’indagine adottati dall’Autorità Giudiziaria nella scuola: inquirenti non addetti ai lavori che nulla sanno di insegnamento, educazione e sostegno, decontestualizzazione delle immagini, estrapolazioni di trailer selezionati ad arte, drammatizzazione delle trascrizioni, autorizzazione alle videoregistrazioni ad libitum per centinaia di ore (pesca a strascico), atti di contenimento di disabili interpretati per violenze e via discorrendo. Ne danno atto documenti processuali in ogni luogo dove il confronto serrato tra giudici nei tribunali dimostrano quanto inadatti sono nella scuola i metodi usati per perseguire la criminalità. A parlare chiaro in proposito è il principio di diritto della Suprema Corte che recita: “In tema di maltrattamenti il giudice non è chiamato a valutare i singoli episodi in modo parcellizzato ed avulso dal contesto, ma deve valutare se le condotte nel loro insieme realizzino un metodo educativo fondato sulla intimidazione e la violenza… attuata consapevolmente anche per finalità educative astrattamente accettabili” (Cass. Sez. 6 n. 8314 del 25.06.96). È però altrettanto assurdo pretendere che un magistrato veda tutte le centinaia d’ore di videoregistrazione effettuate: quanto costerebbe all’erario dello Stato e quanto ulteriormente si ingolferebbe il nostro sistema giudiziario? Ma in qualche modo la cosa va risolta. Come possiamo dar torto al seguente Tribunale del Riesame che, visionati i filmati di un presunto maltrattamento, sospende sapientemente l’interdizione dall’insegnamento di una maestra perché ritiene che:

  • i singoli episodi non possono essere “smembrati” per ricavare dall’esame di ciascuno di essi la sufficiente gravità indiziaria;
  • gli episodi acquistano una diversa valenza se avulsi dal contesto di un’intera giornata di lezione della durata di 5 ore in un contesto quotidiano e mensile
  • le condotte della maestra, lungi dall’integrare il ricorso a sistematiche pratiche di maltrattamento, possono invece ricondursi allo svolgimento dell’attività di docenza
  • l’esame integrale dei filmati induce altresì ad escludere il fumus del reato di abbandono di minori contestato alla maestra
  • Laddove il tono di voce della maestra risulta innegabilmente alterato, va considerata l’episodicità (pochissimi i file audiovideo incriminati rispetto ai quasi 1.000 prodotti)
  • l’esame del materiale non consente di ritenere che la condotta della maestra integri la soglia del penalmente rilevante, connotandosi al più come espressione di discutibili metodi didattici che esauriscono la loro censurabilità in ambito disciplinare.

Conclusione. Un problema spinoso per la scuola (la categoria delle maestre), le famiglie (i bimbi), le istituzioni (MIUR e MGG coi tempi infiniti e i costi) e la politica. Ma la soluzione c’è e non sono né le telecamere, né le Forze dell’Ordine e si chiama “dirigente scolastico”. Smettiamo di sparare alla mosca col cannone e ripensiamo a come funzionavano bene le cose solo cinque anni fa. Non basterebbe semplicemente ripristinarle ricordando che tocca al dirigente scolastico, in quanto datore di lavoro, tutelare l’incolumità dell’utenza e la salute dei lavoratori? Non è in fondo questo il messaggio che ci ha lasciato Fucci? Non smetterò mai di affermare che la scuola è ambiente sicuro e che la miglior tutela dell’incolumità degli alunni passa inevitabilmente attraverso la salute degli insegnanti.

IL BAMBINO TIRANNO

Il bambino tiranno

Da LEGGERE ASSOLUTAMENTE. D’Avenia ci ricorda che il bimbo non è un “idolo” ma un “selvaggio da educare”. Dovrebbero leggerlo tutti: genitori, insegnanti e… giudici. Aggiungo un solo fatto inconfutabile: le maestre hanno da educare fino a 29 “selvaggi” contemporaneamente a loro volta frutto di “educazioni o diseducazioni” tra loro diversissime.Una MISSION IMPOSSIBLE!  (Vittorio Lodolo)

Lunedì 13 maggio 2019 di Alessandro D’Aveniashadow7

«Il bambino Giorgio, benché giudicato in famiglia un prodigio di bellezza fisica, bontà e intelligenza, era temuto. C’erano il padre, la madre, il nonno e la nonna, le cameriere, e tutti vivevano sotto l’incubo dei suoi capricci, ma nessuno avrebbe osato confessarlo, anzi era una continua gara a proclamare che un bambino caro, affettuoso, docile come lui non esisteva al mondo. Ciascuno voleva primeggiare in questa sfrenata adorazione. E tremava al pensiero di poter involontariamente provocare il pianto del bambino». Così comincia un racconto di Buzzati del 1954, nel quale narra le tragiche conseguenze dell’incapacità di esercitare l’autorità da parte di adulti che, inseguendo il consenso del loro bambino, finiscono per adorarlo e quindi rovinarlo. Le pagine di Buzzati mi sono tornate in mente il 2 maggio, quando la Camera, approvando la legge che introduce un’ora di educazione civica alle elementari e alle medie, contestualmente abrogava la misura che prevedeva mezzi disciplinari come: la nota sul registro con comunicazione scritta ai genitori, la sospensione, l’esclusione dagli esami o l’espulsione. Un cortocircuito tipico del nostro tempo: potenziare un’educazione civica astratta ma depotenziare l’autorità in atto, come se il suo esercizio, chiaramente non riducibile a quelle sanzioni, significhi fare violenza.

L’adorazione contemporanea del bambino, funzionale alla soddisfazione dell’adulto e che infatti ha come contropartita violenza e sfruttamento, fa dimenticare che il piccolo non è un «idolo» ma un «selvaggio» la cui umanità va educata: ciò che è umano nell’uomo non fiorisce spontaneamente, ma è il risultato di quanto assorbito nell’infanzia e nell’adolescenza, tappe preposte allo scopo di diventare responsabili di sé e del mondo. Il bambino non educato resta un egoista in balia delle sue pulsioni, iracondo e manipolatore come il piccolo tiranno buzzatiano: «Paurose di per sé erano le ire di Giorgio. Con l’astuzia propria di questo tipo di bambini, egli misurava bene l’effetto delle varie rappresaglie. Per le piccole contrarietà si metteva semplicemente a piangere, con dei singulti che sembrava gli dovessero schiantare il petto. Nei casi più importanti, quando l’azione doveva prolungarsi fino all’esaudimento del desiderio contrastato, metteva il muso e allora non parlava, non giocava, si rifiutava di mangiare: ciò che in meno di una giornata portava la famiglia alla costernazione. Nelle circostanze ancor più gravi le tattiche erano due: o simulava di essere assalito da misteriosi dolori alle ossa; oppure, e forse era il peggio, si metteva a urlare: dalla sua gola usciva un grido estremamente acuto, quale noi adulti non sapremmo riprodurre, e che perforava il cranio. In pratica non era possibile resistere. Giorgio aveva ben presto partita vinta, con la doppia voluttà di venire soddisfatto e di vedere i grandi litigare, l’uno rinfacciando all’altro di aver fatto esasperare l’innocente».


La crisi dell’autorità è propria del XX secolo: il ‘68 ne è stato un formidabile acceleratore, ma la crisi ha radici più profonde, come Hannah Arendt aveva già spiegato nel 1961 in Tra passato e futuro (in particolare nei capitoli «La crisi dell’istruzione» e «Che cos’è l’autorità»), dove spiega che, in una cultura in cui la tradizione (ciò che del passato vince l’usura del tempo perché è vero) è disattivata e quindi non viene trasmessa, gli educatori non hanno «un mondo» in cui introdurre i giovani: «Che gli adulti abbiano voluto disfarsi dell’autorità significa che rifiutano di assumersi la responsabilità del mondo in cui hanno introdotto i figli. Quasi che ogni giorno i genitori dicessero: “In questo mondo anche noi non ci sentiamo a casa nostra: anche per noi è un mistero come ci si debba muovere, che cosa si debba sapere, quali talenti possedere. Dovete cercare di arrangiarvi alla meglio, non siete autorizzati a chiederci conto di nulla. Siamo innocenti, ci laviamo le mani di voi”». Senza un mondo vero da proporre gli adulti vivono il loro ruolo educativo come colpa (violenza) e cercano nel figlio il perdono, ma il bambino «adorato» e «des-autorato», dovendosi autorizzare «da zero» e «da solo», diventa un divino tiranno.

Gli educatori non si sentono più titolati a porre limiti, divieti, doveri, eppure proprio i momenti di opposizione (soprattutto per il bambino di due anni e per l’adolescente), che destabilizzano il genitore, servono per costruire l’autonomia: bambino e adolescente vogliono sapere su cosa fondarsi e così mettono alla prova la solidità del terreno che gli si offre. Compito dei genitori è trovare in sé le ragioni e la credibilità per resistere e accettare la frustrazione della perdita del consenso filiale. La lacuna educativa è alla base dell’aumento di depressioni e dipendenze dei ragazzi: senza la «dipendenza buona» dall’autorità si generano dipendenze surrogate, perché l’uomo non è un essere «assoluto», ma «relativo», cioè bisognoso di relazioni significative. Un esempio è la mancanza di riflessione sull’uso del cellulare, sul quale consiglio l’intelligente, documentato e veloce libro di Stefania Garassini, Smartphone: 10 ragioni per non regalarlo alla prima comunione e magari neanche alla cresima. I genitori che mi dicono «lo hanno tutti, si sentirebbe escluso», mi confermano che il problema è prima di tutto di chi non ha le ragioni per dire «no» e sostenere il conflitto che nasce da un bene più grande, che un 9-10enne non percepisce.

La crisi dell’autorità viene dalla sua confusione con il potere, come mostra l’eliminazione delle sanzioni. Bambini e adolescenti, se non interiorizzano limiti, divieti e doveri, quando è il momento, rimangono infantili e diventano tiranni. L’autorità è invece naturale, si giustifica da sé, dal fatto che io vengo prima di te: il bambino non è un partner dell’educazione, non è un contratto alla pari. Nell’educazione, scrive Arendt: «si decide se amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balia di se stessi». Ma qual è il nostro mondo? Negli anni Settanta i passeggini cambiarono orientamento: il bambino non guardava più il genitore, ma l’esterno: il genitore non faceva più da interprete del mondo dall’alto in basso, ma da accompagnatore. All’obbedisci e poi capirai si sostituì il mettiamoci d’accordo. In questo c’è sì un guadagno: la necessità di dare un senso, che non sia il mero «si è sempre fatto così», a ciò che si pretende, ma spesso, poiché non si sa quale sia questo senso, si lascia decidere il bambino o l’adolescente, gettandolo nello sconforto dell’onnipotenza. Tanti giovani non diventano adulti perché nessuno li ha educati al fatto che non sono padroni assoluti e incontrastati: l’autonomia, infatti, non nasce dall’ignorare limiti e doveri, ma dall’averli sperimentati, interiorizzati e attraversati. Sono i «no» dei miei genitori ad avermi reso forte e più sicuro nelle mie scelte.

Il bambino, dice Arendt, deve essere sì protetto dalle facoltà distruttive del mondo «ma anche il mondo deve essere protetto per non essere devastato dall’ondata di novità che esplode con ogni nuova generazione». Perché? Perché un’educazione senza autorità non «autorizza» il desiderio, senza limite o divieto il desiderio non si costruisce: a che serve crescere, se posso avere tutto e subito e se non esiste qualcosa da raggiungere più tardi? Il desiderio non educato dal gioco di autorizzazione e divieto diventa distruttivo: il soggetto non sa a cosa ancorarsi per fronteggiare la resistenza della vita, non può costruire obiettivi, cioè non ha futuro, si blocca e, per poter vivere, o regredisce o diventa violento. Invece l’autorità è legittimata proprio dal fatto che io sono prima di te, posso garantirti che un giorno anche tu sarai «autore» delle tue azioni. Per fare questo l’educatore è chiamato ad amare veramente, cioè trovare il coraggio di perdere il consenso di chi gli è affidato pur di proteggerlo: sta amando l’uomo/donna che quel bambino/a diventerà, perché l’infanzia non è la pienezza della condizione umana, ma la sua preparazione. Potrà farlo solo se non dipende lui dall’affetto del bambino, reso oggetto della propria soddisfazione anziché soggetto libero, e quindi capace di opposizione, come nel tragico ribaltamento del racconto di Buzzati, in cui è il bambino ad avere autorità sugli adulti: «“L’ho detto, io” fece la mamma; “l’ho sempre detto che è un angelo! Ecco che Giorgio ha perdonato al nonno! Guardatelo, che stella!”. Ma il bimbo li esaminò ancora ad uno ad uno; il padre, la mamma, il nonno, la nonna, le due cameriere. “E guardatelo che stella… e guardatelo che stella!…” canterellò, facendo il verso. Poi si mise freneticamente a ridere. Rideva da spaccarsi. “E guardatelo che stella!” ripeté beffardo, uscendo dalla stanza. Terrificati, i grandi tacquero».

Il letto da rifare oggi è quello del coraggio di educare: fate un elenco di «no» che non riuscite a giustificare e per i quali resistere. Chiedetevi perché questi «no» sono buoni per voi e quindi per l’uomo o la donna che vostro figlio/a diventerà. Il vero amore attraversa la negatività e sa darne ragione ai figli, perché la libertà è frutto di conquista. E il nostro compito di educatori è renderli liberi, non schiavi del loro o – peggio ancora – del nostro desiderio.13 maggio 2019 (modifica il 13 maggio 2019 | 10:31)© RIPRODUZIONE RISERVATA

Insegnante aggredita, scuola chiede di ritirare denuncia. Dirigente offende in pubblico docenti. Tre casi “stravaganti”

I tre casi che seguono, modificati per non renderli riconducibili ai loro autori, sono affatto diversi tra loro ma altrettanto interessanti. Il primo narra dell’aggressione a una docente all’interno della scuola.

Il secondo tratta della vicenda di una docente inidonea all’insegnamento che vorrebbe tornare a insegnare a 53 anni. L’ultimo presenta una dettagliata lista di gravi lamentele di una docente nei confronti della sua DS. Per ciascuna di queste storie verranno espresse delle considerazioni utili ad affrontare simili circostanze.

Domanda. Gentile dottore, sono una professoressa che insegna alle “medie”. Il nostro lavoro, anzi la nostra “missione”, ci mette spesso di fronte a scelte difficili, decisioni tormentate. Siamo tutti bravi con le parole, (o quasi), ma non sempre si trova il coraggio e la forza di passare alla concretezza dei fatti, non sempre si trova il coraggio e la DIGNITÀ di dire BASTA!

È passato un anno da quando una mia collega, fu offesa e picchiata da una mamma durante un incontro scuola-famiglia. Offesa moralmente e fisicamente solo perché, in quanto insegnante di sostegno, doveva occuparsi soltanto del “suo alunno” e non redarguire il comportamento gravemente maleducato della figlia. Intervennero i carabinieri (allertati da noi docenti), la collega fu accompagnata presso il più vicino presidio ospedaliero (da noi docenti), la collega sporse denuncia. La scuola mantenne prima una posizione defilata, successivamente suggerì alla collega di ritirare la denuncia onde evitare problemi futuri. La collega è rimasta sola, sola con la sua dignità calpestata! In quel momento però la sua dignità ferita era anche la mia, quella di tutti gli insegnanti, della Scuola. Io mi chiedo: come può la Scuola insegnare ai nostri ragazzi i valori della legalità, e della giustizia quando essa stessa sceglie il “quieto vivere”? Come può permettere ai genitori di insultare e picchiare i suoi docenti fin dentro le aule? Questa volta però è andata diversamente:

la collega vuole riprendersi la sua DIGNITÀ, la mia, quella degli insegnanti e della scuola.

La collega si è costituita in giudizio come persona offesa, ma offesi lo siamo tutti. La collega è stata lasciata sola, sola fisicamente, moralmente, economicamente, ma la sua lotta, sarà anche la mia di tutti gli insegnanti.

Risposta. Immagino già che molti lettori si “irrigidiranno” di fronte al termine “missione” evocato dalla collega, tuttavia lo sdegno e la rabbia per l’aggressione subita dalla professoressa sono più che legittimi. Manifestarle solidarietà e vicinanza è pertanto opportuno e condivisibile, soprattutto di fronte al disimpegno istituzionale scolastico. In più occasioni ho sconsigliato risoluzioni a tarallucci e vino coi genitori prepotenti e maneschi. Tuttavia, l’insegnante può trovarsi da solo dovendo pagare avvocati che l’assistano nell’iter legale. Proprio per questo credo che oggi sia indispensabile avere la copertura di una polizza assicurativa ad hoc come quella proposta da: nsegnanteprotetto.com

Domanda. Gentile dottore, 

sono una maestra elementare. Le scrissi qualche anno fa. Ora sono da qualche anno permanentemente inidonea all’insegnamento. Sono preoccupata perché il preside della scuola mi ha chiamata per dire che sarò convocata a visita medica collegiale a breve nel capoluogo di Regione. Ho letto di andarci preparata con certificati recenti e di struttura pubblica. Vado periodicamente dal medico psichiatra del CPS ogni 2 mesi ed ho pensato di farmi rilasciare breve relazione. Vorrei tornare ad insegnare perché starne fuori in questi anni è stato durissimo.

Mi può consigliare come fare? Ho 53 anni dei quali 30 nella scuola. Inoltre, essere considerata la malata della scuola non aiuta. Ho cercato di fare tanti cartelloni sulla salute per le maestre ed ho riorganizzato la biblioteca. La ringrazio per i consigli che vorrà darmi.

Risposta. Non è chiaro perché la docente, giudicata “permanentemente inidonea all’insegnamento”, debba essere richiamata in CMV. L’unica possibilità è che il DS abbia richiesto un nuovo Accertamento Medico d’Ufficio (AMU) in CMV per un eventuale aggravamento o per le continue insistenze della docente per voler tornare in cattedra nonostante i suoi 53 anni. Riconosco che spesso è vero, come dice la maestra, che capita di essere chiamati “pazzi o malati” da altri colleghi, ma è altresì vero che tornare a insegnare può essere devastante: nel giro di pochi mesi ho visto sclerare docenti che tornavano dalla biblioteca. Certamente possono esistere anche le eccezioni, ma tali restano.

Domanda. Gentile dottore, faccio seguito alle numerose lettere elencando qui di seguito i comportamenti della DS nei confronti del corpo docente e miei in particolare.

  • Ho sempre avuto un diniego alla richiesta di insegnare inglese
  • Sono sempre stata accusata di assentarmi troppo (l’anno scorso era per infortunio sul lavoro dato che in gita, sono caduta e sono stata operata al braccio)
  • Le attenzioni della DS erano sempre rivolte a commentare il mio profumo, il modo di vestire
  • Sul mio operato e sul mio lavoro ha ammesso sempre che sono una brava insegnante
  • La DS telefona spesso ai rappresentanti di classe o ai genitori per avere informazioni
  • Le sue convocazioni non sono mai per iscritto ma a voce, tuttavia mi è stato detto di richiedere sempre per iscritto eventuali incontri con lei.
  • Attacca colleghe che ho visto spesso piangere davanti a tutti, nella sua totale indifferenza
  • Fa dispetti e ricatta sempre iniziando con la frase: “Mi hanno detto che…”
  • Si informa sulla vita intima e privata di tutti i docenti
  • Al Collegio parla solo lei per ore e nessuno apre la bocca.
  • L’RSU è scelta da lei e fa tutto ciò che le dice di fare: non abbiamo un punto di riferimento
  • La precedente RSU si è dimessa, come confermato dal sindacato, si è dovuta assentare e prende psicofarmaci
  • Alcune colleghe mi hanno, anche in segreteria, per il mio modo di fare (diretto), definita spesso “pazza”
  • I miei alunni mi adorano: abbracci, sorrisi, risate, prove di affetto, attività coinvolgenti
  • La DS ci obbliga ad accettare progetti con ricatti e minacce, chiamando al cellulare anche all’una di notte
  • Alza la voce e urla anche in presenza di terzi e di minori
  • Ci ha intimato di non riferire e insabbiare casi di alunni che hanno problematiche di disagio familiare importante (due mesi fa, una bimba aveva il viso e l’occhio tumefatto, il padre gli ha tirato un pugno,), allora l’abbiamo chiamata ma lei ha detto che sono cose che riguardano la famiglia, che qualche schiaffo fa solo bene. E se incolpano noi?

Resto in attesa dei suoi commenti e la ringrazio.

  • Risposta. L’elenco è piuttosto lungo, dettagliato e ricco di amenità. Sarà tutto vero? Un punto dell’elenco instilla qualche dubbio (“Alcune colleghe mi hanno, anche in segreteria, per il mio modo di fare diretto, definita spesso pazza”), ma è certo che qualcosa (anzi qualcuno) non va. Se la “stravagante” fosse la docente, sarebbe indispensabile che il dirigente le richiedesse l’AMU in CMV. Se, al contrario, fosse strano il DS, più docenti, se non tutti, potrebbero richiedere con una lettera all’USR di sottoporre il Capo d’Istituto ad AMU. Ma per evitare fraintendimenti è bene ricordare quello che vado dicendo da sempre: l’Accertamento Medico, sia esso d’Ufficio che a richiesta del lavoratore, è sempre e solo strumento di tutela della salute della persona, a prescindere dal fatto che uno sia docente e l’altro dirigente.

Processi per Presunti Maltrattamenti a Scuola: 32 maestre indagate, sentenze e risarcimenti. Difesa in difficoltà

Nel 2019 siamo già arrivati a 18 indagini per Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) per un totale di 32 maestre indagate.

Stanno inoltre arrivando alla spicciolata le sentenze di primo grado: assoluzioni col contagocce, poche condanne con pene ridotte e numerose sentenze esemplari che, in certi casi, arrivano a superare persino i 4 anni di reclusione. Infine, condanne a risarcimenti da capogiro a favore delle famiglie costituitesi parte civile (anche oltre i 160.000 euro).

Da una prima impressione sembra che gli avvocati difensori siano in difficoltà di fronte a una pubblica accusa forte anche del plauso dell’Opinione Pubblica perché “i bambini non si toccano e le streghe vanno messe al rogo”. Eppure, occorre una riflessione più approfondita per ricercare i motivi di una simile débâcle che presenta verosimilmente ulteriori cause come quelle di seguito enunciate:

  • anche gli avvocati, alla stregua degli inquirenti, non hanno familiarità col “pianeta scuola” e rientrano tra i cosiddetti “non addetti ai lavori”. Chiamati a trattare di educazione, insegnamento e pedagogia hanno prevedibili difficoltà. Per meglio comprendere il professionista-cliente che si trovano ad assistere, è bene che leggano innanzitutto le competenze necessarie per divenire insegnanti enunciate dall’art. 27del CCNL del Comparto Scuola;
  • la stessa dimensione organizzativo-gestionale della scuola è a loro sconosciuta, prova ne sia il non chiamare praticamente mai in causa il dirigente scolastico (DS) il cui compito di tutelare tempestivamente l’incolumità degli alunni rappresenta invero la principale incombenza medico-legale, molto prima che debba eventualmente intervenire l’Autorità Giudiziaria (AG). Il DS ha inoltre un altro compito fondamentale quale quello di tutelare la salute dei docenti. Tale incombenza è oltremodo importante per l’elevata usura psicofisica delle helping profession di cui gli insegnanti rappresentano la più eloquente espressione. I PMS, laddove comprovati, possono pertanto essere, almeno in parte, dovuti allo Stress Lavoro Correlato di cui non è fatta la prevenzione di legge prevista dall’art.28 del DL 81/08. I dati disponibili sembrano confermare la circostanza poiché l’età media delle maestre a oggi indagate è di 56,4 anni con un’anzianità di servizio superiore ai 30;
  • i legali possiedono una visione a cannocchiale dei PMS che consente loro di focalizzarsi solo sul caso da loro difeso senza comprendere l’essenza di un fenomeno in crescita, a genesi multifattoriale, e verosimilmente legato anche alle recenti riforme previdenziali, all’anzianità di servizio e all’elevata età anagrafica di una professione riconosciuta da poco (maestre della Scuola dell’Infanzia) come gravosa e psicofisicamente usurante;
  • nonostante i punti precedenti gli avvocati sembrano restii ad avvalersi di Consulenze Tecniche di Parte (anche se in talune circostanze la via è stata loro preclusa dal giudice);
  • di fronte a una Pubblica Opinione ostile e una gogna mediatica impietosa, preferiscono adottare una strategia di riduzione del danno piuttosto che una vigorosa difesa della professionalità del proprio assistito;
  • la scelta del rito (patteggiamento, abbreviato, ordinario) è logicamente condizionato da budget limitati quali quelli di cui notoriamente dispongono gli insegnanti.

A fronte del fenomeno dei PMS, con le dinamiche che lo contraddistinguono e che abbiamo imparato a conoscere, gli avvocati che si trovano a difendere gli insegnanti possono ponderare alcuni passaggi fondamentali prima di scegliere la linea di difesa più idonea al caso in esame:

  • considerare attentamente i limiti dei metodi d’indagine adottati nella scuola dalla AG: pesca a strascico con telecamere nascoste senza limiti di tempo; inquirenti “non addetti ai lavori”; montaggio di trailer con videoclip estrapolate e dunque decontestualizzateselezione esclusivamente “avversa” (negativa) delle videoclip; drammatizzazione delle trascrizioni degli atti; concetto arbitrario ed empirico di “abitualità” riferito ai maltrattamenti agiti. A solo titolo d’esempio si consideri il fatto che solitamente la somma delle videoclip contestate ammonta allo 0,1-0,2% di tutta l’audiovideoregistrazione (spesso superiori alle centinaia di ore), mentre il restante 99,8% non è tenuto dagli inquirenti in minima considerazione ai fini della valutazione del comportamento professionale dell’insegnante indagato, né verrà mai verosimilmente visionato per intero dai giudici trattandosi di centinaia di ore di registrazione. Per ricorrere a un’analogia, si può affermare che, della vita professionale di una maestra, rappresentata da un fotoromanzo di 1.000 immagini, si scelgono solo i 2 scatti più squalificanti e da quelli si giudica l’operato professionale dell’insegnante, ignorando completamente le altre 998 foto. A parlare chiaro in proposito è il principio di diritto della Suprema Corte che recita: “In tema di maltrattamenti il giudice non è chiamato a valutare i singoli episodi in modo parcellizzato ed avulso dal contesto, ma deve valutare se le condotte nel loro insieme realizzino un metodo educativo fondato sulla intimidazione e la violenza… attuata consapevolmente anche per finalità educative astrattamente accettabili” (Cass. Sez. 6 n. 8314 del 25.06.96). Ma anche il Tribunale del Riesame di Quartu, trattando un caso di PMS del 2017 era stato altrettanto esplicito quando, dopo aver visionato integralmente i filmati, era giunto a sospendere i provvedimenti interdittivi, nei confronti della maestra, motivando il provvedimento nel seguente modo:

i singoli episodi non possono essere “smembrati” per ricavare dall’esame di ciascuno di essi la sufficiente gravità indiziaria;

gli episodi acquistano una diversa valenza se avulsi dal contesto di un’intera giornata di lezione della durata di 5 ore in un contesto quotidiano e mensile;

le condotte della maestra, lungi dall’integrare il ricorso a sistematiche pratiche di maltrattamento, possono invece ricondursi allo svolgimento dell’attività di docenza;

l’esame integrale dei filmati induce altresì ad escludere il fumus del reato di abbandono di minori contestato alla maestra;

laddove il tono di voce della maestra risulta innegabilmente alterato, va considerata l’episodicità (pochissimi i file audiovideo incriminati rispetto ai quasi 1.000 prodotti);

l’esame del materiale non consente di ritenere che la condotta della maestra integri la soglia del penalmente rilevante, connotandosi al più come espressione di discutibili metodi didattici che esauriscono la loro censurabilità in ambito disciplinare”;

  • sottolineare il paradosso educativo per il quale oggi il genitore chiede al bimbo prescolarizzato come si comporta la maestra, anziché l’inverso, come è stato da sempre;
  • non dare mai per scontate le affermazioni dei bimbi e dei genitori “de relato” e rammentare che turbe psichiche, lesioni fisiche (quali graffi, lividi, ecchimosi, abrasioni etc) possono essere prodotte nella piccola utenza non solo a scuola ma anche a casa, tra fratelli, amichetti, compagni o in altra circostanza;
  • fare sempre presente che il rapporto insegnante-alunno può arrivare a essere di 1:29 e necessita di interventi tempestivi che talvolta divengono obbligatoriamente spicci e risolutivi: la responsabilità “in vigilando” su tutti i piccoli utenti non si interrompe mai gravando sul docente ogni momento;
  • rammentare (a tutti) che rimproveri e richiami sono indispensabili per la crescita dei piccoli e soprattutto per i cosiddetti “bimbi onnipotenti” quando si comportano da “monelli”. Saper dire i “no” che aiutano a crescere (e non a mortificare) è compito specifico dell’insegnante che, come nessun altro, conosce i bambini e la loro storia familiare. Riaffermare che i rimproveri non sono comportamenti professionali facenti parte esclusiva di una “lista nera”, ma talvolta atteggiamenti professionali necessari, se non indispensabili, al momento opportuno;
  • considerare che l’insegnante ha il dovere di contemperare i tanti e diversi stili educativi (almeno quanti sono i ragazzi) esercitando un paziente e professionale lavoro di sintesi; rammentare inoltre che è l’ambiente familiare, di fatto, il luogo più pericoloso per il minore: stando alla cronaca, a scuola avvengono al più maltrattamenti, mentre i gravi fatti di sangue hanno sempre ed esclusivamente luogo tra le mura domestiche;
  • resistere alla tentazione di ricorrere alla presentazione di scuse ufficiali, alla stesura di lettere per fare ammenda, alle ammissioni di responsabilità o alle proposte di risarcimenti alle famiglie. Chi ha cercato di perseguire la via della “ riduzione del danno” ha finora ottenuto solo inasprimenti delle pene e “l’assalto alla diligenza” da genitori che si sono costituiti parte civile per ottenere tanto ingiustificati quanto allettanti risarcimenti;
  • avvalersi di consulenti di parte che sappiano valutare le circostanze senza dare per scontata e acquisita ogni affermazione dell’accusa priva di riscontro (“clima di terrore nell’aula” non comprovato; “reiterate e violente percosse” non certificate; “azioni intimidatorie” inesistenti etc).

Quando l’entusiasmo di insegnare lascia il posto all’ansia, fuggire è inutile: storia di Marta

Marta è un’insegnante di lungo corso, oramai vicina alla pensione. Tuttavia l’entusiasmo che l’ha accompagnata fin dall’inizio della professione docente si esaurisce, lasciando repentinamente spazio all’ansia.

Le povere strategie di adattamento utilizzate falliscono impietosamente fino a far prevalere l’atteggiamento della fuga prima e della depressione poi. L’isolamento sul posto di lavoro, l’ostilità del dirigente, l’indifferenza dei colleghi e l’aggressione di alcuni genitori precipitano la situazione nello sconforto più totale. Anche la vita familiare ne risente per due ragioni: per l’incomprensione del coniuge (verosimilmente schiacciato dai soliti stereotipi sugli insegnanti) e per l’attenzione di Marta ossessivamente focalizzata sul suo problema professionale. Quale può essere la via di scampo da una situazione apparentemente priva di soluzioni?

Alla storia fanno seguito spunti e riflessioni nell’ordine proposto dalla docente stessa.

Gentile dottore,

insegno materie letterarie nella scuola media dal lontano 1979. Avevo 24 anni. Tre anni dopo ero già in ruolo e con posto fisso. Una vita dedicata all’insegnamento, quasi una missione portata avanti con dedizione ed entusiasmo cercando di coinvolgere gli alunni sull’importanza della cultura e di tutto ciò che ne consegue. Si sono lasciati coinvolgere piacevolmente dalle mie passioni, l’amore per i viaggi, per la geografia, la fotografia. Ho sempre cercato di educarli alla correttezza, all’onestà, al rispetto di se stessi, degli altri, del mondo. I genitori sono stati per lo più collaborativi con me supportandomi  nel discorso educativo, apprezzando il mio metodo didattico, soddisfatti dei  risultati positivi che i figli continuavano ad avere anche  alle Superiori. Con tanti ragazzi, ormai grandi, continuo ad avere un ottimo rapporto fatto di complicità, scambio di vedute, consigli verso scelte future ecc. Ovviamente non sono mancati, per qualche insufficienza, problemi con alcuni genitori, ma tutto poi è rientrato nella norma. Questo fino a sei anni fa quando la mia scuola è diventata Istituto Comprensivo sotto la guida del direttore della scuola elementare. A questo punto la mia carriera scolastica ha subito un crollo spaventoso. Tutto è partito dal mio DS, conosciuto in zona per il suo carattere freddo e distaccato. Sicuramente invidioso del mio part-time di quel periodo. Ha iniziato con i rimproveri, accusandomi di tutto: dall’orario pesante per i ragazzi (su tre giorni alterni), le insufficienze, il carico dei compiti, la classe che non si forma per la mia severità… Poi è passato alle minacce anche inviate con posta certificata. Ho iniziato ad avere problemi dermatologici da stress, insonnia, cefalee. Ne parlai con lui (ci rise rispondendomi che lui al contrario dormiva molto bene). Andai a parlarne con il Provveditore, non nuovo a lamentele nei confronti di tale DS. Per un po’ tutto si è calmato poi, due anni fa, sono stata aggredita con ingiurie e minacce da un genitore (conosciuto per piccoli problemi giudiziari) per aver dato 5 al figlio. Ho sporto denuncia, iniziando anche a collezionare assenze su assenze, a fare avanti e indietro con il Pronto Soccorso per sospetti problemi cardiaci. Mi è stato diagnosticato il burnout e un notevole indebolimento dell’Io. A settembre 2014 sono rientrata a scuola nell’indifferenza di colleghi e dirigente che non hanno speso una parola a mio favore. Nel frattempo si sono aggiunti ulteriori problemi: stato d’ansia continuo, per il timore di sbagliare o dimenticare qualcosa sul registro elettronico; tremore diffuso quando ho dovuto necessariamente dare delle insufficienze; disorientamento nell’organizzare programmazioni (di fatto già inseriti nel mio PC da anni), nella stesura dei verbali, forti cefalee e perdite momentanee di memoria. Ho fatto poche sedute con uno psichiatra che mi ha certificato :”disturbo da stress post-traumatico con compromissione del funzionamento sociale e lavorativo. Poi per motivi vari ho mollato credendo di potercela fare da sola. A metà gennaio mi si è parato davanti l’ennesimo ostacolo, gli scrutini, timore dei colleghi e DS. Ho iniziato con i permessi per malattia che ho protratto fino al 30 giugno. Ho già usufruito di dodici dei diciotto mesi di malattia (sono già con la riduzione sullo stipendio). Nel frattempo mi documento, quasi in modo maniacale, ore e ore sul cellulare e al Pc, su una improbabile pensione anticipata. Ho chiesto sia a Provveditorato che sindacato di poter essere occupata in altro incarico, anche bidella. Niente. Ho solo 38 anni di contributi, 60 di età e non ci sono scappatoie. Ho proposto a mio marito di trasferirci. Le lascio immaginare il seguito. Anche lui non ne può più di questa storia, ma non riesce realmente a comprendere il mio generale malessere. Salutandolo questa mattina gli ho detto: “Tra i due mali, quello di rientrare a scuola sarebbe il minore”. Ormai a casa è l’unico argomento all’ordine del giorno. Non ho scappatoie, quello che è certo è che a scuola non entrerò più: ho difficoltà anche a passare nelle sue vicinanze. Purtroppo sia mia madre che i miei suoceri 90enni abitano a poche decine di metri dall’edificio scolastico. Che fare!? A volte strane idee mi passano per la testa…..

Mi scusi lo sfogo, ho cercato di essere più sintetica che potevo.

Riflessioni

  1. Marta possiede un’anzianità di servizio di tutto rispetto (36 anni), sembra non aver rimpianti ed è contenta di ciò che ha fatto e soprattutto di come l’ha fatto. Tutto sembra procedere bene, quando improvvisamente (2009) interviene un doppio cambiamento: la scuola diviene Istituto Comprensivo ed arriva un nuovo Dirigente Scolastico. La prima banale considerazione consiste nell’affermare che ogni cambiamento porta con sé un problema. Questo deve essere detto per tutti coloro che vedono nei trasferimenti una “terra promessa”. In 9 casi su 10, chi nutre queste aspettative, resta deluso. La docente ha inoltre uno svantaggio: non è più giovanissima ed è pertanto dotata di una flessibilità ridotta rispetto ai suoi 30 anni. Il caso ci insegna che sentirsi immuni e scevri da rischi di fronte a un qualsiasi cambiamento è un’ingenuità.
  2. Il dirigente diviene l’oggetto degli incubi di Marta che lo descrive come persona fortemente negativa: “freddo, distaccato, invidioso, minaccioso, colpevolizzante, beffardo”. Lo scontro sembra polarizzato col preside ma, non appena sedato per il colloquio col Provveditore, ecco un altro attacco da parte di un genitore che si lamenta per un’insufficienza data al figlio. Due le riflessioni in proposito: i conflitti bruciano tremende quantità di energia ed è buona regola cercare di non averne affatto, oppure di sostenerne non più di uno alla volta, lasciando ampio spazio temporale tra gli stessi, al fine di recuperare le energie. Non è infatti un caso se Marta esplode proprio dopo il secondo conflitto, quando non sono recuperate ancora le energie impegnate nelle scaramucce col DS.
  3. La sintomatologia che Marta descrive è ingravescente e segue fasi distinte: dapprima dermatiti, insonnia, cefalee; in seconda battuta ansia, tremori, amnesie, palpitazioni cardiache che richiedono frequenti puntate in Pronto Soccorso; infine il timore del DS e dei colleghi (quelli stessi che peraltro “mi avevano accorto nell’indifferenza al rientro della lunga malattia”) con relative e coincidenti diagnosi di burnout (psicologica) e di disturbo post-traumatico da stress (medica) con compromissione del funzionamento sociale e lavorativo. Il culmine è raggiunto, una volta abbandonato inopinatamente l’aiuto psicologico in corso, con l’innesco di un doppio ossessivo delirio di fuga sul fronte professionale (farei anche la bidella) e personale/familiare (il trasferimento), quale unica salvifica soluzione. Fuga (frequenti assenze fino alla riduzione dello stipendio) ed evitamento (non sopportare di transitare nemmeno vicino alla scuola) sono il corollario del corredo sintomatologico fin qui descritto.
  4. Isolamento a scuola e incomprensione in famiglia non possono consentire una semplice via d’uscita. Tuttavia sarà compito di Marta rivedere come affrontare il problema e il conseguente approccio ai suoi interlocutori. Per far comprendere il suo problema (che è reale seppure ignorato per i famosi stereotipi) deve smettere di proporre al marito di trasferirsi, ma può coinvolgerlo nella lettura di articoli e studi scientifici che possono destrutturare i luoghi comuni. Al DS e ai suoi colleghi potrà chiedere cosa è stato fatto per prevenire lo Stress Lavoro Correlato nella scuola (art. 28 D.L. 81/08) chiedendo copia del DVR e proponendosi di aiutare a trovare idonea soluzione (ricordiamo che tale incombenza rientra fra i doveri medico-legali del datore di lavoro). La via d’uscita può dunque essere trovata ribaltando dunque la logica dei rapporti con gli interlocutori per trasformare il conflitto in alleanza e condivisione. Una strada in salita, ma portatrice di speranza.

Ringraziamo Marta per averci consentito di riflettere su alcuni passaggi della sua storia, consigliandola altresì di farsi aiutare e supportare da specialisti come ha fatto in passato. Il conflitto e la fuga possono costituire l’unica reazione di fronte allo scontento e alla disperazione solamente quando si resta soli, incompresi e con “strani pensieri”.

Disagio docenti, segni e sintomi maggiori: dissimulazione, autolesionismo, ideazione suicidaria e altro ancora. Parte prima

Il caso che stiamo per affrontare è stato scelto per molti motivi. La protagonista – che chiameremo Aurelia – è donna decisamente intelligente, capace di descrivere se stessa, e la situazione nella quale vive, con dovizia di particolari.

Il caso che stiamo per affrontare è stato scelto per molti motivi. La protagonista – che chiameremo Aurelia – è donna decisamente intelligente, capace di descrivere se stessa, e la situazione nella quale vive, con dovizia di particolari.

L’importante sintomatologia che presenta ha la peculiarità di essere da lei stessa ricondotta a motivi inizialmente attribuibili alla sua vita professionale e, in seconda battuta, a quella privata. Verrebbe qui la tentazione di cominciare a disquisire sul termine “Stress da Lavoro Correlato” che – si sappia – non è lo “stress maturato sul lavoro”, bensì lo “stress manifestato sul lavoro a prescindere da dove questo è maturato”. Ma riserviamo questo dibattito ad altra occasione e addentriamoci nel lungo e ricco racconto di Aurelia, insegnante cinquantenne di Italiano e Storia di un Istituto professionale di una città del Nord Italia. La testimonianza si articola in due puntate e, al termine di ciascuna, opportunamente tagliata e corretta per garantire la non riconoscibilità dell’autore, sarà riportato un commento del sottoscritto.

Gentile dottore,

in novembre ho inviato con raccomandata AR la richiesta di visita per inidoneità accompagnata da una busta chiusa contenente il certificato medico attestante che io soffro di depressione maggiore e il documento dell’esenzione per questa patologia. Quasi settimanalmente vado al Centro di Salute Mentale dove incontro alternativamente la psichiatra e lo psicologo (ho cominciato a metà ottobre, inviata con richiesta di perizia psichiatrica da parte del medico di base). Il centro mi ha presa in carico, mi ha cambiato subito i farmaci e dopo vent’anni di Sereupin mi hanno dato il citalopram; prima di Natale, la psichiatra mi aveva prescritto il Deniban 50mg, oltre al Citalopram 20, ma io non ho avuto il coraggio di prenderlo perché  al momento devo essere lucida e vigile in quanto mio padre è in ospedale e ha subito proprio in questi giorni il quarto intervento per un cancro intestinale.
Al Centro di Salute Mentale vengo trattata come un’inetta nullafacente, mi dicono che per me l’unica strada è una lunga psicoterapia da farsi privatamente, e io capisco che ci siano tanti casi più gravi di me, io presento bene, parlo correttamente, sono pulita e dignitosa, loro curano barboni alcolizzati, travestiti cocainomani, bambini abusati e certamente io faccio perdere solo del tempo… Ma io vado da loro perché me l’ha detto il mio medico di base, perché volevo andare alla visita per l’inidoneità con un documento recente, perché se uno psichiatra privato mi fa una relazione ho paura che non mi credano… Io penso proprio che loro non conoscano le problematiche degli insegnanti, magari sono dei luminari per altre cose ma non per questo…

Io volevo sapere se Lei o qualche suo collega sensibile ai problemi degli insegnanti potreste darmi un consiglio, io posso anche venire un giorno a Milano e pagare una consulenza, ma sono troppo preoccupata e finché non avrò fatto la visita non sarò in pace. Non so se il Citalopram mi sta facendo bene,  sento  dietro la testa, sulla nuca più o meno, ma anche un po’ dentro, come qualcosa che vibra, leggermente,  come un battito d’ali, una cosa stranissima che fa un po’ paura, però mi sono convinta che passerà e me ne sono fatta una ragione.

Nessuno può immaginare che razza di incubi ho, ma in casa sono tutti testimoni delle urla, sveglio tutti, mio marito mi scuote, mi chiama, i figli corrono da me impressionati. Sono spaventosi, realistici, ricorrenti. Stanotte un collega mi interrogava, poi non trovavo l’aula, insomma, routine. La settimana scorsa, incubo pesante: ero a scuola, entro in aula, è una classe che non conosco. In mezzo c’è una colonna, qualcuno si nasconde dietro, cerco di convincerli a smetterla, poi due cominciano a picchiarsi e io non riesco a separarli. Ad un certo punto scappano fuori e tutti gli altri di corsa dietro, io grido di fermarsi, mi manca la voce, allora corro dietro di loro fino ad un cortile, i due lottano in mezzo e tutto intorno ci sono balconate con ragazzi affacciati che urlano e li incitano, arrivano professori che chiedono di chi sono quegli alunni e qualcuno mi indica e dice “Suoi”. Allora corro a chiamare la preside, ma la bidella mi dice che non c’è e dice che viene lei, e quando arriva li sgrida e tutti smettono e tornano in classe, e io le chiedo se fanno spesso così e lei mi dice con disprezzo: è la prima volta. Io fermo i ragazzi che si picchiavano per chiedere se si sono fatti male, uno mi fa vedere i lividi in testa, l’altro mi indica la faccia, io non vedo niente, allora lui infila le dita nella guancia e tira fuori un osso tutto insanguinato.

Ecco, la cosa veramente insostenibile è l’ansia della scuola, cioè il terrore di affrontare gli alunni. E’ stata una cosa in crescendo, degli ultimi 5 o 6 anni, ma vorrei cercare di spiegarlo bene perché è atroce.

Quando sento qualcuno che si finge invalido per non andare a lavorare io lo capisco, perché quando tu ti senti così male da preferire qualunque altra cosa piuttosto che essere lì, devi trovare una soluzione per non morire! Ma la cosa mostruosa di me è che io non potrei far finta perché il senso di colpa mi farebbe stare altrettanto male, e allora cosa faccio? Mi faccio del male. Nessuno può immaginare conoscendomi che io possa aver fatto quanto sto per dire, piuttosto che entrare in classe e affrontare i ragazzi, che parlano, gridano, non ascoltano, mentre la mia voce che cerca
di sovrastarli: “Sedetevi per favore, vai a posto, non urlare, chiudete la porta, metti via il telefono”. Sono le 8, guardo l’ora e sono le 8.15. Dio mio, come faccio prima che siano le 13 e 50? Cerco di organizzare la lezione, ho tante cose da dire, belle idee, stimoli, ho preparato schemi, parole, ritagli di giornali, ma parlo e non ascoltano, mi devo interrompere per riagganciare la loro attenzione, ma non è più come prima, io non ce la faccio più a lottare, non mi arrabbio più, sono solo tanto stanca, tanto triste.

Non ce la faccio più, non riesco ad affrontarli. Preferisco … non so, mi sembra che sarebbe meglio qualunque altro lavoro: lavare i cessi, spazzare le strade, che cosa  me ne frega, ma non voglio avere quelle facce  presuntuose e ignoranti, ecco cosa non sopporto, mi sento una perla data ai porci, non sanno quante cose interessanti potrebbero ascoltare, imparare ad usare un po’ la capacità critica, ottusi e fieri della loro mediocrità. E i genitori peggio di loro…   E’ vero anche che sono negata a tenere la disciplina, non riesco proprio, mi fa schifo fare quella che non fa andare in bagno o non lascia dire due parole, che senso ha, ma loro non capiscono: se sei democratico per loro non vali niente, ci sono dei colleghi  impreparati e mediocri, ma si fanno rispettare  perché maltrattano e umiliano: io non sono capace, non sono così.

E allora ecco che 4 anni fa, non ne potevo più, ero disperata, così un mattino appena alzata mi sono accovacciata per terra e poi ho tirato forte la porta contro la mano così ero leggermente ferita e avevo un grosso ematoma tumefatto, ho detto che avevo avuto una specie di vertigine, che ero caduta, e così sono stata un po’ a casa. Qualche mese dopo si presenta un’occasione, un’anca artrosica. Sono andata all’ospedale e tutti mi hanno detto: no signora, non è da operare, metta scarpe comode e si aiuti con un bastone. E allora io riesco a farmi operare lo stesso, ma l’anno scorso non ce la facevo più, così ho iniziato a fare tutto quello che era controindicato, quindi indossavo le scarpe coi tacchi, finché il dolore non diventava insopportabile. Non so se sia stato quello, ma poco dopo gli esami evidenziavano un’intolleranza ai mezzi di sintesi, che andavano rimossi. La mia reazione? Bene benissimo, speriamo che sia una cosa grave, sì, sì, per fortuna, starò a casa 3 mesi. E’ molto doloroso, fa niente, sempre meglio che andare a scuola.  L’ospedale mi prenota per aprile, ma nel frattempo? Siamo a febbraio, come ci arrivo a fine anno scolastico?  Allora ho di nuovo superato il limite: ho preso il ferro da stiro, ho tirato un respiro lungo e me lo sono dato fortissimo sulla gamba. Ho avuto qualche giorno di prognosi, non quanto speravo, in compenso mi è venuto un bozzo che non va più via. Forse è normale fare così, tutti lo fanno ma non lo dicono, come me. Va bene, basta saperlo.

Però io sto proprio male. Cosa potrei fare? Io so che devo lavorare, non posso permettermi di stare a casa ma forse starei meglio se mi facessi spostare in un ufficio. Dopo 26 anni di insegnamento ho diritto di chiedere il passaggio ad altre funzioni, non sono la prima ad avere l’ansia di entrare in classe, non posso mica farmi operare da tutte le parti o farmi del male in qualche altro posto…  Magari in un’altra scuola, in un altro ambiente sarebbe diverso, però ho già cambiato, dopo poco divento litigiosa, insulto qualche collega, faccio qualche scena da esaurita e mi giustificano perché “il papà sta male”, “ha problemi familiari”, “sta entrando in menopausa”, ne ho sempre una, basta!Ma perché non mi butto dal balcone, sono al 5 piano, sarebbe tutto risolto, e invece non lo faccio solo per i figli, che vita infame con una madre suicida, che tristezza, che pena.

Forse la cosa che vorrei di più sarebbe andare qualche giorno in una clinica a riposare il cervello, senza pensare, ma se proprio devo andare da uno psicologo ci vado, ma in classe no, altrimenti mi tocca farmi male all’anca operata, se do una botta fortissima sicuramente rovino la delicata e fragile saldatura che tiene insieme l’articolazione: un colpo deciso, un male lancinante, ma di nuovo un po’ di giorni a casa, lontana da quel mondo che mi fa solo orrore e a cui sento di non poter dare più NIENTE. Devo provare a cambiare lavoro, devo provare a cambiare, altrimenti non vedo come uscire da questo incubo: magari tra qualche anno sarò alienata anche in un altro lavoro, ma almeno provare, il cambiare può farmi solo bene. 

Non pretendo di stare a casa, di non fare niente, voglio solo non sognare tutte le notti un alunno che cade dalla finestra, la preside che mi sgrida perché non sono in classe. Ecco, un altro sogno ricorrente: prendo l’ascensore ma arrivo al piano sbagliato e non trovo la classe e so che intanto sta succedendo qualcosa di terribile, si stanno facendo male e io avrò tanti guai e denunce. E pensare che in passato, e a dire il vero, a volte anche recentemente, ho amato con tutta me stessa questo lavoro, perché ci sono state giornate in cui entravo in classe e mi chiedevano: “Cosa si fa oggi prof?” ed era fantastico rispondere “Foscolo….. Leopardi…….Montale”, e cominciare senza libri, senza fotocopie, soltanto raccontando le emozioni che suscitano  la crisi dell’io, il male di vivere….

Due ore passavano in un lampo, e c’era chi voleva leggere un’altra poesia, chi diceva di aver provato la sensazione descritta dall’autore, chi faceva paragoni impossibili tra un genio dell’Ottocento e un improbabile rapper di periferia… Ecco, in quei momenti io ho sperato che sarebbe stato possibile  superare tutto il resto, mi sono aggrappata disperatamente a quel singolo episodio per darmi la forza, e così è stato, ha funzionato, ce l’ho fatta per tanti anni. Ma adesso, quando mi fermo e guardo indietro (e non posso più farne a meno), io vedo affogare quei momenti rassicuranti e sereni in mezzo ad un mare di delusioni e sconfitte.

Per un’ex alunna che continua a scrivermi, adesso che ha trent’anni, per dirmi “Prof, ho letto finalmente Virginia Wolf, aveva ragione, è fighissima!”, ce ne sono 20 che se incontro per strada non mi riconoscono o neppure mi salutano perché  “Che palle prof, chi cazzo se ne frega di letteratura, se vado a lavorare e non so far funzionare uno strumento cosa faccio, gli recito una poesia?”. E quello che mi fa arrabbiare e disperare e mi distrugge ancora di più sono quelli che se ti sfoghi e racconti ti danno consigli: “Vabbè, ma tu glielo devi spiegare l’importanza della lingua italiana a questi ragazzi, certo che se ti arrendi davanti alla prima difficoltà…”. Io voglio ucciderli quelli che mi dicono queste cose o cose simili, voglio vederli marcire e se mi chiedono aiuto voglio calpestarli e vederli soffocare e finalmente sentirmi bene, leggera, bastardi…  Forse non ho mai odiato tanto gli alunni, qualcuno solo, più crudele, ma per lo più i ragazzi mi fanno pena, li disprezzo ma ho compassione, magari avranno anche successo nella vita, ma sono limitati, hanno dei cervelli minuscoli, non capiranno neanche la differenza tra l’intelligenza e la furbizia, tra la cultura e l’indottrinamento, tra un valore e una moda. Mi ricordo a questo proposito, qualche tempo fa, una lezione splendida in cui spontaneamente si era arrivati a parlare di relativismo, da quello della conoscenza a quello etico, e quindi alcuni ragazzi che erano riusciti a collegare la letteratura alla filosofia, la storia alla fisica; suona la campanella, mi si avvicina il figo della classe, e, dato che non avevamo assegnato compiti mi dice:” Che bello prof, oggi non abbiamo fatto un cazzo!”.

Ecco, questo è stato un traguardo fondamentale per me, io quel giorno ho aperto gli occhi e ho capito ogni cosa. Io ringrazio ancora quel Marco, perché io fino a quel momento non avevo voluto aprire gli occhi, non avevo voluto affrontare la realtà: in quell’attimo è cambiata la mia vita. Cioè, tutto quello che per me è importante, quello che conta, che vale, d’improvviso non è più importante, non conta e non vale per gli alunni, e questo sarebbe già sufficiente per disperarsi, ma non conta per i loro genitori, non conta per i colleghi, per la scuola, per la società. Ed ecco qui i saggi, i grandi esperti, i saputelli, i dispensatori di grandi consigli che mi diranno: “Ma che esagerata, non è così! C’è pieno di ragazzi che leggono, che studiano volentieri, che hanno infiniti interessi, che sono di sani principi.

E c’è pieno di insegnanti validi, di genitori sensibili, la società non è vuota come dici tu!”. Ecco, è a questo punto che dentro di me sento un caldo, come una bestia che si agita, proprio un odio feroce, una rabbia indomabile, e mi ritrovo a pensare cose orribili, come uccidere alcune persone, con che cosa, come nascondere i cadaveri, perché mi sembra che questo sia l’unico modo per stare meglio, per respirare, ecco, per sopravvivere. Quindi, non odio gli alunni, solo qualcuno: quelli indisciplinati (bastano 2 per classe, a volte anche uno), perché interrompono e rovinano l’atmosfera, per apprezzare una poesia ci vuole concentrazione, basta una penna che cade, uno si alza, due si girano ed è già finita la magia.

Oppure mentre sei al culmine di una spiegazione chiedono di uscire, tu dici “ma come proprio adesso”, gli altri ridono e ciao. Oppure i maschilisti: arriva il collega troglodita, che insegna da 35 anni una materia tecnica, quattro cazzate che potrebbe fare anche un cane ammaestrato. Lui è uno delle migliaia di “docenti” immessi in ruolo con leggi e leggine misteriose, quando ancora non serviva una laurea, bastava il diploma professionale, (ma ci sono anche ingegneri che saranno dei geni nel loro ambito ma umanamente fanno schifo), che se deve fare una relazione bisogna riscriverla perché è zeppa di errori, ma non importa, è un omone grande e grosso, con una vociona da orco: entra, fa un urlo, sbatte il registro sulla cattedra, e da quel momento non ce n’è uno, dico uno che osi fiatare. Fa aprire il libro, copiare schemi e spiegazioni sul quaderno, due verifiche a quadrimestre e intanto lui legge il giornale. Quello sì che è un mito.

Lo so, sono patetica e frustrata, disprezzatemi, compatitemi, ma ditemi cosa devo fare? Ho una rabbia dentro che sto per scoppiare, un odio inimmaginabile. Perché poi io lo so che non può essere solo la scuola, altrimenti tutti saremmo ridotti così, che io sicuramente ho delle cose irrisolte perché i disturbi alimentari sono peggiorati ma io li avevo anche da ragazza, poi sono in crisi anche in generale nella mia vita, non sono più in grado di guidare ormai da 5 anni, ho paura di andare da qualunque parte perché mi faccio la pipì addosso. Lo so, sono tutte cose che possono capitare, ma tutte a me? E sapete qual è la cosa tragica, che differenzia il presente da tutti i periodi precedenti in cui ho avuto delle crisi? Che sono consapevole del fatto che adesso può solo peggiorare. E non mi dicano: “Ma no, cosa dici, a volte dopo i cinquant’anni ci aspetta la parte più bella della vita!”. Non é vero, non per me.

Il sogno della mia vita era andare in pensione e spostarmi in campagna, nella casa dei miei nonni, coltivare l’orto, circondarmi di animali e non aver a che fare con troppi esseri umani. Non dico a quarant’anni, come la generazione dei miei genitori, ma a 50-55 sì. A che età potrò andare in pensione? 68 anni. Come, a poco a poco, tutti gli altri. E’ così e basta. Non lo accetto! Preferisco la prigione, a questo punto, almeno mi prendo il piacere di ammazzare la Fornero o qualcuno che è andato in pensione con 15 anni 6 mesi e un giorno…
Mi aspettano 16 anni terribili e vorrei soltanto che qualcuno mi convincesse che vale la pena viverli.

Per i commenti e le considerazioni viene seguito l’ordine imposto da Aurelia al suo racconto.

  1. Il Centro di Salute Mentale vive Aurelia come un inutile peso da sbolognare a qualche psicoterapeuta privato. Purtroppo la consapevolezza del mondo medico sullo SLC degli insegnanti è pressoché nulla. Ciò è dovuto alle pochissime pubblicazioni medico-scientifiche che sono sovrastate da quelle psicologiche (oltre 10.000) che i medici non consultano. Si aggiungano inoltre gli stereotipi sugli insegnanti di cui, tutti i medici, facenti parte dell’opinione pubblica, sono vittima. Meglio dunque rivolgersi alla notoriamente complessa clientela dei CSM (tossici, alcolisti, psicotici etc) che non “perdere tempo” con i docenti in crisi. Inutile dire che occorre una importante campagna di sensibilizzazione dei medici sul tema delle patologie professionali delle helping profession.
  2. La presenza di incubi notturni rileva un’invasione di campo a livello dell’inconscio. Questo è espressione dell’invasività con la quale la problematica scolastico-professionale ha pervaso non solamente la vita privata, ma anche il subconscio dell’individuo.
  3. Abbiamo visto in altri casi la costante presenza nella persona del “senso di colpa” che riesce ad essere superato attraverso la pratica dell’autolesionismo, dove il dolore ha funzione di espiazione e dunque consente il superamento dello stesso senso di colpa.
  4. La rabbia di Aurelia – di grado importante – cerca sfogo, fino a trovarlo nell’autoaggressività. La donna, a differenza dell’uomo (etero aggressività), sfoga su se stessa quella aggressività figlia di una incoercibile rabbia: da qui l’autolesionismo reiterato della docente che, pur se insoddisfatta, riesce ad allontanarsi momentaneamente dalla scuola e a trovare sfogo ai suoi impulsi lesivi. Se fino ad oggi non si è ancora letto, sui quotidiani, di un insegnante che ha picchiato o ucciso un proprio alunno/studente, lo si deve molto verosimilmente al fatto che i docenti (donne all’82%) danno sfogo alle proprie pulsioni attraverso l’autoaggressività tipicamente femminile. Nel caso di Aurelia questa culminerà in una rischiosa ideazione suicidaria. Si ricordi a tal proposito le nefaste statistiche francesi e inglesi sui casi di suicidio tra gli insegnanti.
  5. La professoressa tende a consolarsi immaginando che tutti gli insegnanti provino o facciano quello che prova o vive lei. Una sorta di urlo disperato e autoassolutorio che è figlio di una mancata condivisione dei problemi tra colleghi. Oggetto di (comprensibile) odio diventano i cosiddetti”bravissimi” o “splendidi” che sanno sempre tutto e sono freschi e riposati anche alla fine della quinta ora di lezione.
  6. Aurelia si domanda se, cambiando lavoro, riuscirà a migliorare la propria condizione psicologica ma, in uno sprazzo di lucidità comprende che si tratta di una menzogna, e che il problema è interno a lei piuttosto che esterno. Giunta a questa riflessione, capisce che l’analisi deve divenire introspettiva, orientata cioè verso la sua storia personale e familiare. La seconda parte del racconto toccherà pertanto corde delicate che non escluderanno la dimensione professionale che sarà piuttosto messa in relazione con la propria dimensione individuale.

Età pensionabile e burnout. Quanto incide la Legge Fornero sul disagio mentale degli insegnanti?

Dal 1992 – anno in cui sono state abolite le cosiddette baby pensioni con la riforma Amato – sono intervenute quattro ulteriori riforme previdenziali che attualmente consentono agli insegnanti di andare in pensione all’età di 67 anni.

Le cose sono pertanto radicalmente cambiate, senza però che sia stato operato, da parte delle istituzioni, il benché minimo controllo sulla salute dei docenti. Per giunta, il tutto avviene a dispetto di quanto recita l’art. 28 del Testo Unico in materia di tutela della salute dei lavoratori, che impone il monitoraggio e la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato (SLC) nelle helping profession, ponendo particolare riguardo verso il genere e l’età del lavoratore.

E proprio il mondo della scuola presenta peculiarità sensibili circa le predette variabili: 82% dei docenti è donna con un’età media di 50,2 anni. Gli studi della letteratura scientifica ci dicono infatti che la donna presenta un rischio depressivo pari a 2,5 volte quello dell’uomo (per il ciclo ormonale della fertilità) che arriva addirittura a quintuplicarsi nel periodo perimenopausale.

Bastino questi pochi, ma certificati, dati a far comprendere quale salto nel buio ha compiuto il legislatore, omettendo scientemente di valutare lo stato di salute della categoria professionale dei docenti, nel riformare la loro situazione previdenziale. L’allarme diviene ancora più evidente se si scorrono i dati di Francia e Gran Bretagna che, rispettivamente, dal 2005 e dal 2009 riconoscono la categoria professionale degli insegnanti come quella maggiormente esposta al rischio suicidario.

Ma l’oggetto di questo articolo vuole essere l’analisi delle conseguenze psicologiche di uno dei numerosi casi, che mi sono stati sottoposti, di docenti appartenenti alla cosiddetta “Quota 96” che, per un mero errore commesso e poi ammesso (due anni dopo) dalla Fornero, si sono visti negare il permesso della pensione quando erano oramai a un passo dal tagliare l’ambito traguardo. Inutile dire che, se la Fornero è da ritenersi la principale responsabile, il governo ci ha aggiunto del suo, respingendo gli emendamenti correttivi votati all’unanimità dal Parlamento nell’Agosto 2014.

Prendiamo altresì in considerazione la storia di un professore, maschio, tanto per dimostrare come non c’è alcun bisogno di “variabili di genere” per divenire vittima di un disagio psichico in ambito scolastico. Si noterà come la sintomatologia e le somatizzazioni sono quelle tipiche del disagio mentale professionale che si osservano comunemente.

Vediamo dunque la storia reale del Prof. Mario Rossi (ovviamente si tratta di un nome di fantasia) che, da aspirante pensionato, si è infine trovato “condannato” a ulteriori sei anni di servizio forzato insieme a tutti i suoi colleghi di Quota 96.

I fatti e la relazione psicologica

Docente di italiano e storia in un Istituto Tecnico Superiore, e in vista del pensionamento, Mario si era trasferito dalla città in campagna ed ora è costretto a un lungo viaggio per recarsi sul posto di lavoro. A complicare le cose – racconta la relazione psicologica dell’ente sanitario pubblico – “… vi sono alcune patologie croniche come l’ipertensione e i sopraggiunti disturbi psicologici reattivi di natura ansiosa e depressiva con sintomatologia caratterizzata da aspetti di rimuginio, tremori agli arti superiori, confusione mentale, difficoltà di concentrazione, insonnia con risvegli precoci, riduzione degli slanci vitali e produttivi, chiusura in se stesso e tendenza ad arroccarsi in casa collegandosi a internet solo per leggere diversi quotidiani in cerca di novità riguardo all’evolversi del caso dei Quota 96”.

Nella relazione psicologica si sostiene inoltre che Mario sta vivendo “… l’esperienza di esaurimento emotivo associata a un calo di motivazione, d’impegno e d’interesse per l’insegnamento che gli appare, ora, come un peso insostenibile, al punto di dover necessariamente richiedere tre mesi di aspettativa non retribuita”.

Le molteplici batterie di test psicologici eseguiti su Mario completano il quadro personologico del docente. Questi infatti

  • presenta la tendenza a essere apprensivo, teso, indeciso, pronto a denunciare ogni sorta di malessere fisico con connotazioni d’imminenza e preoccupazione. E’ costantemente in tensione, iperallertato e iperallertabile ed ha difficoltà a memorizzare nuove informazioni;
  • manifesta la tendenza ad alleviare l’ansia con l’utilizzo di alcool o altre sostanze ansiolitiche;
  • presenta deflessione dell’umore con perdita di energia e anedonia alternata all’ansia con nervosismo, agitazione interna, apprensione;
  • si sente facilmente infastidito e irritato con sentimenti di inferiorità al confronto con le altre persone;
  • percepisce un senso d’inefficacia, con difficoltà a cogliere i progressi degli utenti e a sentirsi gratificato e appagato dal proprio lavoro. La demotivazione è molto forte e la relazione con gli studenti ne risente decisamente, con aspetti di distacco e scarso coinvolgimento interpersonale. L’energia e la vitalità vengono a mancare, sostituite da segnali di tensione e di stanchezza.

Infine si arriva alle conclusioni diagnostiche che riassumono la composita condizione psicologica di Mario: “Si tratta di una persona intelligente che sa esprimersi in modo articolato e raccontarsi. Tende ad avere conflitti riguardanti l’autorità, a essere oppositivo e caparbio. Può reagire alle critiche con sentimenti di rabbia e umiliazione. E’ tendenzialmente ansioso e si identifica in maniera forte in cause sociali. In reazione a situazioni stressanti, sprofonda nell’apatia alternata a manifestazioni ansiose”.

E il verdetto finale sostiene che: “il paziente avverte la gravità dello stato di conflitto nel proprio posto di lavoro: i rapporti col dirigente e i colleghi potrebbero aggravarsi e i sintomi ansioso-depressivi potrebbero condizionare negativamente il rapporto con gli studenti. In questo contesto il Prof. Mario Rossi, che in precedenza aveva fornito prova di professionalità e coinvolgimento, si disimpegna dal proprio lavoro come risposta allo stress e alla tensione sperimentati”.

Riflessioni

Oltre alla sintomatologia classica manifestata dal docente, vale la pena sottolineare i quattro segni maggiori che sono diretta conseguenza del disagio mentale professionale:

  1. potenziale conflittualità nei confronti dell’autorità diretta (dirigente scolastico) e dei colleghi;
  2. chiusura ermetica in se stesso invece della richiesta di aiuto e condivisione delle problematiche coi propri pari;
  3. ricorso a espedienti per sedare l’ansia (strategie di adattamento negative) quali l’assunzione di alcool o l’uso saltuario di psicofarmaci;
  4. trasformazione del rapporto con gli studenti che vira gradualmente passando da gratificante ad apatico, ed infine rischia di divenire conflittuale.

Una situazione di non ritorno che non può che deteriorarsi, dove ciascun attore (Mario, dirigente, colleghi, utenza) non vede, né si interroga, sul disagio di chi gli è “prossimo” nell’ambiente scolastico. L’ignoranza totale sulle malattie professionali degli insegnanti, conseguenza della loro usura psicofisica, impedisce di scalfire quel muro che decreta e sancisce l’incomunicabilità tra tutte le parti in gioco. Solo attraverso un’opera di acculturamento dei docenti, sui rischi professionali per la loro salute, potremmo raddrizzare una situazione che diviene di giorno in giorno più irrecuperabile.

Se i docenti stanno male – e con riforme previdenziali alla cieca non possono che stare sempre peggio – tutta la scuola finisce per andare in sofferenza, ma nessuno sembra rendersene conto, oppure tutti (politica, istituzioni, parti sociali, associazioni di categoria) fanno finta di niente riempiendosi la bocca di … buona scuola.

Quando entravo in classe: vertigini, nausea, irritabilità, mi sentivo stressata. Conoscere segni e manifestazioni del Disagio

Carissimo dottore,

Scrive una maestra (cui daremo lo pseudonimo di Roberta):

Carissimo dottore,

sono una docente elementare entrata in ruolo nel 1992 e con 6 anni alle spalle di precariato. Attualmente sono distaccata in segreteria dal 2006, poichè dopo la nascita del mio primo figlio, avvenuta nel 2002, ho continuato ad insegnare, portando a termine il ciclo. L’anno dopo ho ottenuto il trasferimento nella scuola elementare vicino casa mia e mi è stata assegnata una classe prima con 15 alunni, 3 dei quali con problemi. Non so ancora cosa abbia influito ma ho passato un periodo in cui non stavo bene, né a casa, né a scuola. La mattina mi alzavo presto, avevo dei momenti in cui non vedevo l’ora di essere a scuola. Infatti arrivavo quasi sempre prima del mio orario e nei momenti in cui non ero con i bambini mi sentivo serena, mentre quando entravo in classe cominciavo ad accusare sintomi strani: vertigini, nausea, irritabilità, mi sentivo stressata e questo mio stato si riversava anche in famiglia. Così un giorno, dopo un colloquio con il mio Dirigente, il quale mi ha solo messa al corrente che, se lo avessi voluto, avrei potuto chiedere il distacco temporaneo. Non confidandomi con nessuno, ho preso questa sofferta decisione: lo dovevo fare per me e per la mia famiglia, per essere una buona madre con i miei figli (già ora di figli ne ho due) e per i bambini “degli altri” dovevo trovare una soluzione: quella di allontanarmi per un po’ dalla responsabilità della classe. Al momento stavo male e non pensavo alle conseguenze. Mio marito, l’unico che mi ha supportata in questa scelta mi diceva :”Ma sei matta? Hai insegnato da anni, cosa ti succede?”. Ora che mi sono ripresa, mi sono resa conto del coraggio che ho avuto ad affrontare tutto da sola. Sono sempre più convinta, come sostiene Lei, che la professione docente sia una helping profession e che bisognerebbe riconoscere i propri limiti, soprattutto se si hanno momenti di demotivazione nella propria vita e di particolare stress come li ho avuti io. Durante questo distacco mi sono curata e sostengo, come Lei, che nella scuola sono tanti i docenti che magari manifestano sintomi come i miei o ancor più gravi e, poichè non li riconoscono, continuano ad insegnare, pensando che i problemi si risolvano da soli, magari soltanto grazie all’ottenimento di un semplice certificato medico. Ho pertanto lavorato su me stessa ed ora credo fermamente di essere pronta per rientrare in classe, ma non come prima, piuttosto come una “persona nuova”.

Vorrei sapere la sua opinione in merito.

Gentile Roberta,

davvero un sentito grazie per la splendida testimonianza assai ricca di spunti. Spero non me ne vorrà se riprenderò alcuni passaggi che possono essere certo utili a quella folta schiera di docenti che non sanno riconoscere, né vogliono ammettere, di essere affetti dal disagio mentale professionale (DMP). Cercherò di seguire il suo ordine narrativo.

1) Lei scrive a proposito del suo malessere: “Non so cosa abbia influito”. Ed è questo infatti il primo nemico da debellare: l’ignoranza. Gli stereotipi sugli insegnanti non affliggono solo “gli altri”, ma gli stessi docenti che non conoscono i rischi professionali tipici delle helping profession. Siamo inoltre così assorti dagli affanni della vita quotidiana da non capire cosa ci fa stare male. In altre parole siamo quasi assuefatti a un disagio di cui ci accorgiamo solo quando diventa intollerabile all’organismo, che reagisce attraverso le ben note somatizzazioni. Si tratta di una dinamica piuttosto comune e più volte collaudata.

2) Altro spunto importante lo fornisce sostenendo che “Stavo male a casa e nella scuola”. E’ un’altra grande verità che sta a significare che il malessere non è dovuto all’ambiente (professionale o casalingo) ma è in noi. Questo serva a far riflettere coloro i quali credono di risolvere i propri problemi con un semplice trasferimento di sede.

3) Il nostro corpo tollera il disagio fino a un certo punto (ecco perché dobbiamo imparare ad ascoltarlo) poi, raggiunta la crisi, parla esplicitamente attraverso le somatizzazioni. Esattamente come ha fatto con lei.

4) E’ assai importante, nel momento del bisogno, disporre di un dirigente comprensivo e preparato sugli strumenti coi quali si affronta il DMP. Primo fra tutti è l’accertamento medico in Collegio Medico di Verifica (CMV), sia esso a richiesta del lavoratore, sia esso d’ufficio. Purtroppo oggi vi è totale ignoranza in proposito: insegnanti e dirigenti non conoscono l’accertamento medico ma, quel che più è grave, è il fatto che l’art. 37 del DL 81/08, che prevede la formazione del lavoratore sull’argomento, viene sistematicamente ignorato.

5) Un errore tipico della persona in crisi è quello di “non confidarsi con nessuno”. La “non condivisione” dei problemi è infatti annoverata tra le cosiddette “reazioni di adattamento negative”. Il chiudersi a riccio diviene spontaneo soprattutto se, allo stereotipo sull’insegnante (che lavora poco), si somma lo stigma tipico della patologia mentale.

6) La situazione diviene poi insostenibile quando “mio marito mi chiede addirittura se sono matta”. Ricordo bene quando nel 2005, dopo la presentazione del mio primo libro dal titolo “Scuola di Follia”, un’insegnante corse da me urlando che avrebbe comprato il testo per quell’incredulo di suo marito. Questa è la realtà dalla quale si parte: nemmeno la persona che mi vive accanto riesce a capirmi. Ma ancora peggio è quando l’insegnante, oberato/a da stereotipi e stigma, resta isolato e nel disorientamento più assoluti.

7) “Io dopo questo distacco mi sono curata”. Questa decisione ha rappresentato il punto di svolta della sua storia. Purtroppo sono ancora pochi coloro che trovano la forza di rialzarsi per ricostruire la propria vita professionale, con slancio ed entusiasmo, trasformando la sofferenza personale in esperienza per la fortificazione di se stessi. Il più delle volte ho osservato docenti che dopo una inidoneità temporaneasono tornati ad insegnare: ricordo solo insuccessi e ricadute a seguito di ciò. Nel suo caso tuttavia nutro la speranza che questo non accada perché scrive che tornerà a insegnare come “persona nuova”. Quella “vecchia” – in base alla mia esperienza – sarebbe assai probabilmente andata incontro a fallimento.

Storie come la sua restituiscono fiducia e se solo l’avessi ricevuta un paio di mesi fa, l’avrei inserita volentieri nel mio ultimo libro “Pazzi per la Scuola” (Alpes Italia edizioni): sarà per il prossimo.

In bocca al lupo e faccia leggere queste righe a … suo marito (cui vanno i miei saluti).

www.facebook.com/vittoriolodolo

* Nomi, luoghi, tempi e alcuni dati del caso trattato sono contraffatti, pur mantenendo inalterato il valore della testimonianza, al fine di tutelare la privacy delle persone. 

Non c’è ‘buona scuola’ se gli insegnanti non sono in salute

Per l’ennesima volta Renzi ha detto di scrivergli ciò che abbiamo da dirgli sulla riforma della scuola. E io – che già lo avevo fatto – replico.Gent.mo PdC Matteo Renzi,non ci può essere Buona Scuola se gli insegnanti non sono in salute. 

Per l’ennesima volta Renzi ha detto di scrivergli ciò che abbiamo da dirgli sulla riforma della scuola. E io – che già lo avevo fatto – replico.Gent.mo PdC Matteo Renzi,non ci può essere Buona Scuola se gli insegnanti non sono in salute. 

Gent.mo PdC Matteo Renzi,

Da anni cerco, attraverso le pubblicazioni su La Medicina del Lavoro (N°5/2004 e N°3/2009 etc), di fare presente la questione. Francia e UK hanno raccolto i dati e si sono accorte che quella dei docenti è la categoria a più alto rischio suicidario. In Francia l’insegnante ha uno psichiatra di riferimento.

E l’Italia cosa fa? Non raccoglie dati nazionali sui docenti ma attua riforme previdenziali senza valutare le condizioni di salute della categoria, in barba all’art.28 del DL 81/08 (che tra l’altro prevede la prevenzione dello stress lavoro correlato che – guarda un po’ – non è stato finanziato con un solo euro). Non è quindi un caso se le diagnosi di inidoneità all’insegnamento sono all’80% di natura psichiatrica, mentre le laringiti croniche – per le quali paradossalmente si riconosce la causa di servizio a differenza delle precedenti – sono 5 volte meno frequenti.

Abbiamo inoltre un corpo docente più che maturo (51 anni di età media) e all’82% costituito da donne (che in quel periodo sono fisiologicamente in menopausa e dunque esposte a un rischio di depressione quintuplicato rispetto alla fase fertile). Tutto ciò è bellamente ignorato, sommersi come siamo da stereotipi sugli insegnanti (a proposito, come medico non posso che riconoscere che le ferie per loro rappresentano un necessario periodo di “convalescenza”).

Ci sarebbe poi da parlare della formazione dei dirigenti scolastici, le cui incombenze medico-legali sono tanto numerose quanto a loro stessi sconosciute: le istituzioni infatti non li formano in merito ai loro doveri, né controllano che gli stessi attuino la prevenzione e il monitoraggio dello stress lavoro correlato. Eccoci quindi ad accontentare l’opinione pubblica con qualche articolo su insegnanti che “sclerano” alzando voce e mani sugli alunni, oppure a far leggere del suicidio di qualche docente zelante.

Per queste ragioni ho deciso di attivare per i docenti una pagina (www.facebook.com/vittoriolodolo) dove distribuire i miei studi scientifici ai docenti, nonché gli articoli di cronaca (nera) sui misfatti dei docenti: per far accrescere la consapevolezza dei rischi di un mestiere bello ma usurante, dove la relazione con la (stessa) utenza avviene in modo insistito, per più ore al giorno, tutti i giorni, per 9 mesi all’anno, per cicli di 3/5 anni. Solo in famiglia (altra agenzia educativa) il rapporto è più insistito che nella scuola. E infatti, lì, non mancano i casi di cronaca nera raccapriccianti. Nella scuola questo non è finora accaduto e probabilmente lo dobbiamo a quell’82% di donne che costituiscono il corpo docente.

La donna tende infatti a sfogare la propria rabbia attraverso l’autoaggressività anziché l’eteroaggressività. Ma non è il caso di abusare di questa fortuna, perché l’argine potrebbe improvvisamente cedere. L’attenzione al genere e all’età del lavoratore è peraltro prevista all’art.28 del DL 81/08, ma la donna in Italia non conta, sia essa casalinga sia essa insegnante, in barba all’8 marzo che in fondo è già archiviato. Ci può dunque essere Buona scuola se i docenti stanno male? A lei la risposta, caro PdC.PS e non le ho parlato delle neoplasie che ancora una volta “prediligono” gli insegnanti (quasi tutti tumori al seno per forza di cose) in seguito allo stress cronico che determina un abbassamento delle difese immunitarie.

Insegnanti, salute negata e verità nascoste, 100 storie di Burnout a scuola

100 storie vere, sofferte, vissute che meglio di ogni altra cosa rappresentano un sistema scolastico malpagato, disprezzato, umiliato e troppo spesso illuso da una classe politica affetta da “riformismo” inutile. Il testo si propone di schiacciare i nefasti stereotipi e far conoscere le situazioni reali a docenti e dirigenti per affrontarle con i pochi ma efficaci strumenti a disposizione. Un libro che si pregia di raccogliere i casi di vita scolastica più interessanti offrendo spunti e soluzioni a docenti e dirigenti che, nonostante tutto, sono chiamati a remare nella stessa direzione.

Resta la speranza che la lettura del testo faccia comprendere – anche a genitori e medici – l’importanza di una scuola sana sulla cui cima è posto il regista che i latini sapientemente chiamavano magister. Siamo all’alba del terzo millennio ma ancora oggi non sono state riconosciute ufficialmente le malattie professionali degli insegnanti. Eppure, gli studi a disposizione ci dicono che le cause di inidoneità all’insegnamento presentano diagnosi psichiatriche nell’80% dei casi, con un’incidenza 5 volte maggiore rispetto alle comprensibili disfonie. In Europa, noi italiani, siamo poi gli unici a non presentare risultati di studi su base nazionale, pur disponendo di dati completi presso l’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze (MEF) che, da oltre tre anni, si rifiuta di metterli a disposizione di Università e sindacati. Un semplice incontro operativo MIUR-MEF sbloccherebbe la situazione e avremmo in pochi mesi il riconoscimento ufficiale delle malattie professionali della categoria permettendo l’attivazione di un serio programma di prevenzione basato su diagnosi collegiali e non su termini equivoci di nessun valore medico quali burnout, rischi psicosociali, stress lavoro correlato”. Nonostante ciò il DL 81/08 (Testo Unico sulla tutela della salute dei lavoratori) nelle scuole non è mai stato finanziato con un solo euro, lasciando lettera morta l’indispensabile prevenzione di legge delle malattie professionali.

La salute dei lavoratori è sempre stata all’origine della ragione di nascita del sindacato ma forse siamo tutti caduti nell’errore di considerare usuranti solamente i lavori fisici (miniere, altoforni, catene di montaggio, fabbriche) trascurando quelli psichicamente usuranti nonostante queste abbiano un’incidenza 5 volte maggiore. L’83% del corpo docente è donna con un’età media di 50 anni con ciò che questo comporta: quintuplicazione dell’esposizione al rischio depressivo in periodo perimenopausale oltre alla professione psicofisicamente usurante.

Nelle azioni di governo si ricade troppo spesso nel solito errore di voler riformare le pensioni “al buio”, cioè senza considerare variabili fondamentali quali età anagrafica, anzianità di servizio e malattie professionali. Queste ultime invece dipendono direttamente dall’anzianità di servizio che comporta un aumento progressivo dell’altissima usura psicofisica del docente che è stata riconosciuta parimenti alta in tutti i livelli d’insegnamento. Nel giro di 20 anni (1992-2012) siamo passati dalle insostenibili baby-pensioni agli intollerabili 67 anni della Monti-Fornero. Restare in cattedra oltre i 60 anni, alle condizioni odierne, appare davvero incompatibile con l’attuale condizione di salute dei docenti. Prorogare un simile sistema di maestre-nonne equivale a calpestare l’art.28 del DL 81/08 che esige la tutela della salute del lavoratore commisurato a genere ed età del lavoratore.

Di questi tempi diviene sempre più caldo il fronte dei Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) che sembrano essere strettamente collegati all’elevata anzianità di servizio (56,4 anni di età con anzianità di servizio media > dei 30) che si riflette negativamente sull’usura psicofisica dell’insegnante. Non passa oramai giorno in cui non si annunciano casi di PMS di alunni da parte delle maestre, scatenando l’opinione pubblica in sterili dibattiti sul posizionamento o meno di telecamere che non rappresentano una vera soluzione.

La responsabilità dell’incolumità degli alunni rientra di diritto tra le incombenze medico-legali dei dirigenti scolastici che dovrebbero gestire tali situazioni senza dover scomodare Forze dell’Ordine, magistrati, avvocati e periti ingolfando ulteriormente il sistema giudiziario. Non è altresì tollerabile l’altissimo numero di aggressioni fisiche e verbali di docenti da parte di genitori e/o studenti.

Anche per queste ragioni, oltre che per il fenomeno dei PMS occorre la costituzione immediata di un tavolo interministeriale MIUR-MGG (Ministero di Grazia e Giustizia) per affrontare con criterio le suddette emergenze. Per dirla in una frase: la salute professionale è il punto critico del sistema scuola perché la miglior garanzia per l’incolumità e la crescita degli alunni passa attraverso la tutela della salute degli insegnanti.

Insegnanti, salute negata e verità nascoste

A 9 anni dalla stesura di “Pazzi per la Scuola” esce un nuovo volume di Vittorio Lodolo D’Oria noto come “il medico degli insegnanti”. Nel nuovo libro (“Insegnanti, salute negata e verità nascoste”) l’autore racconta, attraverso le storie degli insegnanti, il fallimento istituzionale nel riconoscere le malattie professionali della categoria e nel non tutelare la stessa attraverso attività di prevenzione mirate. Nel frattempo, oltre allo scontro genitori-insegnanti, ecco comparire un’altra piaga quale quella dei presunti maltrattamenti degli alunni da parte delle loro maestre. Ma veramente non c’è scampo per questa scuola ammalata? Secondo l’autore la risposta risiede proprio nella tutela della salute dei docenti che potranno così continuare a garantire una scuola sicura e di ottimo livello. Tutto passa necessariamente prima dal riconoscimento delle patologie professionali, quindi da un’adeguata prevenzione e infine dalla cancellazione degli stereotipi sulla classe docente