Monthly Archive: Gennaio 2019

Presunti maltrattamenti a scuola: un vademecum per affrontarli

Il rapporto tra le due agenzie educative, scuola e famiglia, entra ulteriormente in crisi e la crescita delle nuove generazioni diviene ancor più problematica. Se nel passato le famiglie tendevano a dare sempre ragione agli insegnanti, i genitori di oggi appaiono sempre più come i sindacalisti dei propri figli, giustificandone ogni azione. D’altro canto le nostre maestre sono divenute le più vecchie d’Europa con le quattro riforme previdenziali degli ultimi vent’anni (1992-2012) e sono, in gran parte, maestre-nonne che seguono fino a 29 bambini cadauna e sono schiantate dall’usura psicofisica della helping profession per eccellenza. Fin qui i cambiamenti sociologici con famiglie sfasciate, alunni multietnici, scuola inclusiva, madri iperprotettive, bimbi “onnipotenti” e insegnanti stremati.P

Stanno tuttavia diventando oltremodo numerose le denunce di presunti maltrattamenti da parte delle maestre a danno dei propri alunni. Un fenomeno che, esploso negli ultimi 4-5 anni, supera oggi di gran lunga i 100 casi all’anno, senza peraltro vedere la fine. È altresì vero e inconfutabile che la scuola resta un ambiente protetto, proprio in virtù delle tante presenze che operano al suo interno (maestri, colleghi, collaboratori scolastici, dirigente, vicari, ATA). Trattasi dunque di ambiente certamente più sicuro rispetto alle mura domestiche ove hanno luogo – come insegna la cronaca quotidiana – i veri fatti di sangue. Quando peraltro si verifica nella scuola un episodio grave con ferite o altre lesioni di sorta, avviene sempre a danno del docente (si ricordi pochi mesi fa l’insegnante accoltellata in volto da un suo studente).

Nell’affrontare il fenomeno dei presunti maltrattamenti di piccoli alunni a scuola (ambiente affatto diverso da case di cura e ambienti di lungodegenza che pertanto non consideriamo nel modo più assoluto in questa trattazione) dovremo porci alcune domande prima di azzardare risposte che non siano semplicemente emotive. Tra le molte considerazioni dobbiamo anche ammettere che a fare le spese del fenomeno, oltre ai bambini quando realmente maltrattati, sono le maestre su cui si abbatte impietoso l’ignobile sospetto, la gogna mediatica infine la sentenza popolare di una condanna senza appello.

Cominciamo ora ad affrontare fattivamente il fenomeno dei presunti maltrattamenti a scuola superando soluzioni spicce (telecamere) e “forcaiole” (inasprimento delle pene), che vanno per la maggiore ma lasciano irrisolto il problema come dimostra la sua crescita esponenziale. L’ampio risalto che i massmedia danno all’argomento risiede nel fatto che la notizia di “bimbi maltrattati” stimola nel pubblico quell’innato senso di giustizia che ciascuno di noi possiede ed è convinto di detenere presuntuosamente in maniera esclusiva, ergendosi a unico paladino difensore dei deboli. A smitizzare questo nostro senso di pseudoeroismo autocentrato vale la pena ricordare che gli stessi detenuti di un qualsivoglia carcere ritengono i delitti sui bimbi talmente deprecabili da non volere condividere la cella con chi li commette. Tornando al cuore del problema e per affrontarlo compiutamente, ricorrerò a un particolare metodo. Mi porrò alcune domande, cui darò altrettante risposte, col preciso intento di tracciare un percorso logico che delinei soluzioni operative reali e non improduttivi slogan suscitati da emozioni estemporanee. Subito dopo prospetterò la soluzione ragionata.

Domande introduttive al fenomeno dei presunti maltrattamenti

  1. Chi è responsabile dell’incolumità della piccola utenza nella scuola? Il dirigente scolastico
  2. Quali strumenti tra gli altri possiede il dirigente scolastico per gestire il personale docente? Procedimenti disciplinari e sanzioni di diversa natura che vanno dal richiamo fino alla sospensione cautelare.
  3. Qualora l’origine delle violenze al minore fosse verosimilmente imputabile a turbe psichiche del docente, il dirigente scolastico ha la facoltà di richiedere per il docente stesso un accertamento medico d’ufficio in Collegio Medico di Verifica attuando, se del caso, l’immediata sospensione cautelare in attesa della visita collegiale? Certamente. Si ricordi in proposito che l’80% delle malattie professionali dei docenti sono di tipo psichiatrico a causa della forte usura psicofisica che comporta questa helping profession.
  4. A chi ci si deve pertanto rivolgere nel caso di presunti maltrattamenti in una scuola? Il principale interlocutore è sempre e comunque il dirigente scolastico che è chiamato ad assumere tutte le iniziative utili a scongiurare un qualsiasi danno psicofisico ai minori ripristinando la normalità nell’ambiente scolastico.
  5. Conviene ai genitori bypassare il dirigente scolastico e correre a denunciare un presunto episodio di maltrattamenti all’Autorità Giudiziaria? A meno che non si tratti di un fatto estremamente grave (ma ad oggi non se ne sono avuti nei confronti di minori, semmai solo di docenti come prima riportato) non ha senso per almeno due motivi: a) i tempi lunghi che necessariamente richiedono le indagini, mentre il dirigente può intervenire immediatamente con una sospensione cautelare del docente; b) si rischia di lasciare il bimbo esposto a eventuali maltrattamenti per la durata delle indagini con l’unico risultato di aggravare il danno psicofisico nel minore. Discorso a parte andrebbe poi fatto considerando anche l’entità delle risorse impiegate in caso di ricorso all’Autorità Giudiziaria, che viene inoltre distratta dall’impiego in settori assai più delicati. Si consideri da ultimo il disservizio arrecato nel contribuire all’ulteriore ingolfamento dei tribunali.
  6. Gli agenti presso cui viene sporta la denuncia di presunti maltrattamenti (Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Vigili etc) conoscono il sistema scolastico e le modalità operative cui è soggetto? Per tutte le Forze dell’Ordine la scuola rappresenta un pianeta inesplorato nel quale è facile perdersi e dunque tutti gli inquirenti vanno necessariamente orientati da addetti ai lavori. Valga su tutto come prova il fatto che di centinaia processi avviati per i presunti maltrattamenti, solamente in pochissimi procedimenti è stato chiamato a rispondere dell’episodio il dirigente scolastico che ha invece, per legge, la duplice incombenza medico-legale di tutelare l’incolumità della piccola utenza e salvaguardare la salute dei docenti.
  7. Sono idonei i metodi d’indagine adottati dall’Autorità Giudiziaria per fare le indagini nelle scuole? Più volte mi sono espresso negativamente a questo riguardo (rimando perciò ai miei numerosi articoli in proposito) poiché la decontestualizzazione delle scene videoriprese di nascosto; l’assemblaggio di trailer a effetto e appositamente selezionati; la drammatizzazione della trascrizione delle immagini da parte di non addetti ai lavori; il rischio di interpretare ogni singolo intervento come “violenta percossa”; il fraintendere un semplice atto di contenimento di un disabile per pura violenza fisica, falsano inevitabilmente il giudizio finale aggravandolo oltre ogni realtà fattuale. Non va infine dimenticato che le denunce provengono da racconti di un’utenza piccolissima di cui deve essere necessariamente valutata l’attendibilità, resa ancora più fragile dal racconto filtrato dalla narrazione genitoriale fisiologicamente caratterizzata da un forte coinvolgimento emotivo. Per dirla in breve, assai difficilmente, una bravissima maestra uscirebbe indenne da un’indagine svolta coi suddetti metodi.

La proposta a MIUR e MGG

Se dunque, per molti, è proprio necessario che Autorità Giudiziaria e Forze dell’Ordine intervengano a ristabilire le storture nella scuola, almeno forniamo loro le necessarie conoscenze gestionali e le relative dinamiche per sapere come, quando, e soprattutto se, è veramente necessario intervenire. A questo proposito è inoltre da sottolineare quanto stupefacente sia il silenzio di MIUR e MGG (Ministero di Grazia e Giustizia) che non hanno neanche ravvisato la necessità di istituire almeno un tavolo interistituzionale per affrontare il duplice fenomeno dei maltrattamenti nei confronti della piccola utenza così come quello delle violenze sui docenti.

Abbiamo affermato che tra le inderogabili incombenze del dirigente scolastico, ed eventualmente dei suoi collaboratori, se delegati, rientra la tutela dell’incolumità dei bambini. Ma se tutto ha funzionato bene fino a 5 anni fa, cosa è andato storto nell’ultimo lustro? Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima capire chi sporge, a torto o a ragione, la denuncia presso l’Autorità Giudiziaria e vedere se sono possibili e necessari opportuni interventi. Costoro sono tipicamente i genitori degli alunni all’insaputa del dirigente stesso, oppure i colleghi insegnanti magari all’insaputa del preside, infine può essere il dirigente scolastico medesimo. Cominciamo col dire che, a meno di un reato grave da segnalare d’ufficio, il dirigente deve essere in grado di saper gestire in proprio i modi perentori, severi, fisici, sbrigativi o intimidatori di una sua insegnante, ricorrendo eventualmente, in casi estremi, fino alla sospensione cautelare ovvero alla richiesta di accertamento medico d’ufficio qualora vi fosse anche il minimo sospetto di un problema di natura psichica. Qualora invece fossero le colleghe o i genitori a sporgere direttamente denuncia all’Autorità Giudiziaria, dovrebbe essere proprio quest’ultima a interpellare il dirigente chiedendogli conto di eventuali notizie in merito ai presunti episodi di violenza e ai suoi interventi per scongiurarli. Così facendo si eviterebbero lunghe, inutili, costose e talvolta “infamanti” indagini.

Per facilitare il difficile compito all’Autorità Giudiziaria, che assai poco conosce il sistema scolastico, tracciamo ora un vademecum operativo con domande ispirate alla normativa scolastica vigente, appositamente studiate secondo il diverso soggetto denunciante il maltrattamento (genitore, collega, dirigente). Le risposte alle domande, declinate secondo i diversi ruoli dei denuncianti, possono essere d’estremo aiuto per risolvere nel modo più veloce, conveniente e “sussidiario” il problema esposto. L’utilizzo dello strumento proposto consentirà più consapevolmente all’Autorità Giudiziaria di decidere se, quando e come riterrà opportuno e indispensabile avviare le indagini in ambito scolastico.

Caso A: il denunciante è il genitore di un alunno.

Oltre a farsi raccontare dettagliatamente il caso, i testimoni, la tempistica, l’abitualità, la frequenza, le conseguenze fisiche e psicologiche con le eventuali certificazioni mediche di lesioni del Pronto Soccorso o dello specialista di turno, le eventuali disabilità dell’alunno certificate con scheda tecnica, l’Autorità Giudiziaria potrà subito porre al genitore denunciante una serie ulteriore di domande atte a circostanziare meglio il caso.

  1. La maestra è sempre stata violenta o è cambiata nel tempo? Trattasi di indole malvagia o repentino cambio d’umore e atteggiamento verso l’utenza?
  2. È l’unica a essere violenta oppure vi sono altre insegnanti che si comportano allo stesso modo?
  3. Si accanisce su un solo bambino o prende di mira tutti indistintamente?
  4. Si comporta violentemente per un preciso motivo (es. per redarguire, richiamare, sgridare) o immotivatamente?
  5. Il clima d’aula è sereno? Farsi dire se vi sono episodi di pianto e specificare se il pianto è singolo, di gruppo (solo alcuni alunni) o collettivo (l’esperienza clinica insegna che il pianto di tutta la classe è raro e finora riscontrato in un paio di circostanze documentate con docente affetto da forme psicotiche evidenti e conclamate). Tali episodi devono tuttavia essere accreditati dalla presenza di testimoni (genitori, maestre, collaboratori scolastici etc).
  6. Quali sono le caratteristiche oggettive della maestra denunciata? (Età anagrafica, anzianità di servizio, anni trascorsi nella scuola, nuova arrivata, di ruolo, precaria etc)
  7. Vi sono stati alterchi e discussioni tra genitore denunciante e maestra? Descrivere tempi, motivi e circostanze.
  8. La denuncia è sporta da uno-due genitori oppure da un gruppo più consistente?
  9. Le maestre in compresenza o di sostegno sono a conoscenza dei maltrattamenti?
  10. Vi è accordo tra le maestre del team e della scuola in genere?
  11. Vi è collaborazione tra maestra sospettata, ATA e collaboratori scolastici?
  12. Vi sono problemi in famiglia (separazioni, lutti, malattie o altri eventi) di potenziale turbamento per il presunto bambino maltrattato?
  13. È già stata affrontata la questione direttamente con la maestra (colloquio verbalizzato con dirigente o altri testimoni)?
  14. È già stato presentato per iscritto l’intero problema al dirigente scolastico verbalizzando l’incontro?
  15. Quali provvedimenti e contromisure (sanzioni, affiancamenti, sospensione etc) ha eventualmente assunto il dirigente scolastico? Hanno avuto esito positivo? Se sì, dopo quanto tempo?
  16. Si sono ripetuti ulteriori maltrattamenti dopo l’intervento del dirigente scolastico? Ne è stata data comunicazione ufficiale al dirigente medesimo per iscritto?

Caso B: il denunciante è un/una collega insegnante

Di fronte a questa eventualità, la prima domanda che l’inquirente deve porre all’interlocutore è:

a) “Perché non si è rivolto direttamente al suo diretto superiore e cioè al dirigente scolastico che ha per legge l’onere di tutelare l’incolumità dell’utenza nell’ambiente scolastico?”.

b) È lei l’unica a denunciare gli episodi in questione o vi sono altre colleghe firmatarie?

c) Ha assistito ai fatti di persona o glieli hanno raccontati/riportati?

d) Ne ha parlato con le sue colleghe?

e) L’ambiente di lavoro è caratterizzato da un clima di accordo o di litigiosità tra colleghi?

f) Vi è collaborazione e accordo tra docenti, ATA, collaboratori scolastici oppure vi sono evidenti contrasti?

g) Vi è collaborazione e solidarietà con le maestre di sostegno eventualmente presenti nel team?

h) Sono stati i genitori ad averle raccontato dei maltrattamenti? Si è trattato di un singolo genitore o si sono lamentati in gruppo?

i) Il genitore (o i genitori) denunciante ha affrontato la questione direttamente con la maestra in causa in presenza di testimoni?

l) Il dirigente scolastico è al corrente della situazione? Esiste un verbale dell’incontro sul problema?

m) Quali atti e iniziative ha eventualmente intrapreso il dirigente a seguito dei fatti denunciati?

n) Vi sono state lamentele scritte da parte di genitori al dirigente nei confronti della maestra?

o) Quanto tempo è intercorso tra la denuncia al dirigente e l’assunzione di eventuali provvedimenti?

p) Hanno avuto un qualche effetto o riscontro gli eventuali provvedimenti assunti dal dirigente?

q) Perché ha deciso di recarsi direttamente da noi a sporgere denuncia bypassando il dirigente e a sua insaputa?

Caso C: il denunciante è il dirigente scolastico

In questa terza ipotesi le domande da porre al denunciante sono affatto diverse a fronte delle specifiche responsabilità medico-legali che il dirigente scolastico detiene nel tutelare sicurezza, salute, incolumità dell’utenza e dei lavoratori. Apprezzati i fatti e le circostanze denunciati come nelle precedenti due ipotesi, andrebbero rivolti al dirigente i seguenti quesiti.

  1. Lei sa di essere, per legge, il primo responsabile della incolumità dell’utenza e della salute dei lavoratori (DL 81/08)?
  2. Lei è a conoscenza che la denuncia che oggi intende presentare non la solleva dalle sue responsabilità ma equivale ad ammettere la necessità dell’intervento dell’Autorità Giudiziaria, per la gravità dei fatti ovvero per la sua incapacità a venirne a capo in autonomia con gli strumenti che il Capo d’Istituto ha per legge a sua disposizione?
  3. Da quanti anni svolge la funzione di dirigente scolastico e da quanto tempo gestisce questa scuola?
  4. Da quanti anni presta servizio nella sua scuola (età e anzianità di servizio) la maestra sospettata?
  5. Di che natura sono i rapporti (cordiali, collaborativi, contrastivi…) che intercorrono tra lei e la maestra? Che cadenza temporale hanno e da quanto tempo datano?
  6. Vi sono stati repentini cambi di umore e atteggiamento nei rapporti interpersonali tra lei, la maestra o il restante personale scolastico?
  7. I fatti oggetto di denuncia le sono stati raccontati/riportati da terzi o li ha visti/vissuti in prima persona?
  8. La maestra in questione è di ruolo, in prova, precaria o supplente?
  9. Qual è l’anzianità di servizio della maestra?
  10. Quanti trasferimenti ha subito la maestra nella sua carriera professionale?
  11. Alcuni dei suddetti trasferimenti hanno avuto luogo con la notoria formula di “trasferimento per incompatibilità ambientale”?
  12. Di quanti alunni e come è composta la classe della maestra? (presenze, ADHD, DSA, BES, nazionalità etc)?
  13. Vi sono state sanzioni disciplinari pregresse (eventualmente segnalarne la motivazione)?
  14. Quante assenze per malattie ha avuto la maestra nell’ultimo triennio (periodo di comporto)?
  15. Vi sono certificazioni mediche nel suo fascicolo personale che lasciano pensare a un problema medico di natura psicofisica?
  16. È mai stata sottoposta la maestra ad Accertamento Medico d’Ufficio o a richiesta in Collegio Medico di Verifica? (se sì, chiedere Giudizio Medico Legale espresso nel verbale)
  17. Ha mai ricevuto, la dirigente, lamentele di genitori sulla maestra per iscritto?
  18. Ha mai ricevuto, la dirigente, lamentele di colleghi o ATA sulla maestra per iscritto?
  19. Quali controlli ha effettuato e quali iniziative ha eventualmente assunto il dirigente sulla base dei fatti segnalati od osservati direttamente?
  20. Quali incontri, iniziative o contromisure ha adottato il dirigente per appianare problemi o vertenze?
  21. Ha, il dirigente, eventualmente attivato, in altre circostanze, richiesta di Accertamento Medico d’Ufficio in CMV per un presunto o potenziale problema medico-sanitario alla base della questione (burnout-Stress Lavoro Correlato)?
  22. Ha realizzato, il dirigente, nella scuola i piani di legge sul monitoraggio e la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato tenendo conto del genere e dell’età del lavoratore (art.28 DL81/08)?
  23. Ha adottato, il dirigente, eventuali sanzioni disciplinari nei confronti della maestra in altre occasioni (specificare il tipo ed enunciarle tutte)?
  24. Il dirigente ritiene di non poter risolvere la questione coi mezzi a sua disposizione ritenendo a tutti gli effetti necessario, improcrastinabile e indispensabile l’intervento dell’Autorità Giudiziaria?

Conclusione

Alveo naturale per la risoluzione dei problemi della scuola è, a parere di chi scrive, la scuola stessa che ne possiede tutti gli strumenti come dimostra il recente passato fino a cinque anni fa. Qualora si dovesse rendere indispensabile, in casi particolari ed eccezionali, l’intervento dell’Autorità Giudiziaria con l’ausilio delle Forze dell’Ordine, la conoscenza dell’ambiente scolastico con le relative dinamiche non può che rivelarsi utile strumento per portare a soluzione quelle rare situazioni che il dirigente scolastico potrebbe non avere il modo di affrontare e risolvere. Questo vademecum si è dato l’ambizioso obiettivo per contribuire ad appianare un problema che chiede di essere risolto subito nell’interesse di scuola, famiglia e società tutta.

Maltrattamenti a scuola: un nuovo spiraglio dal Procuratore Capo d’Isernia?

M

Gli episodi di “presunti maltrattamenti” a scuola sono quasi quotidiani ma non riusciamo ad assuefarci perché riguardano bimbi piccoli e indifesi. Ci fanno talvolta perdere l’obiettività necessaria ad analizzare un fenomeno in prepotente crescita che, per fortuna, non ha fatto ancora registrare fatti gravi (come quelli che avvengono dentro alle mura domestiche) limitandosi a scappellotti, strattonamenti, schiaffi etc. Ma l’indignazione, esprimendosi in gogna mediatica, processi pubblici sommari e insulti alle maestre inquisite, non arriva a proporre soluzioni di sorta se non proposte demagogiche quali l’installazione di telecamere (che ricordiamo essere una prevenzione secondaria e non primaria) e l’inasprimento delle pene come deterrente. Dunque occorre l’analisi che nessuno sembra voler fare. Il MIUR? Silenzio assoluto. Il Ministero di Grazia e Giustizia (MGG)? Nonostante le centinaia di processi incardinati, nemmeno una riflessione sul fenomeno nel suo complesso. Un tavolo interministeriale MIUR-MGG? Inimmaginabile. Una proposta di riflessione sulla questione da parte delle parti sociali? Solo timidi cenni da parte di Anief e Gilda e silenzio assoluto dai sindacati più rappresentativi. In compenso vi è la politica, che si riempie la bocca di telecamere (dannose, dispendiose e inutili) per le quali non vi sono nemmeno i soldi. Avendo avuto prima cura di mescolare tutto in un unico calderone quasi fossero la stessa cosa: il pubblico col privato, gli asili con i reparti di lungodegenza, le residenze per anziani con i nidi e via discorrendo. Insomma una grande insalata russa che continua a montare col solo risultato di vedere le Forze dell’Ordine a spiare maestre e sperperare ingenti risorse pubbliche in attività d’indagine quanto meno dai metodi discutibili (vedi precedenti articoli) col conseguente intasamento dei tribunali.

Dopo questa sconsolata ma necessaria premessa cerchiamo di vedere se ci può essere qualche segnale di inversione di rotta. Questo per fortuna ci viene dalle parole del Procuratore Capo d’Isernia Carlo Fucci che, in conferenza stampa, ha presentato l’ultimo caso in ordine di tempo di “presunti maltrattamenti” a Venafro (IS), cercando di darsi una spiegazione del fenomeno anziché lasciarsi alla facile condanna degli episodi e delle insegnanti. Vediamo le affermazioni rilasciate all’ANSA in conferenza stampa venerdì 18 gennaio commentandole attentamente una ad una.

CF: “Il rapporto con i bambini di quell’età richiede una preparazione che non può essere affidata soltanto alla capacità della ‘buona madre di famiglia’, serve altro e questo è ormai un dato certo. Riqualificazione del personale e piani di decompressione, perché il rapporto con i bambini può creare problemi alle insegnanti. È comprensibile che, occuparsi ogni giorno di venti bambini con esigenze diverse, può creare momenti di ‘sfasamento’ dell’insegnante”.

Riflessione: il procuratore capo non punta subito il dito sul misfatto ma va alla ricerca delle cause. Pur non essendo uomo di scuola né tantomeno buona madre di famiglia, afferma senza alcuna titubanza che il rapporto con tanti bambini prescolari (fino a 29 dice la legge) necessita di professionalità qualificata e decompressione perché soggetto a “sfasamento” (noi lo chiamiamo burnout).

CF: “Forse servono più maestre, occorre prevedere interruzioni nel rapporto: ma questo rientra nelle competenze della pubblica istruzione.”

Riflessione: Fucci poi si avventura nello spinoso terreno delle proposte. Forse occorrono più maestre, un minore numero di alunni per insegnante, pause di lavoro… ma tutto ciò rientra nelle competenze del MIUR e il procuratore capo capisce di aver già detto troppo, magari sconfinando in un terreno che non gli è proprio.

CF: “Si può anche parlare di telecamere, che naturalmente necessita di un intervento normativo, ma è necessaria una maggiore prevenzione. Quando interveniamo lo facciamo su un dato patologico, quindi c’è repressione che al contempo ha una finalità preventiva. Un fenomeno che non può essere eliminato a livello generale, ma può essere ridotto di molto”.

Riflessione: La questione delle telecamere viene rimandata correttamente da Fucci al dibattito parlamentare che ha luogo in questi giorni, senza però dimenticare che possono rappresentare un aiuto ma non certamente la soluzione. Le videoregistrazioni altro non sono – ricorda il Procuratore Capo d’Isernia – uno strumento di prevenzione secondaria e al massimo un deterrente.

CF: “I presunti maltrattamenti a scuola sono una questione che va affrontata, probabilmente, a livello nazionale”.

Riflessione: È questa l’affermazione che, seppur più corta, ci offre maggiore speranza. Sembra un’affermazione banale ma non lo è affatto. Oltre 200 casi di presunti maltrattamenti dal Piemonte alla Sicilia, dal Veneto al Molise, dalle Marche alla Calabria, passando attraverso tutte le altre Regioni fino a Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. È veramente un problema nazionale. Ma in realtà il problema è doppio, se non addirittura triplo. Riguarda infatti la tutela dell’incolumità degli alunni, quindi i metodi d’indagine adottati per le inchieste, infine la proposta risolutiva vera e propria che MIUR e MGG sono chiamati a condividere uscendo dal loro torpore. Se l’intervento di Fucci è il benvenuto, non ci si dimentichi delle centinaia di processi che hanno evidenziato incontestabili problemi nei metodi d’indagine adottati dall’Autorità Giudiziaria nella scuola: inquirenti non addetti ai lavori che nulla sanno di insegnamento, educazione e sostegno, decontestualizzazione delle immagini, estrapolazioni di trailer selezionati ad arte, drammatizzazione delle trascrizioni, autorizzazione alle videoregistrazioni ad libitum per centinaia di ore (pesca a strascico), atti di contenimento di disabili interpretati per violenze e via discorrendo. Ne danno atto documenti processuali in ogni luogo dove il confronto serrato tra giudici nei tribunali dimostrano quanto inadatti sono nella scuola i metodi usati per perseguire la criminalità. A parlare chiaro in proposito è il principio di diritto della Suprema Corte che recita: “In tema di maltrattamenti il giudice non è chiamato a valutare i singoli episodi in modo parcellizzato ed avulso dal contesto, ma deve valutare se le condotte nel loro insieme realizzino un metodo educativo fondato sulla intimidazione e la violenza… attuata consapevolmente anche per finalità educative astrattamente accettabili” (Cass. Sez. 6 n. 8314 del 25.06.96). È però altrettanto assurdo pretendere che un magistrato veda tutte le centinaia d’ore di videoregistrazione effettuate: quanto costerebbe all’erario dello Stato e quanto ulteriormente si ingolferebbe il nostro sistema giudiziario? Ma in qualche modo la cosa va risolta. Come possiamo dar torto al seguente Tribunale del Riesame che, visionati i filmati di un presunto maltrattamento, sospende sapientemente l’interdizione dall’insegnamento di una maestra perché ritiene che:

  • i singoli episodi non possono essere “smembrati” per ricavare dall’esame di ciascuno di essi la sufficiente gravità indiziaria;
  • gli episodi acquistano una diversa valenza se avulsi dal contesto di un’intera giornata di lezione della durata di 5 ore in un contesto quotidiano e mensile
  • le condotte della maestra, lungi dall’integrare il ricorso a sistematiche pratiche di maltrattamento, possono invece ricondursi allo svolgimento dell’attività di docenza
  • l’esame integrale dei filmati induce altresì ad escludere il fumus del reato di abbandono di minori contestato alla maestra
  • Laddove il tono di voce della maestra risulta innegabilmente alterato, va considerata l’episodicità (pochissimi i file audiovideo incriminati rispetto ai quasi 1.000 prodotti)
  • l’esame del materiale non consente di ritenere che la condotta della maestra integri la soglia del penalmente rilevante, connotandosi al più come espressione di discutibili metodi didattici che esauriscono la loro censurabilità in ambito disciplinare.

Conclusione. Un problema spinoso per la scuola (la categoria delle maestre), le famiglie (i bimbi), le istituzioni (MIUR e MGG coi tempi infiniti e i costi) e la politica. Ma la soluzione c’è e non sono né le telecamere, né le Forze dell’Ordine e si chiama “dirigente scolastico”. Smettiamo di sparare alla mosca col cannone e ripensiamo a come funzionavano bene le cose solo cinque anni fa. Non basterebbe semplicemente ripristinarle ricordando che tocca al dirigente scolastico, in quanto datore di lavoro, tutelare l’incolumità dell’utenza e la salute dei lavoratori? Non è in fondo questo il messaggio che ci ha lasciato Fucci? Non smetterò mai di affermare che la scuola è ambiente sicuro e che la miglior tutela dell’incolumità degli alunni passa inevitabilmente attraverso la salute degli insegnanti.

Maltrattamenti a scuola, se per il giudice lo scappellotto diventa percossa

M

Gli episodi di maltrattamenti da parte delle maestre sono riportati da tutti i media con toni esasperati e strumentalmente scandalistici per far vendere più copie di giornali e generare il maggior numero di contatti e visualizzazioni. Così non dovrebbe accadere con le sentenze che non vanno interpretate ma ponderate sulla base di riscontri oggettivi quali le immagini delle telecamere.

Abbiamo ora il privilegio di commentare una recente sentenza relativa a un caso – seguito con attenzione dal sottoscritto – che vede una maestra condannata per maltrattamenti ai suoi alunni. Camufferemo il caso quel tanto che basta per non renderlo riconoscibile senza però alterare nulla della sostanza e, al contempo, cercheremo di comprendere l’essenza di ragionamenti, considerazioni e motivazioni del giudice che ha emesso il verdetto di colpevolezza.

Cominceremo dal fondo, cioè dalla composita sentenza di condanna che dispone nell’ordine, per la maestra: 11 mesi di reclusione; pagamento delle spese processuali; sospensione della pena; nessuna menzione nel casellario giudiziale; immediata cessazione della misura interdittiva all’insegnamento. In altre parole, la docente, seppure ritenuta colpevole, può tornare immediatamente in classe dai suoi alunni e riprendere a esercitare come se nulla fosse successo.

La storia

Tutta la vicenda nasce in settembre quando un bimbo di 3 anni (lo chiameremo Mario) racconta a sua mamma di aver preso “botte sul culetto perché aveva fatto il monello”. La maestra in udienza si era difesa replicando che “non erano botte ma lo aveva fatto sedere perché stava facendo il monello”. Il giudice tuttavia conclude nella sentenza che “con tale affermazione l’imputata ha fornito credibilità al racconto del bambino non avendo negato di avere un’interazione con lui, confermando così lo stato d’animo del bambino che manifestava tristezza”.

Il secondo episodio contestato – a novembre – dal bimbo attraverso la madre, sarebbe consistito ancora una volta in “botte sul culetto del bimbo per disturbo arrecato in classe durante la lezione”. Il giudice stavolta conclude che “l’imputata, pur nulla riferendo circa la sculacciata, non ha comunque negato il rimprovero fatto a Mario, fornendo dunque riscontro a quanto raccontato dal piccolo che ha comunque manifestato una sua emozione negativa, avuta a seguito di un comportamento dell’imputata”.

Il terzo episodio citato dal giudice avviene in dicembre. Il bimbo – racconta ancora la mamma – “viene nuovamente sculacciato dalla maestra perché aveva scarabocchiato la scheda da colorare di un suo compagnetto”.

Vi sono poi altri due episodi, a distanza di un mese l’uno dall’altro e sempre esposti dalla mamma di Mario.In gennaio, quando “la maestra sgrida Mario poiché si mette le mani in bocca dopo averle poggiate per terra e lui ci rimane male” e in febbraio, “quando la maestra aveva distribuito in classe le caramelle solo ai bimbi meritevoli e non agli altri”.

Un ultimo episodio riguarda poi altri bambini, a sottolineare che la maestra non prendeva di mira esclusivamente Mario o un singolo individuo, ma adottava un sistema educativo identico per tutta la classe. Nel video – afferma il giudice nella sentenza – si vede che “Una bimba riceve uno scappellotto ed è sgridata insieme ad altre perché lancia in aria dei giocattoli facendoli cadere per terra: l’imputata si rivolge alle piccole non soltanto percuotendole ma anche con modi perentori, alzando il tono della voce, puntando il dito contro il viso di una bimba, e ottenendo così il risultato voluto, che era quello di far raccogliere le costruzioni da terra per riportarle nel relativo contenitore”.

Il passaggio tuttavia più importante della sentenza è quello in cui il giudice afferma che “gli strattonamenti e gli scappellotti rientrano nel novero delle percosse, mentre nella nozione di maltrattamenti rientrano tutti i fatti che possono manifestarsi anche con violenze capaci di produrre sensazioni dolorose ancorché tali da non lasciare traccia”. Trattasi di interpretazione assai ardita sulla quale tutte le maestre farebbero bene a riflettere nell’esercizio del loro dovere. Se infatti uno scappellotto (di richiamo) viene equiparato a “percossa” dalla giurisprudenza, non è così per la medicina che, solo in caso di “reale” percossa fa registrare i ben noti effetti oggettivi e inconfutabili quali rubor, tumor, dolor, calor e functio lesa. Altrimenti, pure il semplice buffetto vescovile al cresimando potrebbe essere considerato “percossa” con tutto ciò che ne potrebbe conseguire.

Da sottolineare tra l’altro il fatto che, nelle otto settimane di videointercettazioni, non è stato mai documentato dalle telecamere alcun episodio in cui la maestra abbia sculacciato uno o più bambini, nonostante i racconti di Mario e della di lui madre. La circostanza avrebbe dovuto indurre il giudice a ponderare con maggiore cautela la credibilità della donna.

Tra le varie amenità del caso, sfugge infine totalmente la logica del giudice nel rigettare a priori due perizie mediche presentate dalla difesa sul comportamento pedagogico-didattico della maestra, quasi volesse arditamente affermare che nessuna dinamica è sconosciuta a magistrati ed inquirenti in ambito scolastico-educativo.

Riflessioni

Si può discutere sui metodi educativi rigorosi dell’insegnante, ma la realtà dei fatti non cambia. Stando a quanto scrive il giudice nella sentenza, ci troviamo di fronte a una maestra che: si fa ubbidire da tutti e 25 i bimbi allo stesso modo; incentiva i meritevoli; richiama perentoriamente i “monelli” alle loro responsabilità; con i suoi rimproveri non causa in classe alcun pianto né collettivo, né individuale; dosa i richiami al meglio senza distinzione di sorta o preferenza tra i bambini; affronta l’alto stress professionale psicofisicamente usurante con esperienza professionale ultratrentennale nonostante i quasi 60 anni di età. Di converso, la co-protagonista della storia è invece una mamma che asseconda sempre gli umori del figlio facendone un “onnipotente”; assolve tutte le marachelle del pargolo e addossa la colpa della sua mestizia ai rimproveri dell’insegnante. Il giudice tuttavia preferisce dare credito ai racconti della madre, piuttosto che all’esperta maestra, adottando erroneamente, come unico criterio di condotta pedagogica professionale, lo stato d’animo del bimbo risentito e offeso per i giusti e necessari rimproveri.

Gli equivoci nei quali il giudice inciampa sono dovuti verosimilmente al difetto di competenze educative e pedagogiche della giustizia in ambito scolastico. Anche dal punto di vista organizzativo e gestionale i magistrati sembrano poco ferrati nel settore, come dimostra l’esiguo numero di episodi (meno di 1 su 100) in cui chiamano a rispondere dei fatti anche i dirigenti scolastici che, tra le numerose incombenze medico-legali, possiedono proprio quella specifica di vigilare sulle attività di tutela dell’incolumità della piccola utenza.

Conclusione

Educare fino a 29 bambini in una classe di Scuola dell’infanzia richiede dedizione, amore, energia, perizia, attenzione, decisione, risolutezza, rapidità d’intervento, persuasività, capacità di riprendere, correggere e stimolare i bimbi verso una corretta crescita funzionale. Tutte doti che possono certamente non coesistere nello stesso momento, portando a piccole sbavature che, se artatamente amplificate e decontestualizzate, creano mostri inesistenti, utili solo ad alimentare roghi, gogna mediatica e discredito su di una maestra e sull’intera categoria professionale.

Davvero c’è bisogno di ingolfare ulteriormente i tribunali per risolvere un siffatto problema con enorme spesa di denaro pubblico e impiego di Forze dell’Ordine altrimenti impiegabili? La giustizia non sa nulla di scuola/insegnamento/didattica/pedagogia e le telecamere, in mano a non-addetti-ai-lavori, accrescono gli equivoci anziché risolverli. In ambito calcistico, nessuno mai si sognerebbe di affidare la gestione della VAR ad arbitri di pallavolo. Errori addirittura peggiori vengono poi commessi se la suddetta “ignoranza” viene persino negata, inducendo il giudice – come nel caso in esame – a rigettare a priori le perizie medico-pedagogiche della difesa e a dare esclusivo credito alla donna che sbaglia a educare il figlio, piuttosto che ascoltare la consumata maestra capace di condurre un’intera classe.

Continuiamo a ritenere che la giustizia coi suoi metodi (inquirenti a digiuno di scuola, pesca a strascico con le telecamere, composizione di trailer, decontestualizzazione, drammatizzazione delle trascrizioni…) non rappresenti davvero la soluzione a problemi di questo genere. Ma se, dopo tutto, per ipotesi, la maestra condannata fosse stata realmente una “strega che percuote i bambini”, perché il giudice ha deciso di riammetterla all’insegnamento dopo la sentenza di condanna?

Qualcosa ci sfugge perché davvero non capiamo.

Una Visita in CMO o un costoso giro dell’oca?

Solo attraverso il racconto di un’esperienza vissuta si riesce a trasmettere compiutamente il danno arrecato dal ministro Giannini, il 1° Aprile del 2014, a tutti gli insegnanti sottoposti ad accertamento medico. Questi infatti, a far capo da quella data, sono costretti, a recarsi al Collegio Militare Ospedaliero di Roma (CMO di II istanza) dopo aver inoltrato ricorso al giudizio medico-legale emesso dalla Commissione Medica di Verifica del capoluogo regionale (CMV di I istanza).

La misura intendeva evidentemente scoraggiare i lavoratori a impugnare il giudizio di I istanza, rendendo loro di proposito più ostica tutta la procedura a causa della lunga e costosa trasferta nella capitale con relativo pernotto (la convocazione è prevista per tutti inderogabilmente alle 7.30 del mattino). Prima di passare al racconto della vicenda è bene sottolineare altre due “peculiarità” dovute all’improvvida decisione ministeriale: a) il lavoratore costretto a recarsi a Roma è sempre in condizioni di salute, quantomeno precarie, per affrontare un viaggio e talvolta non è nemmeno in grado di deambulare o trasportato in sedia a rotelle; b) le spese di trasferta e pernotto raddoppiano o triplicano in quanto c’è da sostenere i costi anche per il medico di fiducia e l’eventuale accompagnatore.

Per questi motivi è preferibile lasciar trascorrere un mese dall’emissione del giudizio medico-legale che si vorrebbe impugnare e poi presentare una nuova richiesta di accertamento medico in CMV: si evita così di ricorrere alla CMO. Questa procedura è percorribile poiché non vi è alcun limite al numero di accertamenti medici che il lavoratore può inoltrare nel corso della carriera lavorativa, proprio in virtù del fatto che lo stato di salute può cambiare in qualsiasi momento.

La vicenda

Contrariamente a quanto sono solito consigliare (vedi sopra), ho dovuto suggerire a una docente, che chiedeva di essere riconosciuta idonea per tornare in cattedra, di presentare ricorso alla CMO di II istanza a Roma. Il giudizio medico-legale della CMV, contraddicendo i certificati specialistici, aveva infatti decretato, per il secondo anno di fila, una ingiustificata e sorprendente inidoneità all’insegnamento con idoneità ad altre mansioni. Il caso, certamente complesso, aveva avuto inizio due anni prima con un episodio che era culminato con una sospensione di tre mesi dal lavoro, cui era seguito un accertamento medico d’ufficio (AMU). La docente, a seguito della vicenda, si era fatta subito seguire da uno psichiatra di struttura pubblica che, già dopo tre mesi di terapia e per tutto l’anno successivo, l’aveva ritenuta incondizionatamente idonea all’insegnamento. Tuttavia la CMV, noncurante dei certificati esibiti, si era ostinata a ribadire l’inidoneità della professoressa costringendo la stessa a ricorrere alla CMO di Roma.

(Prima di proseguire nella narrazione della trasferta romana cui ho preso parte come medico di fiducia, desidero sottolineare un errore di fondo commesso dall’amministrazione scolastica che ha dapprima irrogato una sanzione e poi richiesto in seconda battuta l’AMU. In questi casi conviene sempre che il dirigente scolastico operi una diagnosi differenziale per stabilire se la vicenda è di pertinenza/natura “disciplinare” ovvero “medica” e, nel dubbio, di privilegiare la seconda, procedendo sempre prima con l’AMU e non viceversa (cioè con la sanzione) o, peggio, contestualmente). Un accorgimento utile per evitare di trovarsi nella condizione di sanzionare un lavoratore quando il problema è di natura/competenza medica.

Recatici a Roma la sera precedente, dopo la sveglia alle 5, eravamo già di fronte all’Ospedale Militare del Cellio, prima del canto del gallo, in attesa della convocazione. Tutta la mattinata era trascorsa dentro al nosocomio con una estenuante via crucis di 2 Km (impietosamente misurati dal contapassi del cellulare) percorsi faticosamente dal sottoscritto con le stampelle. Prima stazione dalla commissione, poi dallo psichiatra, infine di nuovo in commissione. Al termine delle visite i medici, tuttavia, giungevano alla conclusione che, prima di emettere il nuovo verdetto, sarebbe stato necessario sottoporre la docente a ulteriori test psicodiagnostici e visite specialistiche, sempre a Roma. Ma le sorprese non erano finite: visite mediche ed esami non potevano essere effettuati in una stessa giornata e la professoressa avrebbe dovuto tornare a Roma ancora tre volte. Eravamo fiaccati nel corpo e nello spirito e nel viaggio di ritorno meditammo come affrontare il seguito. La decisione finale fu sofferta ma aveva una sua logica: la docente sarebbe tornata tutte e tre le volte da sola a Roma anche per dimostrare che non aveva più bisogno del medico di fiducia.

Gli esami successivamente svolti a Roma non diedero alcun risultato e così pure i colloqui psichiatrici non evidenziarono nulla se non un tono dell’umore deflesso che, sui certificati prodotti dalla paziente, veniva così giustificato: “La paziente da me seguita, non presentando controindicazione psicofisiche di sorta, è idonea all’insegnamento, mentre l’ulteriore allontanamento dalla sua professione con l’attribuzione di altre mansioni concorre a determinare una condizione depressiva”.

La vicenda, che si svolgeva a Roma tra medici militari, commissioni, “maestra” in attesa di giudizio, richiama alla mente il percorso del Cristo sofferente sballottato tra Erode e Pilato. E così alla fine, la sentenza non poteva che essere pilatesca: per non smentire la CMV di I istanza e non scontentare contestualmente la docente, il tempo di inidoneità all’insegnamento veniva dimezzato (6 mesi anziché un anno) rimandando tutto alla nuova visita in CMV. E il giro di giostra ricomincia.

PS La convocazione della CMO riporta che “si raccomanda l’uso di un abbigliamento consono ed è fatto divieto assoluto di indossare calzoni corti e ciabatte”. Ma davvero c’è qualcuno che alle 7 di mattina si veste in quel modo?