Monthly Archive: Aprile 2019

Quando l’entusiasmo di insegnare lascia il posto all’ansia, fuggire è inutile: storia di Marta

Marta è un’insegnante di lungo corso, oramai vicina alla pensione. Tuttavia l’entusiasmo che l’ha accompagnata fin dall’inizio della professione docente si esaurisce, lasciando repentinamente spazio all’ansia.

Le povere strategie di adattamento utilizzate falliscono impietosamente fino a far prevalere l’atteggiamento della fuga prima e della depressione poi. L’isolamento sul posto di lavoro, l’ostilità del dirigente, l’indifferenza dei colleghi e l’aggressione di alcuni genitori precipitano la situazione nello sconforto più totale. Anche la vita familiare ne risente per due ragioni: per l’incomprensione del coniuge (verosimilmente schiacciato dai soliti stereotipi sugli insegnanti) e per l’attenzione di Marta ossessivamente focalizzata sul suo problema professionale. Quale può essere la via di scampo da una situazione apparentemente priva di soluzioni?

Alla storia fanno seguito spunti e riflessioni nell’ordine proposto dalla docente stessa.

Gentile dottore,

insegno materie letterarie nella scuola media dal lontano 1979. Avevo 24 anni. Tre anni dopo ero già in ruolo e con posto fisso. Una vita dedicata all’insegnamento, quasi una missione portata avanti con dedizione ed entusiasmo cercando di coinvolgere gli alunni sull’importanza della cultura e di tutto ciò che ne consegue. Si sono lasciati coinvolgere piacevolmente dalle mie passioni, l’amore per i viaggi, per la geografia, la fotografia. Ho sempre cercato di educarli alla correttezza, all’onestà, al rispetto di se stessi, degli altri, del mondo. I genitori sono stati per lo più collaborativi con me supportandomi  nel discorso educativo, apprezzando il mio metodo didattico, soddisfatti dei  risultati positivi che i figli continuavano ad avere anche  alle Superiori. Con tanti ragazzi, ormai grandi, continuo ad avere un ottimo rapporto fatto di complicità, scambio di vedute, consigli verso scelte future ecc. Ovviamente non sono mancati, per qualche insufficienza, problemi con alcuni genitori, ma tutto poi è rientrato nella norma. Questo fino a sei anni fa quando la mia scuola è diventata Istituto Comprensivo sotto la guida del direttore della scuola elementare. A questo punto la mia carriera scolastica ha subito un crollo spaventoso. Tutto è partito dal mio DS, conosciuto in zona per il suo carattere freddo e distaccato. Sicuramente invidioso del mio part-time di quel periodo. Ha iniziato con i rimproveri, accusandomi di tutto: dall’orario pesante per i ragazzi (su tre giorni alterni), le insufficienze, il carico dei compiti, la classe che non si forma per la mia severità… Poi è passato alle minacce anche inviate con posta certificata. Ho iniziato ad avere problemi dermatologici da stress, insonnia, cefalee. Ne parlai con lui (ci rise rispondendomi che lui al contrario dormiva molto bene). Andai a parlarne con il Provveditore, non nuovo a lamentele nei confronti di tale DS. Per un po’ tutto si è calmato poi, due anni fa, sono stata aggredita con ingiurie e minacce da un genitore (conosciuto per piccoli problemi giudiziari) per aver dato 5 al figlio. Ho sporto denuncia, iniziando anche a collezionare assenze su assenze, a fare avanti e indietro con il Pronto Soccorso per sospetti problemi cardiaci. Mi è stato diagnosticato il burnout e un notevole indebolimento dell’Io. A settembre 2014 sono rientrata a scuola nell’indifferenza di colleghi e dirigente che non hanno speso una parola a mio favore. Nel frattempo si sono aggiunti ulteriori problemi: stato d’ansia continuo, per il timore di sbagliare o dimenticare qualcosa sul registro elettronico; tremore diffuso quando ho dovuto necessariamente dare delle insufficienze; disorientamento nell’organizzare programmazioni (di fatto già inseriti nel mio PC da anni), nella stesura dei verbali, forti cefalee e perdite momentanee di memoria. Ho fatto poche sedute con uno psichiatra che mi ha certificato :”disturbo da stress post-traumatico con compromissione del funzionamento sociale e lavorativo. Poi per motivi vari ho mollato credendo di potercela fare da sola. A metà gennaio mi si è parato davanti l’ennesimo ostacolo, gli scrutini, timore dei colleghi e DS. Ho iniziato con i permessi per malattia che ho protratto fino al 30 giugno. Ho già usufruito di dodici dei diciotto mesi di malattia (sono già con la riduzione sullo stipendio). Nel frattempo mi documento, quasi in modo maniacale, ore e ore sul cellulare e al Pc, su una improbabile pensione anticipata. Ho chiesto sia a Provveditorato che sindacato di poter essere occupata in altro incarico, anche bidella. Niente. Ho solo 38 anni di contributi, 60 di età e non ci sono scappatoie. Ho proposto a mio marito di trasferirci. Le lascio immaginare il seguito. Anche lui non ne può più di questa storia, ma non riesce realmente a comprendere il mio generale malessere. Salutandolo questa mattina gli ho detto: “Tra i due mali, quello di rientrare a scuola sarebbe il minore”. Ormai a casa è l’unico argomento all’ordine del giorno. Non ho scappatoie, quello che è certo è che a scuola non entrerò più: ho difficoltà anche a passare nelle sue vicinanze. Purtroppo sia mia madre che i miei suoceri 90enni abitano a poche decine di metri dall’edificio scolastico. Che fare!? A volte strane idee mi passano per la testa…..

Mi scusi lo sfogo, ho cercato di essere più sintetica che potevo.

Riflessioni

  1. Marta possiede un’anzianità di servizio di tutto rispetto (36 anni), sembra non aver rimpianti ed è contenta di ciò che ha fatto e soprattutto di come l’ha fatto. Tutto sembra procedere bene, quando improvvisamente (2009) interviene un doppio cambiamento: la scuola diviene Istituto Comprensivo ed arriva un nuovo Dirigente Scolastico. La prima banale considerazione consiste nell’affermare che ogni cambiamento porta con sé un problema. Questo deve essere detto per tutti coloro che vedono nei trasferimenti una “terra promessa”. In 9 casi su 10, chi nutre queste aspettative, resta deluso. La docente ha inoltre uno svantaggio: non è più giovanissima ed è pertanto dotata di una flessibilità ridotta rispetto ai suoi 30 anni. Il caso ci insegna che sentirsi immuni e scevri da rischi di fronte a un qualsiasi cambiamento è un’ingenuità.
  2. Il dirigente diviene l’oggetto degli incubi di Marta che lo descrive come persona fortemente negativa: “freddo, distaccato, invidioso, minaccioso, colpevolizzante, beffardo”. Lo scontro sembra polarizzato col preside ma, non appena sedato per il colloquio col Provveditore, ecco un altro attacco da parte di un genitore che si lamenta per un’insufficienza data al figlio. Due le riflessioni in proposito: i conflitti bruciano tremende quantità di energia ed è buona regola cercare di non averne affatto, oppure di sostenerne non più di uno alla volta, lasciando ampio spazio temporale tra gli stessi, al fine di recuperare le energie. Non è infatti un caso se Marta esplode proprio dopo il secondo conflitto, quando non sono recuperate ancora le energie impegnate nelle scaramucce col DS.
  3. La sintomatologia che Marta descrive è ingravescente e segue fasi distinte: dapprima dermatiti, insonnia, cefalee; in seconda battuta ansia, tremori, amnesie, palpitazioni cardiache che richiedono frequenti puntate in Pronto Soccorso; infine il timore del DS e dei colleghi (quelli stessi che peraltro “mi avevano accorto nell’indifferenza al rientro della lunga malattia”) con relative e coincidenti diagnosi di burnout (psicologica) e di disturbo post-traumatico da stress (medica) con compromissione del funzionamento sociale e lavorativo. Il culmine è raggiunto, una volta abbandonato inopinatamente l’aiuto psicologico in corso, con l’innesco di un doppio ossessivo delirio di fuga sul fronte professionale (farei anche la bidella) e personale/familiare (il trasferimento), quale unica salvifica soluzione. Fuga (frequenti assenze fino alla riduzione dello stipendio) ed evitamento (non sopportare di transitare nemmeno vicino alla scuola) sono il corollario del corredo sintomatologico fin qui descritto.
  4. Isolamento a scuola e incomprensione in famiglia non possono consentire una semplice via d’uscita. Tuttavia sarà compito di Marta rivedere come affrontare il problema e il conseguente approccio ai suoi interlocutori. Per far comprendere il suo problema (che è reale seppure ignorato per i famosi stereotipi) deve smettere di proporre al marito di trasferirsi, ma può coinvolgerlo nella lettura di articoli e studi scientifici che possono destrutturare i luoghi comuni. Al DS e ai suoi colleghi potrà chiedere cosa è stato fatto per prevenire lo Stress Lavoro Correlato nella scuola (art. 28 D.L. 81/08) chiedendo copia del DVR e proponendosi di aiutare a trovare idonea soluzione (ricordiamo che tale incombenza rientra fra i doveri medico-legali del datore di lavoro). La via d’uscita può dunque essere trovata ribaltando dunque la logica dei rapporti con gli interlocutori per trasformare il conflitto in alleanza e condivisione. Una strada in salita, ma portatrice di speranza.

Ringraziamo Marta per averci consentito di riflettere su alcuni passaggi della sua storia, consigliandola altresì di farsi aiutare e supportare da specialisti come ha fatto in passato. Il conflitto e la fuga possono costituire l’unica reazione di fronte allo scontento e alla disperazione solamente quando si resta soli, incompresi e con “strani pensieri”.

Disagio docenti, segni e sintomi maggiori: dissimulazione, autolesionismo, ideazione suicidaria e altro ancora. Parte prima

Il caso che stiamo per affrontare è stato scelto per molti motivi. La protagonista – che chiameremo Aurelia – è donna decisamente intelligente, capace di descrivere se stessa, e la situazione nella quale vive, con dovizia di particolari.

Il caso che stiamo per affrontare è stato scelto per molti motivi. La protagonista – che chiameremo Aurelia – è donna decisamente intelligente, capace di descrivere se stessa, e la situazione nella quale vive, con dovizia di particolari.

L’importante sintomatologia che presenta ha la peculiarità di essere da lei stessa ricondotta a motivi inizialmente attribuibili alla sua vita professionale e, in seconda battuta, a quella privata. Verrebbe qui la tentazione di cominciare a disquisire sul termine “Stress da Lavoro Correlato” che – si sappia – non è lo “stress maturato sul lavoro”, bensì lo “stress manifestato sul lavoro a prescindere da dove questo è maturato”. Ma riserviamo questo dibattito ad altra occasione e addentriamoci nel lungo e ricco racconto di Aurelia, insegnante cinquantenne di Italiano e Storia di un Istituto professionale di una città del Nord Italia. La testimonianza si articola in due puntate e, al termine di ciascuna, opportunamente tagliata e corretta per garantire la non riconoscibilità dell’autore, sarà riportato un commento del sottoscritto.

Gentile dottore,

in novembre ho inviato con raccomandata AR la richiesta di visita per inidoneità accompagnata da una busta chiusa contenente il certificato medico attestante che io soffro di depressione maggiore e il documento dell’esenzione per questa patologia. Quasi settimanalmente vado al Centro di Salute Mentale dove incontro alternativamente la psichiatra e lo psicologo (ho cominciato a metà ottobre, inviata con richiesta di perizia psichiatrica da parte del medico di base). Il centro mi ha presa in carico, mi ha cambiato subito i farmaci e dopo vent’anni di Sereupin mi hanno dato il citalopram; prima di Natale, la psichiatra mi aveva prescritto il Deniban 50mg, oltre al Citalopram 20, ma io non ho avuto il coraggio di prenderlo perché  al momento devo essere lucida e vigile in quanto mio padre è in ospedale e ha subito proprio in questi giorni il quarto intervento per un cancro intestinale.
Al Centro di Salute Mentale vengo trattata come un’inetta nullafacente, mi dicono che per me l’unica strada è una lunga psicoterapia da farsi privatamente, e io capisco che ci siano tanti casi più gravi di me, io presento bene, parlo correttamente, sono pulita e dignitosa, loro curano barboni alcolizzati, travestiti cocainomani, bambini abusati e certamente io faccio perdere solo del tempo… Ma io vado da loro perché me l’ha detto il mio medico di base, perché volevo andare alla visita per l’inidoneità con un documento recente, perché se uno psichiatra privato mi fa una relazione ho paura che non mi credano… Io penso proprio che loro non conoscano le problematiche degli insegnanti, magari sono dei luminari per altre cose ma non per questo…

Io volevo sapere se Lei o qualche suo collega sensibile ai problemi degli insegnanti potreste darmi un consiglio, io posso anche venire un giorno a Milano e pagare una consulenza, ma sono troppo preoccupata e finché non avrò fatto la visita non sarò in pace. Non so se il Citalopram mi sta facendo bene,  sento  dietro la testa, sulla nuca più o meno, ma anche un po’ dentro, come qualcosa che vibra, leggermente,  come un battito d’ali, una cosa stranissima che fa un po’ paura, però mi sono convinta che passerà e me ne sono fatta una ragione.

Nessuno può immaginare che razza di incubi ho, ma in casa sono tutti testimoni delle urla, sveglio tutti, mio marito mi scuote, mi chiama, i figli corrono da me impressionati. Sono spaventosi, realistici, ricorrenti. Stanotte un collega mi interrogava, poi non trovavo l’aula, insomma, routine. La settimana scorsa, incubo pesante: ero a scuola, entro in aula, è una classe che non conosco. In mezzo c’è una colonna, qualcuno si nasconde dietro, cerco di convincerli a smetterla, poi due cominciano a picchiarsi e io non riesco a separarli. Ad un certo punto scappano fuori e tutti gli altri di corsa dietro, io grido di fermarsi, mi manca la voce, allora corro dietro di loro fino ad un cortile, i due lottano in mezzo e tutto intorno ci sono balconate con ragazzi affacciati che urlano e li incitano, arrivano professori che chiedono di chi sono quegli alunni e qualcuno mi indica e dice “Suoi”. Allora corro a chiamare la preside, ma la bidella mi dice che non c’è e dice che viene lei, e quando arriva li sgrida e tutti smettono e tornano in classe, e io le chiedo se fanno spesso così e lei mi dice con disprezzo: è la prima volta. Io fermo i ragazzi che si picchiavano per chiedere se si sono fatti male, uno mi fa vedere i lividi in testa, l’altro mi indica la faccia, io non vedo niente, allora lui infila le dita nella guancia e tira fuori un osso tutto insanguinato.

Ecco, la cosa veramente insostenibile è l’ansia della scuola, cioè il terrore di affrontare gli alunni. E’ stata una cosa in crescendo, degli ultimi 5 o 6 anni, ma vorrei cercare di spiegarlo bene perché è atroce.

Quando sento qualcuno che si finge invalido per non andare a lavorare io lo capisco, perché quando tu ti senti così male da preferire qualunque altra cosa piuttosto che essere lì, devi trovare una soluzione per non morire! Ma la cosa mostruosa di me è che io non potrei far finta perché il senso di colpa mi farebbe stare altrettanto male, e allora cosa faccio? Mi faccio del male. Nessuno può immaginare conoscendomi che io possa aver fatto quanto sto per dire, piuttosto che entrare in classe e affrontare i ragazzi, che parlano, gridano, non ascoltano, mentre la mia voce che cerca
di sovrastarli: “Sedetevi per favore, vai a posto, non urlare, chiudete la porta, metti via il telefono”. Sono le 8, guardo l’ora e sono le 8.15. Dio mio, come faccio prima che siano le 13 e 50? Cerco di organizzare la lezione, ho tante cose da dire, belle idee, stimoli, ho preparato schemi, parole, ritagli di giornali, ma parlo e non ascoltano, mi devo interrompere per riagganciare la loro attenzione, ma non è più come prima, io non ce la faccio più a lottare, non mi arrabbio più, sono solo tanto stanca, tanto triste.

Non ce la faccio più, non riesco ad affrontarli. Preferisco … non so, mi sembra che sarebbe meglio qualunque altro lavoro: lavare i cessi, spazzare le strade, che cosa  me ne frega, ma non voglio avere quelle facce  presuntuose e ignoranti, ecco cosa non sopporto, mi sento una perla data ai porci, non sanno quante cose interessanti potrebbero ascoltare, imparare ad usare un po’ la capacità critica, ottusi e fieri della loro mediocrità. E i genitori peggio di loro…   E’ vero anche che sono negata a tenere la disciplina, non riesco proprio, mi fa schifo fare quella che non fa andare in bagno o non lascia dire due parole, che senso ha, ma loro non capiscono: se sei democratico per loro non vali niente, ci sono dei colleghi  impreparati e mediocri, ma si fanno rispettare  perché maltrattano e umiliano: io non sono capace, non sono così.

E allora ecco che 4 anni fa, non ne potevo più, ero disperata, così un mattino appena alzata mi sono accovacciata per terra e poi ho tirato forte la porta contro la mano così ero leggermente ferita e avevo un grosso ematoma tumefatto, ho detto che avevo avuto una specie di vertigine, che ero caduta, e così sono stata un po’ a casa. Qualche mese dopo si presenta un’occasione, un’anca artrosica. Sono andata all’ospedale e tutti mi hanno detto: no signora, non è da operare, metta scarpe comode e si aiuti con un bastone. E allora io riesco a farmi operare lo stesso, ma l’anno scorso non ce la facevo più, così ho iniziato a fare tutto quello che era controindicato, quindi indossavo le scarpe coi tacchi, finché il dolore non diventava insopportabile. Non so se sia stato quello, ma poco dopo gli esami evidenziavano un’intolleranza ai mezzi di sintesi, che andavano rimossi. La mia reazione? Bene benissimo, speriamo che sia una cosa grave, sì, sì, per fortuna, starò a casa 3 mesi. E’ molto doloroso, fa niente, sempre meglio che andare a scuola.  L’ospedale mi prenota per aprile, ma nel frattempo? Siamo a febbraio, come ci arrivo a fine anno scolastico?  Allora ho di nuovo superato il limite: ho preso il ferro da stiro, ho tirato un respiro lungo e me lo sono dato fortissimo sulla gamba. Ho avuto qualche giorno di prognosi, non quanto speravo, in compenso mi è venuto un bozzo che non va più via. Forse è normale fare così, tutti lo fanno ma non lo dicono, come me. Va bene, basta saperlo.

Però io sto proprio male. Cosa potrei fare? Io so che devo lavorare, non posso permettermi di stare a casa ma forse starei meglio se mi facessi spostare in un ufficio. Dopo 26 anni di insegnamento ho diritto di chiedere il passaggio ad altre funzioni, non sono la prima ad avere l’ansia di entrare in classe, non posso mica farmi operare da tutte le parti o farmi del male in qualche altro posto…  Magari in un’altra scuola, in un altro ambiente sarebbe diverso, però ho già cambiato, dopo poco divento litigiosa, insulto qualche collega, faccio qualche scena da esaurita e mi giustificano perché “il papà sta male”, “ha problemi familiari”, “sta entrando in menopausa”, ne ho sempre una, basta!Ma perché non mi butto dal balcone, sono al 5 piano, sarebbe tutto risolto, e invece non lo faccio solo per i figli, che vita infame con una madre suicida, che tristezza, che pena.

Forse la cosa che vorrei di più sarebbe andare qualche giorno in una clinica a riposare il cervello, senza pensare, ma se proprio devo andare da uno psicologo ci vado, ma in classe no, altrimenti mi tocca farmi male all’anca operata, se do una botta fortissima sicuramente rovino la delicata e fragile saldatura che tiene insieme l’articolazione: un colpo deciso, un male lancinante, ma di nuovo un po’ di giorni a casa, lontana da quel mondo che mi fa solo orrore e a cui sento di non poter dare più NIENTE. Devo provare a cambiare lavoro, devo provare a cambiare, altrimenti non vedo come uscire da questo incubo: magari tra qualche anno sarò alienata anche in un altro lavoro, ma almeno provare, il cambiare può farmi solo bene. 

Non pretendo di stare a casa, di non fare niente, voglio solo non sognare tutte le notti un alunno che cade dalla finestra, la preside che mi sgrida perché non sono in classe. Ecco, un altro sogno ricorrente: prendo l’ascensore ma arrivo al piano sbagliato e non trovo la classe e so che intanto sta succedendo qualcosa di terribile, si stanno facendo male e io avrò tanti guai e denunce. E pensare che in passato, e a dire il vero, a volte anche recentemente, ho amato con tutta me stessa questo lavoro, perché ci sono state giornate in cui entravo in classe e mi chiedevano: “Cosa si fa oggi prof?” ed era fantastico rispondere “Foscolo….. Leopardi…….Montale”, e cominciare senza libri, senza fotocopie, soltanto raccontando le emozioni che suscitano  la crisi dell’io, il male di vivere….

Due ore passavano in un lampo, e c’era chi voleva leggere un’altra poesia, chi diceva di aver provato la sensazione descritta dall’autore, chi faceva paragoni impossibili tra un genio dell’Ottocento e un improbabile rapper di periferia… Ecco, in quei momenti io ho sperato che sarebbe stato possibile  superare tutto il resto, mi sono aggrappata disperatamente a quel singolo episodio per darmi la forza, e così è stato, ha funzionato, ce l’ho fatta per tanti anni. Ma adesso, quando mi fermo e guardo indietro (e non posso più farne a meno), io vedo affogare quei momenti rassicuranti e sereni in mezzo ad un mare di delusioni e sconfitte.

Per un’ex alunna che continua a scrivermi, adesso che ha trent’anni, per dirmi “Prof, ho letto finalmente Virginia Wolf, aveva ragione, è fighissima!”, ce ne sono 20 che se incontro per strada non mi riconoscono o neppure mi salutano perché  “Che palle prof, chi cazzo se ne frega di letteratura, se vado a lavorare e non so far funzionare uno strumento cosa faccio, gli recito una poesia?”. E quello che mi fa arrabbiare e disperare e mi distrugge ancora di più sono quelli che se ti sfoghi e racconti ti danno consigli: “Vabbè, ma tu glielo devi spiegare l’importanza della lingua italiana a questi ragazzi, certo che se ti arrendi davanti alla prima difficoltà…”. Io voglio ucciderli quelli che mi dicono queste cose o cose simili, voglio vederli marcire e se mi chiedono aiuto voglio calpestarli e vederli soffocare e finalmente sentirmi bene, leggera, bastardi…  Forse non ho mai odiato tanto gli alunni, qualcuno solo, più crudele, ma per lo più i ragazzi mi fanno pena, li disprezzo ma ho compassione, magari avranno anche successo nella vita, ma sono limitati, hanno dei cervelli minuscoli, non capiranno neanche la differenza tra l’intelligenza e la furbizia, tra la cultura e l’indottrinamento, tra un valore e una moda. Mi ricordo a questo proposito, qualche tempo fa, una lezione splendida in cui spontaneamente si era arrivati a parlare di relativismo, da quello della conoscenza a quello etico, e quindi alcuni ragazzi che erano riusciti a collegare la letteratura alla filosofia, la storia alla fisica; suona la campanella, mi si avvicina il figo della classe, e, dato che non avevamo assegnato compiti mi dice:” Che bello prof, oggi non abbiamo fatto un cazzo!”.

Ecco, questo è stato un traguardo fondamentale per me, io quel giorno ho aperto gli occhi e ho capito ogni cosa. Io ringrazio ancora quel Marco, perché io fino a quel momento non avevo voluto aprire gli occhi, non avevo voluto affrontare la realtà: in quell’attimo è cambiata la mia vita. Cioè, tutto quello che per me è importante, quello che conta, che vale, d’improvviso non è più importante, non conta e non vale per gli alunni, e questo sarebbe già sufficiente per disperarsi, ma non conta per i loro genitori, non conta per i colleghi, per la scuola, per la società. Ed ecco qui i saggi, i grandi esperti, i saputelli, i dispensatori di grandi consigli che mi diranno: “Ma che esagerata, non è così! C’è pieno di ragazzi che leggono, che studiano volentieri, che hanno infiniti interessi, che sono di sani principi.

E c’è pieno di insegnanti validi, di genitori sensibili, la società non è vuota come dici tu!”. Ecco, è a questo punto che dentro di me sento un caldo, come una bestia che si agita, proprio un odio feroce, una rabbia indomabile, e mi ritrovo a pensare cose orribili, come uccidere alcune persone, con che cosa, come nascondere i cadaveri, perché mi sembra che questo sia l’unico modo per stare meglio, per respirare, ecco, per sopravvivere. Quindi, non odio gli alunni, solo qualcuno: quelli indisciplinati (bastano 2 per classe, a volte anche uno), perché interrompono e rovinano l’atmosfera, per apprezzare una poesia ci vuole concentrazione, basta una penna che cade, uno si alza, due si girano ed è già finita la magia.

Oppure mentre sei al culmine di una spiegazione chiedono di uscire, tu dici “ma come proprio adesso”, gli altri ridono e ciao. Oppure i maschilisti: arriva il collega troglodita, che insegna da 35 anni una materia tecnica, quattro cazzate che potrebbe fare anche un cane ammaestrato. Lui è uno delle migliaia di “docenti” immessi in ruolo con leggi e leggine misteriose, quando ancora non serviva una laurea, bastava il diploma professionale, (ma ci sono anche ingegneri che saranno dei geni nel loro ambito ma umanamente fanno schifo), che se deve fare una relazione bisogna riscriverla perché è zeppa di errori, ma non importa, è un omone grande e grosso, con una vociona da orco: entra, fa un urlo, sbatte il registro sulla cattedra, e da quel momento non ce n’è uno, dico uno che osi fiatare. Fa aprire il libro, copiare schemi e spiegazioni sul quaderno, due verifiche a quadrimestre e intanto lui legge il giornale. Quello sì che è un mito.

Lo so, sono patetica e frustrata, disprezzatemi, compatitemi, ma ditemi cosa devo fare? Ho una rabbia dentro che sto per scoppiare, un odio inimmaginabile. Perché poi io lo so che non può essere solo la scuola, altrimenti tutti saremmo ridotti così, che io sicuramente ho delle cose irrisolte perché i disturbi alimentari sono peggiorati ma io li avevo anche da ragazza, poi sono in crisi anche in generale nella mia vita, non sono più in grado di guidare ormai da 5 anni, ho paura di andare da qualunque parte perché mi faccio la pipì addosso. Lo so, sono tutte cose che possono capitare, ma tutte a me? E sapete qual è la cosa tragica, che differenzia il presente da tutti i periodi precedenti in cui ho avuto delle crisi? Che sono consapevole del fatto che adesso può solo peggiorare. E non mi dicano: “Ma no, cosa dici, a volte dopo i cinquant’anni ci aspetta la parte più bella della vita!”. Non é vero, non per me.

Il sogno della mia vita era andare in pensione e spostarmi in campagna, nella casa dei miei nonni, coltivare l’orto, circondarmi di animali e non aver a che fare con troppi esseri umani. Non dico a quarant’anni, come la generazione dei miei genitori, ma a 50-55 sì. A che età potrò andare in pensione? 68 anni. Come, a poco a poco, tutti gli altri. E’ così e basta. Non lo accetto! Preferisco la prigione, a questo punto, almeno mi prendo il piacere di ammazzare la Fornero o qualcuno che è andato in pensione con 15 anni 6 mesi e un giorno…
Mi aspettano 16 anni terribili e vorrei soltanto che qualcuno mi convincesse che vale la pena viverli.

Per i commenti e le considerazioni viene seguito l’ordine imposto da Aurelia al suo racconto.

  1. Il Centro di Salute Mentale vive Aurelia come un inutile peso da sbolognare a qualche psicoterapeuta privato. Purtroppo la consapevolezza del mondo medico sullo SLC degli insegnanti è pressoché nulla. Ciò è dovuto alle pochissime pubblicazioni medico-scientifiche che sono sovrastate da quelle psicologiche (oltre 10.000) che i medici non consultano. Si aggiungano inoltre gli stereotipi sugli insegnanti di cui, tutti i medici, facenti parte dell’opinione pubblica, sono vittima. Meglio dunque rivolgersi alla notoriamente complessa clientela dei CSM (tossici, alcolisti, psicotici etc) che non “perdere tempo” con i docenti in crisi. Inutile dire che occorre una importante campagna di sensibilizzazione dei medici sul tema delle patologie professionali delle helping profession.
  2. La presenza di incubi notturni rileva un’invasione di campo a livello dell’inconscio. Questo è espressione dell’invasività con la quale la problematica scolastico-professionale ha pervaso non solamente la vita privata, ma anche il subconscio dell’individuo.
  3. Abbiamo visto in altri casi la costante presenza nella persona del “senso di colpa” che riesce ad essere superato attraverso la pratica dell’autolesionismo, dove il dolore ha funzione di espiazione e dunque consente il superamento dello stesso senso di colpa.
  4. La rabbia di Aurelia – di grado importante – cerca sfogo, fino a trovarlo nell’autoaggressività. La donna, a differenza dell’uomo (etero aggressività), sfoga su se stessa quella aggressività figlia di una incoercibile rabbia: da qui l’autolesionismo reiterato della docente che, pur se insoddisfatta, riesce ad allontanarsi momentaneamente dalla scuola e a trovare sfogo ai suoi impulsi lesivi. Se fino ad oggi non si è ancora letto, sui quotidiani, di un insegnante che ha picchiato o ucciso un proprio alunno/studente, lo si deve molto verosimilmente al fatto che i docenti (donne all’82%) danno sfogo alle proprie pulsioni attraverso l’autoaggressività tipicamente femminile. Nel caso di Aurelia questa culminerà in una rischiosa ideazione suicidaria. Si ricordi a tal proposito le nefaste statistiche francesi e inglesi sui casi di suicidio tra gli insegnanti.
  5. La professoressa tende a consolarsi immaginando che tutti gli insegnanti provino o facciano quello che prova o vive lei. Una sorta di urlo disperato e autoassolutorio che è figlio di una mancata condivisione dei problemi tra colleghi. Oggetto di (comprensibile) odio diventano i cosiddetti”bravissimi” o “splendidi” che sanno sempre tutto e sono freschi e riposati anche alla fine della quinta ora di lezione.
  6. Aurelia si domanda se, cambiando lavoro, riuscirà a migliorare la propria condizione psicologica ma, in uno sprazzo di lucidità comprende che si tratta di una menzogna, e che il problema è interno a lei piuttosto che esterno. Giunta a questa riflessione, capisce che l’analisi deve divenire introspettiva, orientata cioè verso la sua storia personale e familiare. La seconda parte del racconto toccherà pertanto corde delicate che non escluderanno la dimensione professionale che sarà piuttosto messa in relazione con la propria dimensione individuale.

Età pensionabile e burnout. Quanto incide la Legge Fornero sul disagio mentale degli insegnanti?

Dal 1992 – anno in cui sono state abolite le cosiddette baby pensioni con la riforma Amato – sono intervenute quattro ulteriori riforme previdenziali che attualmente consentono agli insegnanti di andare in pensione all’età di 67 anni.

Le cose sono pertanto radicalmente cambiate, senza però che sia stato operato, da parte delle istituzioni, il benché minimo controllo sulla salute dei docenti. Per giunta, il tutto avviene a dispetto di quanto recita l’art. 28 del Testo Unico in materia di tutela della salute dei lavoratori, che impone il monitoraggio e la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato (SLC) nelle helping profession, ponendo particolare riguardo verso il genere e l’età del lavoratore.

E proprio il mondo della scuola presenta peculiarità sensibili circa le predette variabili: 82% dei docenti è donna con un’età media di 50,2 anni. Gli studi della letteratura scientifica ci dicono infatti che la donna presenta un rischio depressivo pari a 2,5 volte quello dell’uomo (per il ciclo ormonale della fertilità) che arriva addirittura a quintuplicarsi nel periodo perimenopausale.

Bastino questi pochi, ma certificati, dati a far comprendere quale salto nel buio ha compiuto il legislatore, omettendo scientemente di valutare lo stato di salute della categoria professionale dei docenti, nel riformare la loro situazione previdenziale. L’allarme diviene ancora più evidente se si scorrono i dati di Francia e Gran Bretagna che, rispettivamente, dal 2005 e dal 2009 riconoscono la categoria professionale degli insegnanti come quella maggiormente esposta al rischio suicidario.

Ma l’oggetto di questo articolo vuole essere l’analisi delle conseguenze psicologiche di uno dei numerosi casi, che mi sono stati sottoposti, di docenti appartenenti alla cosiddetta “Quota 96” che, per un mero errore commesso e poi ammesso (due anni dopo) dalla Fornero, si sono visti negare il permesso della pensione quando erano oramai a un passo dal tagliare l’ambito traguardo. Inutile dire che, se la Fornero è da ritenersi la principale responsabile, il governo ci ha aggiunto del suo, respingendo gli emendamenti correttivi votati all’unanimità dal Parlamento nell’Agosto 2014.

Prendiamo altresì in considerazione la storia di un professore, maschio, tanto per dimostrare come non c’è alcun bisogno di “variabili di genere” per divenire vittima di un disagio psichico in ambito scolastico. Si noterà come la sintomatologia e le somatizzazioni sono quelle tipiche del disagio mentale professionale che si osservano comunemente.

Vediamo dunque la storia reale del Prof. Mario Rossi (ovviamente si tratta di un nome di fantasia) che, da aspirante pensionato, si è infine trovato “condannato” a ulteriori sei anni di servizio forzato insieme a tutti i suoi colleghi di Quota 96.

I fatti e la relazione psicologica

Docente di italiano e storia in un Istituto Tecnico Superiore, e in vista del pensionamento, Mario si era trasferito dalla città in campagna ed ora è costretto a un lungo viaggio per recarsi sul posto di lavoro. A complicare le cose – racconta la relazione psicologica dell’ente sanitario pubblico – “… vi sono alcune patologie croniche come l’ipertensione e i sopraggiunti disturbi psicologici reattivi di natura ansiosa e depressiva con sintomatologia caratterizzata da aspetti di rimuginio, tremori agli arti superiori, confusione mentale, difficoltà di concentrazione, insonnia con risvegli precoci, riduzione degli slanci vitali e produttivi, chiusura in se stesso e tendenza ad arroccarsi in casa collegandosi a internet solo per leggere diversi quotidiani in cerca di novità riguardo all’evolversi del caso dei Quota 96”.

Nella relazione psicologica si sostiene inoltre che Mario sta vivendo “… l’esperienza di esaurimento emotivo associata a un calo di motivazione, d’impegno e d’interesse per l’insegnamento che gli appare, ora, come un peso insostenibile, al punto di dover necessariamente richiedere tre mesi di aspettativa non retribuita”.

Le molteplici batterie di test psicologici eseguiti su Mario completano il quadro personologico del docente. Questi infatti

  • presenta la tendenza a essere apprensivo, teso, indeciso, pronto a denunciare ogni sorta di malessere fisico con connotazioni d’imminenza e preoccupazione. E’ costantemente in tensione, iperallertato e iperallertabile ed ha difficoltà a memorizzare nuove informazioni;
  • manifesta la tendenza ad alleviare l’ansia con l’utilizzo di alcool o altre sostanze ansiolitiche;
  • presenta deflessione dell’umore con perdita di energia e anedonia alternata all’ansia con nervosismo, agitazione interna, apprensione;
  • si sente facilmente infastidito e irritato con sentimenti di inferiorità al confronto con le altre persone;
  • percepisce un senso d’inefficacia, con difficoltà a cogliere i progressi degli utenti e a sentirsi gratificato e appagato dal proprio lavoro. La demotivazione è molto forte e la relazione con gli studenti ne risente decisamente, con aspetti di distacco e scarso coinvolgimento interpersonale. L’energia e la vitalità vengono a mancare, sostituite da segnali di tensione e di stanchezza.

Infine si arriva alle conclusioni diagnostiche che riassumono la composita condizione psicologica di Mario: “Si tratta di una persona intelligente che sa esprimersi in modo articolato e raccontarsi. Tende ad avere conflitti riguardanti l’autorità, a essere oppositivo e caparbio. Può reagire alle critiche con sentimenti di rabbia e umiliazione. E’ tendenzialmente ansioso e si identifica in maniera forte in cause sociali. In reazione a situazioni stressanti, sprofonda nell’apatia alternata a manifestazioni ansiose”.

E il verdetto finale sostiene che: “il paziente avverte la gravità dello stato di conflitto nel proprio posto di lavoro: i rapporti col dirigente e i colleghi potrebbero aggravarsi e i sintomi ansioso-depressivi potrebbero condizionare negativamente il rapporto con gli studenti. In questo contesto il Prof. Mario Rossi, che in precedenza aveva fornito prova di professionalità e coinvolgimento, si disimpegna dal proprio lavoro come risposta allo stress e alla tensione sperimentati”.

Riflessioni

Oltre alla sintomatologia classica manifestata dal docente, vale la pena sottolineare i quattro segni maggiori che sono diretta conseguenza del disagio mentale professionale:

  1. potenziale conflittualità nei confronti dell’autorità diretta (dirigente scolastico) e dei colleghi;
  2. chiusura ermetica in se stesso invece della richiesta di aiuto e condivisione delle problematiche coi propri pari;
  3. ricorso a espedienti per sedare l’ansia (strategie di adattamento negative) quali l’assunzione di alcool o l’uso saltuario di psicofarmaci;
  4. trasformazione del rapporto con gli studenti che vira gradualmente passando da gratificante ad apatico, ed infine rischia di divenire conflittuale.

Una situazione di non ritorno che non può che deteriorarsi, dove ciascun attore (Mario, dirigente, colleghi, utenza) non vede, né si interroga, sul disagio di chi gli è “prossimo” nell’ambiente scolastico. L’ignoranza totale sulle malattie professionali degli insegnanti, conseguenza della loro usura psicofisica, impedisce di scalfire quel muro che decreta e sancisce l’incomunicabilità tra tutte le parti in gioco. Solo attraverso un’opera di acculturamento dei docenti, sui rischi professionali per la loro salute, potremmo raddrizzare una situazione che diviene di giorno in giorno più irrecuperabile.

Se i docenti stanno male – e con riforme previdenziali alla cieca non possono che stare sempre peggio – tutta la scuola finisce per andare in sofferenza, ma nessuno sembra rendersene conto, oppure tutti (politica, istituzioni, parti sociali, associazioni di categoria) fanno finta di niente riempiendosi la bocca di … buona scuola.

Quando entravo in classe: vertigini, nausea, irritabilità, mi sentivo stressata. Conoscere segni e manifestazioni del Disagio

Carissimo dottore,

Scrive una maestra (cui daremo lo pseudonimo di Roberta):

Carissimo dottore,

sono una docente elementare entrata in ruolo nel 1992 e con 6 anni alle spalle di precariato. Attualmente sono distaccata in segreteria dal 2006, poichè dopo la nascita del mio primo figlio, avvenuta nel 2002, ho continuato ad insegnare, portando a termine il ciclo. L’anno dopo ho ottenuto il trasferimento nella scuola elementare vicino casa mia e mi è stata assegnata una classe prima con 15 alunni, 3 dei quali con problemi. Non so ancora cosa abbia influito ma ho passato un periodo in cui non stavo bene, né a casa, né a scuola. La mattina mi alzavo presto, avevo dei momenti in cui non vedevo l’ora di essere a scuola. Infatti arrivavo quasi sempre prima del mio orario e nei momenti in cui non ero con i bambini mi sentivo serena, mentre quando entravo in classe cominciavo ad accusare sintomi strani: vertigini, nausea, irritabilità, mi sentivo stressata e questo mio stato si riversava anche in famiglia. Così un giorno, dopo un colloquio con il mio Dirigente, il quale mi ha solo messa al corrente che, se lo avessi voluto, avrei potuto chiedere il distacco temporaneo. Non confidandomi con nessuno, ho preso questa sofferta decisione: lo dovevo fare per me e per la mia famiglia, per essere una buona madre con i miei figli (già ora di figli ne ho due) e per i bambini “degli altri” dovevo trovare una soluzione: quella di allontanarmi per un po’ dalla responsabilità della classe. Al momento stavo male e non pensavo alle conseguenze. Mio marito, l’unico che mi ha supportata in questa scelta mi diceva :”Ma sei matta? Hai insegnato da anni, cosa ti succede?”. Ora che mi sono ripresa, mi sono resa conto del coraggio che ho avuto ad affrontare tutto da sola. Sono sempre più convinta, come sostiene Lei, che la professione docente sia una helping profession e che bisognerebbe riconoscere i propri limiti, soprattutto se si hanno momenti di demotivazione nella propria vita e di particolare stress come li ho avuti io. Durante questo distacco mi sono curata e sostengo, come Lei, che nella scuola sono tanti i docenti che magari manifestano sintomi come i miei o ancor più gravi e, poichè non li riconoscono, continuano ad insegnare, pensando che i problemi si risolvano da soli, magari soltanto grazie all’ottenimento di un semplice certificato medico. Ho pertanto lavorato su me stessa ed ora credo fermamente di essere pronta per rientrare in classe, ma non come prima, piuttosto come una “persona nuova”.

Vorrei sapere la sua opinione in merito.

Gentile Roberta,

davvero un sentito grazie per la splendida testimonianza assai ricca di spunti. Spero non me ne vorrà se riprenderò alcuni passaggi che possono essere certo utili a quella folta schiera di docenti che non sanno riconoscere, né vogliono ammettere, di essere affetti dal disagio mentale professionale (DMP). Cercherò di seguire il suo ordine narrativo.

1) Lei scrive a proposito del suo malessere: “Non so cosa abbia influito”. Ed è questo infatti il primo nemico da debellare: l’ignoranza. Gli stereotipi sugli insegnanti non affliggono solo “gli altri”, ma gli stessi docenti che non conoscono i rischi professionali tipici delle helping profession. Siamo inoltre così assorti dagli affanni della vita quotidiana da non capire cosa ci fa stare male. In altre parole siamo quasi assuefatti a un disagio di cui ci accorgiamo solo quando diventa intollerabile all’organismo, che reagisce attraverso le ben note somatizzazioni. Si tratta di una dinamica piuttosto comune e più volte collaudata.

2) Altro spunto importante lo fornisce sostenendo che “Stavo male a casa e nella scuola”. E’ un’altra grande verità che sta a significare che il malessere non è dovuto all’ambiente (professionale o casalingo) ma è in noi. Questo serva a far riflettere coloro i quali credono di risolvere i propri problemi con un semplice trasferimento di sede.

3) Il nostro corpo tollera il disagio fino a un certo punto (ecco perché dobbiamo imparare ad ascoltarlo) poi, raggiunta la crisi, parla esplicitamente attraverso le somatizzazioni. Esattamente come ha fatto con lei.

4) E’ assai importante, nel momento del bisogno, disporre di un dirigente comprensivo e preparato sugli strumenti coi quali si affronta il DMP. Primo fra tutti è l’accertamento medico in Collegio Medico di Verifica (CMV), sia esso a richiesta del lavoratore, sia esso d’ufficio. Purtroppo oggi vi è totale ignoranza in proposito: insegnanti e dirigenti non conoscono l’accertamento medico ma, quel che più è grave, è il fatto che l’art. 37 del DL 81/08, che prevede la formazione del lavoratore sull’argomento, viene sistematicamente ignorato.

5) Un errore tipico della persona in crisi è quello di “non confidarsi con nessuno”. La “non condivisione” dei problemi è infatti annoverata tra le cosiddette “reazioni di adattamento negative”. Il chiudersi a riccio diviene spontaneo soprattutto se, allo stereotipo sull’insegnante (che lavora poco), si somma lo stigma tipico della patologia mentale.

6) La situazione diviene poi insostenibile quando “mio marito mi chiede addirittura se sono matta”. Ricordo bene quando nel 2005, dopo la presentazione del mio primo libro dal titolo “Scuola di Follia”, un’insegnante corse da me urlando che avrebbe comprato il testo per quell’incredulo di suo marito. Questa è la realtà dalla quale si parte: nemmeno la persona che mi vive accanto riesce a capirmi. Ma ancora peggio è quando l’insegnante, oberato/a da stereotipi e stigma, resta isolato e nel disorientamento più assoluti.

7) “Io dopo questo distacco mi sono curata”. Questa decisione ha rappresentato il punto di svolta della sua storia. Purtroppo sono ancora pochi coloro che trovano la forza di rialzarsi per ricostruire la propria vita professionale, con slancio ed entusiasmo, trasformando la sofferenza personale in esperienza per la fortificazione di se stessi. Il più delle volte ho osservato docenti che dopo una inidoneità temporaneasono tornati ad insegnare: ricordo solo insuccessi e ricadute a seguito di ciò. Nel suo caso tuttavia nutro la speranza che questo non accada perché scrive che tornerà a insegnare come “persona nuova”. Quella “vecchia” – in base alla mia esperienza – sarebbe assai probabilmente andata incontro a fallimento.

Storie come la sua restituiscono fiducia e se solo l’avessi ricevuta un paio di mesi fa, l’avrei inserita volentieri nel mio ultimo libro “Pazzi per la Scuola” (Alpes Italia edizioni): sarà per il prossimo.

In bocca al lupo e faccia leggere queste righe a … suo marito (cui vanno i miei saluti).

www.facebook.com/vittoriolodolo

* Nomi, luoghi, tempi e alcuni dati del caso trattato sono contraffatti, pur mantenendo inalterato il valore della testimonianza, al fine di tutelare la privacy delle persone. 

Non c’è ‘buona scuola’ se gli insegnanti non sono in salute

Per l’ennesima volta Renzi ha detto di scrivergli ciò che abbiamo da dirgli sulla riforma della scuola. E io – che già lo avevo fatto – replico.Gent.mo PdC Matteo Renzi,non ci può essere Buona Scuola se gli insegnanti non sono in salute. 

Per l’ennesima volta Renzi ha detto di scrivergli ciò che abbiamo da dirgli sulla riforma della scuola. E io – che già lo avevo fatto – replico.Gent.mo PdC Matteo Renzi,non ci può essere Buona Scuola se gli insegnanti non sono in salute. 

Gent.mo PdC Matteo Renzi,

Da anni cerco, attraverso le pubblicazioni su La Medicina del Lavoro (N°5/2004 e N°3/2009 etc), di fare presente la questione. Francia e UK hanno raccolto i dati e si sono accorte che quella dei docenti è la categoria a più alto rischio suicidario. In Francia l’insegnante ha uno psichiatra di riferimento.

E l’Italia cosa fa? Non raccoglie dati nazionali sui docenti ma attua riforme previdenziali senza valutare le condizioni di salute della categoria, in barba all’art.28 del DL 81/08 (che tra l’altro prevede la prevenzione dello stress lavoro correlato che – guarda un po’ – non è stato finanziato con un solo euro). Non è quindi un caso se le diagnosi di inidoneità all’insegnamento sono all’80% di natura psichiatrica, mentre le laringiti croniche – per le quali paradossalmente si riconosce la causa di servizio a differenza delle precedenti – sono 5 volte meno frequenti.

Abbiamo inoltre un corpo docente più che maturo (51 anni di età media) e all’82% costituito da donne (che in quel periodo sono fisiologicamente in menopausa e dunque esposte a un rischio di depressione quintuplicato rispetto alla fase fertile). Tutto ciò è bellamente ignorato, sommersi come siamo da stereotipi sugli insegnanti (a proposito, come medico non posso che riconoscere che le ferie per loro rappresentano un necessario periodo di “convalescenza”).

Ci sarebbe poi da parlare della formazione dei dirigenti scolastici, le cui incombenze medico-legali sono tanto numerose quanto a loro stessi sconosciute: le istituzioni infatti non li formano in merito ai loro doveri, né controllano che gli stessi attuino la prevenzione e il monitoraggio dello stress lavoro correlato. Eccoci quindi ad accontentare l’opinione pubblica con qualche articolo su insegnanti che “sclerano” alzando voce e mani sugli alunni, oppure a far leggere del suicidio di qualche docente zelante.

Per queste ragioni ho deciso di attivare per i docenti una pagina (www.facebook.com/vittoriolodolo) dove distribuire i miei studi scientifici ai docenti, nonché gli articoli di cronaca (nera) sui misfatti dei docenti: per far accrescere la consapevolezza dei rischi di un mestiere bello ma usurante, dove la relazione con la (stessa) utenza avviene in modo insistito, per più ore al giorno, tutti i giorni, per 9 mesi all’anno, per cicli di 3/5 anni. Solo in famiglia (altra agenzia educativa) il rapporto è più insistito che nella scuola. E infatti, lì, non mancano i casi di cronaca nera raccapriccianti. Nella scuola questo non è finora accaduto e probabilmente lo dobbiamo a quell’82% di donne che costituiscono il corpo docente.

La donna tende infatti a sfogare la propria rabbia attraverso l’autoaggressività anziché l’eteroaggressività. Ma non è il caso di abusare di questa fortuna, perché l’argine potrebbe improvvisamente cedere. L’attenzione al genere e all’età del lavoratore è peraltro prevista all’art.28 del DL 81/08, ma la donna in Italia non conta, sia essa casalinga sia essa insegnante, in barba all’8 marzo che in fondo è già archiviato. Ci può dunque essere Buona scuola se i docenti stanno male? A lei la risposta, caro PdC.PS e non le ho parlato delle neoplasie che ancora una volta “prediligono” gli insegnanti (quasi tutti tumori al seno per forza di cose) in seguito allo stress cronico che determina un abbassamento delle difese immunitarie.

Insegnanti, salute negata e verità nascoste, 100 storie di Burnout a scuola

100 storie vere, sofferte, vissute che meglio di ogni altra cosa rappresentano un sistema scolastico malpagato, disprezzato, umiliato e troppo spesso illuso da una classe politica affetta da “riformismo” inutile. Il testo si propone di schiacciare i nefasti stereotipi e far conoscere le situazioni reali a docenti e dirigenti per affrontarle con i pochi ma efficaci strumenti a disposizione. Un libro che si pregia di raccogliere i casi di vita scolastica più interessanti offrendo spunti e soluzioni a docenti e dirigenti che, nonostante tutto, sono chiamati a remare nella stessa direzione.

Resta la speranza che la lettura del testo faccia comprendere – anche a genitori e medici – l’importanza di una scuola sana sulla cui cima è posto il regista che i latini sapientemente chiamavano magister. Siamo all’alba del terzo millennio ma ancora oggi non sono state riconosciute ufficialmente le malattie professionali degli insegnanti. Eppure, gli studi a disposizione ci dicono che le cause di inidoneità all’insegnamento presentano diagnosi psichiatriche nell’80% dei casi, con un’incidenza 5 volte maggiore rispetto alle comprensibili disfonie. In Europa, noi italiani, siamo poi gli unici a non presentare risultati di studi su base nazionale, pur disponendo di dati completi presso l’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze (MEF) che, da oltre tre anni, si rifiuta di metterli a disposizione di Università e sindacati. Un semplice incontro operativo MIUR-MEF sbloccherebbe la situazione e avremmo in pochi mesi il riconoscimento ufficiale delle malattie professionali della categoria permettendo l’attivazione di un serio programma di prevenzione basato su diagnosi collegiali e non su termini equivoci di nessun valore medico quali burnout, rischi psicosociali, stress lavoro correlato”. Nonostante ciò il DL 81/08 (Testo Unico sulla tutela della salute dei lavoratori) nelle scuole non è mai stato finanziato con un solo euro, lasciando lettera morta l’indispensabile prevenzione di legge delle malattie professionali.

La salute dei lavoratori è sempre stata all’origine della ragione di nascita del sindacato ma forse siamo tutti caduti nell’errore di considerare usuranti solamente i lavori fisici (miniere, altoforni, catene di montaggio, fabbriche) trascurando quelli psichicamente usuranti nonostante queste abbiano un’incidenza 5 volte maggiore. L’83% del corpo docente è donna con un’età media di 50 anni con ciò che questo comporta: quintuplicazione dell’esposizione al rischio depressivo in periodo perimenopausale oltre alla professione psicofisicamente usurante.

Nelle azioni di governo si ricade troppo spesso nel solito errore di voler riformare le pensioni “al buio”, cioè senza considerare variabili fondamentali quali età anagrafica, anzianità di servizio e malattie professionali. Queste ultime invece dipendono direttamente dall’anzianità di servizio che comporta un aumento progressivo dell’altissima usura psicofisica del docente che è stata riconosciuta parimenti alta in tutti i livelli d’insegnamento. Nel giro di 20 anni (1992-2012) siamo passati dalle insostenibili baby-pensioni agli intollerabili 67 anni della Monti-Fornero. Restare in cattedra oltre i 60 anni, alle condizioni odierne, appare davvero incompatibile con l’attuale condizione di salute dei docenti. Prorogare un simile sistema di maestre-nonne equivale a calpestare l’art.28 del DL 81/08 che esige la tutela della salute del lavoratore commisurato a genere ed età del lavoratore.

Di questi tempi diviene sempre più caldo il fronte dei Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) che sembrano essere strettamente collegati all’elevata anzianità di servizio (56,4 anni di età con anzianità di servizio media > dei 30) che si riflette negativamente sull’usura psicofisica dell’insegnante. Non passa oramai giorno in cui non si annunciano casi di PMS di alunni da parte delle maestre, scatenando l’opinione pubblica in sterili dibattiti sul posizionamento o meno di telecamere che non rappresentano una vera soluzione.

La responsabilità dell’incolumità degli alunni rientra di diritto tra le incombenze medico-legali dei dirigenti scolastici che dovrebbero gestire tali situazioni senza dover scomodare Forze dell’Ordine, magistrati, avvocati e periti ingolfando ulteriormente il sistema giudiziario. Non è altresì tollerabile l’altissimo numero di aggressioni fisiche e verbali di docenti da parte di genitori e/o studenti.

Anche per queste ragioni, oltre che per il fenomeno dei PMS occorre la costituzione immediata di un tavolo interministeriale MIUR-MGG (Ministero di Grazia e Giustizia) per affrontare con criterio le suddette emergenze. Per dirla in una frase: la salute professionale è il punto critico del sistema scuola perché la miglior garanzia per l’incolumità e la crescita degli alunni passa attraverso la tutela della salute degli insegnanti.