Monthly Archive: Maggio 2019

Recensione: Insegnanti, salute negata e verità nascoste

100 storie vere, sofferte, vissute che meglio di ogni altra cosa rappresentano un sistema scolastico malpagato, disprezzato, umiliato e troppo spesso illuso da una classe politica affetta da “riformismo” inutile. E se il prestigio della categoria professionale docente è direttamente proporzionale alla sua retribuzione, le riforme previdenziali hanno definitivamente tramortito la salute degli insegnanti ignorando totalmente l’alta usura psicofisica e le malattie che ne derivano. Il testo si propone tuttavia di schiacciare i nefasti stereotipi e far conoscere le situazioni reali a docenti e dirigenti per affrontarle con i pochi ma efficaci strumenti a disposizione. Un libro che si pregia di raccogliere i casi di vita scolastica più interessanti, e complicati al contempo, offrendo spunti e soluzioni a docenti e dirigenti che, nonostante tutto, sono chiamati a remare nella stessa direzione. Frequenti anche i conflitti da cui conviene astutamente rifuggire per non rimanere stremati di fronte alla professione che consuma energie senza sosta. Resta la speranza che la lettura del testo faccia comprendere – anche a genitori e medici – l’importanza di una scuola sana sulla cui cima è posto il regista che i latini sapientemente chiamavano magister.

Siamo all’alba del terzo millennio ma ancora oggi non sono state riconosciute ufficialmente le malattie professionali degli insegnanti. Eppure, gli studi a disposizione ci dicono che le cause di inidoneità all’insegnamento presentano diagnosi psichiatriche nell’80% dei casi, con un’incidenza 5 volte maggiore rispetto alle comprensibili disfonie. In Europa, noi italiani, siamo poi gli unici a non presentare risultati di studi su base nazionale, pur disponendo di dati completi presso l’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze (MEF) che, da oltre tre anni, si rifiuta di metterli a disposizione di Università e sindacati. Un semplice incontro operativo MIUR-MEF sbloccherebbe la situazione e avremmo in pochi mesi il riconoscimento ufficiale delle malattie professionali della categoria. Una volta acquisiti i dati ufficiali dallo studio nazionale sarebbe immediatamente possibile attuare un serio programma di prevenzione basato su diagnosi collegiali e non su termini equivoci di nessun valore medico quali “burnout, rischi psicosociali, stress lavoro correlato” che non sono diagnosi mediche. La prevenzione ha un costo che va sostenuto, a cominciare dalla formazione obbligatoria per legge, che deve rendere edotti gli insegnanti circa i rischi per la loro salute, nonché i diritti e doveri nel tutelarla. Nonostante ciò il DL 81/08 (Testo Unico sulla tutela della salute dei lavoratori) nelle scuole non è mai stato finanziato con un solo euro, lasciando lettera morta l’indispensabile prevenzione di legge delle malattie professionali. Occorre intervenire subito, posto che anche il contratto appena rinnovato, e già scaduto, inserisce la tutela della salute tra gli argomenti di contrattazione e di confronto tra dirigente scolastico e RSU.

La salute dei lavoratori è sempre stata all’origine della ragione di nascita del sindacato ma forse siamo tutti caduti nell’errore di considerare usuranti solamente i lavori fisici (miniere, altoforni, catene di montaggio, fabbriche) trascurando quelli psichicamente usuranti. Non è un caso che all’alba del terzo millennio si creda che la raucedine e le disfonie siano le sole malattie professionali degli insegnanti quando le patologie psichiatriche hanno un’incidenza 5 volte maggiore. L’83% del corpo docente è donna con un’età media di 50 anni con ciò che questo comporta: quintuplicazione dell’esposizione al rischio depressivo in periodo perimenopausale oltre alla professione psicofisicamente usurante. Non possiamo più ignorare la realtà anche guardando ai dati preoccupanti che ci vengono dagli altri Paesi di tutto il mondo (Francia, UK, Germania, USA, Giappone etc) e al consumo di psicofarmaci. Urge un nostro intervento anche perché abbiamo la classe docente più anziana, peggio pagata, più femminilizzata e previdenzialmente penalizzata d’Europa.

Nelle azioni di governo si ricade troppo spesso nel solito errore di voler riformare le pensioni “al buio”, cioè senza considerare variabili fondamentali quali età anagrafica, anzianità di servizio e malattie professionali. Queste ultime invece dipendono direttamente dall’anzianità di servizio che comporta un aumento progressivo dell’altissima usura psicofisica del docente quale principale esponente delle cosiddette helping profession. Di recente è stato riconosciuto psicofisicamente usurante e gravoso l’insegnamento alla Scuola dell’Infanzia mentre gli studi a disposizione ci confermano che l’usura psicofisica è parimenti alta in tutti i livelli d’insegnamento. Se dunque si è compiuto un passo corretto verso le maestre delle “materne”, si è perpetuato un torto nei confronti di tutti gli altri docenti dei diversi livelli. Nel giro di 20 anni (1992-2012) siamo passati dalle insostenibili baby-pensioni agli intollerabili 67 anni della Monti-Fornero: il tutto – si badi bene – senza un solo controllo della salute della categoria professionale che oggi è in stato d’agonia. Restare in cattedra oltre i 60 anni, alle condizioni odierne, appare davvero incompatibile con l’attuale condizione di salute dei docenti. Prorogare un simile sistema di maestre-nonne equivale a calpestare l’art.28 del DL 81/08 che esige la tutela della salute del lavoratore commisurato a genere ed età del lavoratore.

Di questi tempi diviene sempre più caldo il fronte dei Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) ma i sindacati, anche a questo proposito, sembrano affetti da mutismo schiacciati come sono tra la difficoltà a comprendere il fenomeno e i processi massmediatici contro la categoria delle maestre considerate oramai streghe da mettere al rogo. La questione dei PMS sembra essere strettamente collegata all’elevata anzianità di servizio (56,4 anni di età con anzianità di servizio media > dei 30) che si riflette negativamente sull’usura psicofisica dell’insegnante. Che si tratti dei primi nefasti effetti delle riforme previdenziali effettuate “al buio”? Non passa oramai giorno in cui non si annunciano casi di PMS di alunni da parte delle maestre, scatenando l’opinione pubblica in sterili dibattiti sul posizionamento o meno di telecamere che non rappresentano una vera soluzione. La responsabilità dell’incolumità degli alunni rientra di diritto tra le incombenze medico-legali dei dirigenti scolastici: così è stato per il passato e dovrà essere per il presente e il futuro. Strattonamenti, scappellotti, improperi ed altri sistemi deprecabili, semmai comprovati, sono affrontabili da parte del preside senza dover scomodare Forze dell’Ordine, magistrati, avvocati e periti ingolfando ulteriormente il sistema giudiziario. La scuola tuttavia resta un ambiente sicuro, assai più delle mura domestiche come ci insegna purtroppo la cronaca nera. Non è altresì tollerabile l’altissimo numero di aggressioni fisiche e verbali di docenti da parte di genitori e/o studenti. Anche per queste ragioni, oltre che per il fenomeno dei PMS occorre la costituzione immediata di un tavolo interministeriale MIUR-MGG (Ministero di Grazia e Giustizia) per affrontare con criterio le suddette emergenze. Una prima ipotesi potrebbe essere quella che i genitori sporgenti una denuncia per presunti maltrattamenti al figlio venissero reindirizzati, come avviene nel Regno Unito, al dirigente scolastico che è sempre e comunque primo titolare e responsabile dell’incolumità dell’utenza. Circa le aggressioni ai docenti da parte di studenti e genitori occorrono invece provvedimenti punitivi proporzionati, seri e d’ufficio evitando risoluzioni rabberciate o, peggio ancora, ricorsi a improvvidi encomi istituzionali di circostanza, quasi ci si trovasse di fronte a missionari o volontari anziché a lavoratori qualificati.

Per dirla in una frase: la salute professionale è il punto critico del sistema scuola perché la miglior garanzia per l’incolumità e la crescita degli alunni passa attraverso la tutela della salute degli insegnanti.

Maltrattamenti a scuola, Istruzione e Giustizia dissipino i dubbi su metodi indagine

Il fenomeno dei Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) ha raggiunto il suo apice nel 2018 con 47 casi ma rischia di vederli raddoppiati nel 2019 poiché a Maggio la cifra ha già raggiunto i 45 episodi. Tutto ciò di fronte alle soluzioni demagogiche proposte dalla politica (telecamere in ogni dove), al silenzio istituzionale dai dicasteri coinvolti (MIUR, MGG, MS), alla smisurata cautela sindacale, all’atteggiamento forcaiolo dell’opinione pubblica. Ho più volte sottolineato l’inadeguatezza dei metodi d’indagine adottati dall’Autorità Giudiziaria nell’ambiente scolastico analizzando a fondo i procedimenti penali che mi sono stati sottoposti come consulente tecnico di parte. A confortare le mie perplessità erano talvolta gli stessi giudici che ritengono scorretto decontestualizzare gli episodi incriminati o attribuire valenza penale a quei procedimenti che rientrano in ambito disciplinare. Non prenderò in considerazione la questione medica e previdenziale, che peraltro mi è più propria, avendo già precedentemente esposto il forte dubbio che il fenomeno dei PMS sia, almeno in parte, imputabile all’elevata età media delle maestre indagate (56,4 anni) e alla loro importante anzianità di servizio (33 anni). Come conoscitore del sistema scolastico cercherò altresì di evidenziare ulteriori perplessità suscitate dai metodi d’indagine applicati alla scuola, in cerca di una risposta esaustiva per il bene di chi assiste, educa, insegna ai bambini e per i piccoli stessi. Le domande di seguito riportate sono rivolte al mondo della Giustizia (giudici, inquirenti, avvocati) perché il suo ingresso nel mondo della scuola, sostituendosi ai dirigenti scolastici, resti un’eccezione e soprattutto non arrechi maggiori danni rispetto a quanti si propone di ripararne.

  1. Considerate le numerose competenze professionali richieste ai docenti (vedi art. 27 CCNL), è corretto, nell’ambito di un procedimento penale, affidare la valutazione della loro professionalità a un poliziotto, o carabiniere, o finanziere che non si intendono di scuola, educazione, istruzione, pedagogia, insegnamento, mentre per irrogare sanzioni disciplinari nelle visite ispettive ministeriali vengono impiegati appositi ispettori tecnici ministeriali altamente preparati?
  2. Avviare un’indagine per PMS in una scuola, equivale di fatto a operare una valutazione dell’attività professionale del docente indagato. Lo confermano le telecamere installate sul posto di lavoro, le ipotesi di reato (artt. 571 e 572 cpp), i frequenti e inaspettati coinvolgimenti di colleghi nel procedimento penale etc. Tale attività di controllo professionale, esplicitamente vietata dall’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori che vieta il controllo del lavoratore in remoto con l’uso di tecnologie, è per giunta attuata “di nascosto” e all’insaputa del lavoratore. Ci si pongono conseguentemente due domande: a) non esiste un qualche conflitto tra il dettato del succitato articolo 4 dello SL e le modalità dell’indagine “professionale”? b) Siamo certi – come sostenuto dai giudici in alcuni procedimenti –

che “la questione integri la soglia del penalmente rilevante, connotandosi al più come espressione di discutibili metodi didattici che esauriscono la loro censurabilità in ambito disciplinare” (TdR Quartu 2017) riguardando così il dirigente scolastico e non l’Autorità Giudiziaria.

  • Nel caso di un sospetto maltrattamento da parte di una maestra a danno degli alunni non sarebbe preferibile e auspicabile (se non obbligatorio per legge) un intervento tempestivo e risoluto del dirigente scolastico anziché filmare e documentare i suddetti episodi di nascosto per intere settimane, se non per interi mesi?
  • Siamo sicuri che per rappresentare correttamente la realtà in un’indagine il sistema giusto sia quello di: filmare di nascosto un docente, ad libitum, quindi selezionare, estrapolare, decontestualizzare e montare le immagini in trailer, che rappresentano al massimo lo 0,1-0,2% di tutte le intercettazioni effettuate, affidandone la trascrizione a non addetti ai lavori che le drammatizzano e poi le sottopongono ai giudici così confezionate?
  • Non è invero indispensabile che i giudici esaminino tutti i filmati (100%) e non solo i trailer (0,1-0,2%) per farsi la giusta idea dell’attività professionale del docente indagato? Di converso, è opportuno chiedersi anche se debba avere un qualche peso, ed eventualmente quanto, il restante 99,8% delle audiovideointercettazioni nel valutare la professionalità dell’indagato.
  • Fare visionare ai giudici l’intera videoregistrazione – anche se giusto – comporterebbe dei costi inimmaginabili (oltre a quelli già alti per le tecnologie affittate e l’impiego del personale inquirente). Non sarebbe più conveniente e pratico oltreché legittimo sotto ogni punto di vista (tempestività, economicità, appropriatezza) richiamare il dirigente scolastico al suo compito di vigilare sull’incolumità degli alunni come si usa in Gran Bretagna?
  • Nel nostro ordinamento è considerato reato il maltrattamento che influisce sulla psiche dei bambini – senza peraltro dovere dimostrare in alcun modo il danno psichico – così come è possibile richiedere il risarcimento del danno subito da un alunno per “violenza assistita“. Quanto sopra riesce anche a scatenare l’assalto alla diligenza da parte di molte famiglie per la prospettiva di un facile guadagno. Perché si tralascia volutamente il fatto di non voler operare la distinzione tra i disturbi della psiche insorti in famiglia da quelli eventualmente originati a scuola? È peraltro noto inoltre che fatti gravi e di sangue non avvengono mai a scuola bensì tra le mura domestiche.
  • Come si spiega il fatto che il dirigente scolastico non è quasi mai chiamato in causa nei processi per presunti maltrattamenti pur avendo la responsabilità di tutelare l’incolumità degli alunni? E come è valutabile il comportamento del preside che, avendo saputo di presunti maltrattamenti da personale scolastico o genitori, corre a denunciare il fatto all’Autorità Giudiziaria anziché intervenire e gestirlo coi mezzi a sua disposizione (sopralluoghi, ispezioni, affiancamenti, sospensione cautelare e accertamento medico…)?
  • Il silenzio di istituzioni e sindacati di fronte a questo fenomeno in aumento lascia perplessi. Perché non copiare il modello inglese che prevede un protocollo operativo per cui i genitori non possono sporgere denuncia all’autorità giudiziaria, se non dopo aver adottato interventi risolutivi in accordo col dirigente scolastico?
  • Potranno mai i numerosi arbìtri, quali la scelta di una qualsiasi durata delle intercettazioni così come l’applicazione di un criterio empirico e soggettivo di “abitualità” dei maltrattamenti, dare luogo a giuste, eque e omogenee sentenze?

Una risposta ufficiale a queste domande è doverosa da parte delle istituzioni, inaspettatamente mute, per non costringerci ad assistere inerti all’azione di un dicastero che, pur in buona fede, smonta inconsciamente la credibilità dell’altro (MGG-MIUR) in un gioco a perdere per la comunità. Dobbiamo legittimamente chiederci se la via giudiziaria intrapresa è davvero quella giusta per risolvere il fenomeno dei PMS che sono in vertiginosa crescita a dispetto della strada imboccata o, forse, proprio a causa della stessa. Non è più sufficiente dar credito all’inutile sbraitare di chi invoca demagogicamente telecamere in ogni aula. La valutazione delle professionalità nella scuola infatti non si attua al di fuori della stessa con personale non-addetto-ai-lavori e con telecamere nascoste (in violazione dello Statuto dei Lavoratori?) né, tantomeno, con interminabili e costosi procedimenti penali. Per affrontare questo problema esistono dirigenti scolastici e ispettori tecnici del MIUR come è stato da sempre.

Quando l’entusiasmo di insegnare lascia il posto all’ansia, fuggire è inutile: storia di Marta

Marta è un’insegnante di lungo corso, oramai vicina alla pensione. Tuttavia l’entusiasmo che l’ha accompagnata fin dall’inizio della professione docente si esaurisce, lasciando repentinamente spazio all’ansia.

Marta è un’insegnante di lungo corso, oramai vicina alla pensione. Tuttavia l’entusiasmo che l’ha accompagnata fin dall’inizio della professione docente si esaurisce, lasciando repentinamente spazio all’ansia.

Le povere strategie di adattamento utilizzate falliscono impietosamente fino a far prevalere l’atteggiamento della fuga prima e della depressione poi. L’isolamento sul posto di lavoro, l’ostilità del dirigente, l’indifferenza dei colleghi e l’aggressione di alcuni genitori precipitano la situazione nello sconforto più totale. Anche la vita familiare ne risente per due ragioni: per l’incomprensione del coniuge (verosimilmente schiacciato dai soliti stereotipi sugli insegnanti) e per l’attenzione di Marta ossessivamente focalizzata sul suo problema professionale. Quale può essere la via di scampo da una situazione apparentemente priva di soluzioni?

Alla storia fanno seguito spunti e riflessioni nell’ordine proposto dalla docente stessa.

Gentile dottore,

insegno materie letterarie nella scuola media dal lontano 1979. Avevo 24 anni. Tre anni dopo ero già in ruolo e con posto fisso. Una vita dedicata all’insegnamento, quasi una missione portata avanti con dedizione ed entusiasmo cercando di coinvolgere gli alunni sull’importanza della cultura e di tutto ciò che ne consegue. Si sono lasciati coinvolgere piacevolmente dalle mie passioni, l’amore per i viaggi, per la geografia, la fotografia. Ho sempre cercato di educarli alla correttezza, all’onestà, al rispetto di se stessi, degli altri, del mondo. I genitori sono stati per lo più collaborativi con me supportandomi  nel discorso educativo, apprezzando il mio metodo didattico, soddisfatti dei  risultati positivi che i figli continuavano ad avere anche  alle Superiori. Con tanti ragazzi, ormai grandi, continuo ad avere un ottimo rapporto fatto di complicità, scambio di vedute, consigli verso scelte future ecc. Ovviamente non sono mancati, per qualche insufficienza, problemi con alcuni genitori, ma tutto poi è rientrato nella norma. Questo fino a sei anni fa quando la mia scuola è diventata Istituto Comprensivo sotto la guida del direttore della scuola elementare. A questo punto la mia carriera scolastica ha subito un crollo spaventoso. Tutto è partito dal mio DS, conosciuto in zona per il suo carattere freddo e distaccato. Sicuramente invidioso del mio part-time di quel periodo. Ha iniziato con i rimproveri, accusandomi di tutto: dall’orario pesante per i ragazzi (su tre giorni alterni), le insufficienze, il carico dei compiti, la classe che non si forma per la mia severità… Poi è passato alle minacce anche inviate con posta certificata. Ho iniziato ad avere problemi dermatologici da stress, insonnia, cefalee. Ne parlai con lui (ci rise rispondendomi che lui al contrario dormiva molto bene). Andai a parlarne con il Provveditore, non nuovo a lamentele nei confronti di tale DS. Per un po’ tutto si è calmato poi, due anni fa, sono stata aggredita con ingiurie e minacce da un genitore (conosciuto per piccoli problemi giudiziari) per aver dato 5 al figlio. Ho sporto denuncia, iniziando anche a collezionare assenze su assenze, a fare avanti e indietro con il Pronto Soccorso per sospetti problemi cardiaci. Mi è stato diagnosticato il burnout e un notevole indebolimento dell’Io. A settembre 2014 sono rientrata a scuola nell’indifferenza di colleghi e dirigente che non hanno speso una parola a mio favore. Nel frattempo si sono aggiunti ulteriori problemi: stato d’ansia continuo, per il timore di sbagliare o dimenticare qualcosa sul registro elettronico; tremore diffuso quando ho dovuto necessariamente dare delle insufficienze; disorientamento nell’organizzare programmazioni (di fatto già inseriti nel mio PC da anni), nella stesura dei verbali, forti cefalee e perdite momentanee di memoria. Ho fatto poche sedute con uno psichiatra che mi ha certificato :”disturbo da stress post-traumatico con compromissione del funzionamento sociale e lavorativo. Poi per motivi vari ho mollato credendo di potercela fare da sola. A metà gennaio mi si è parato davanti l’ennesimo ostacolo, gli scrutini, timore dei colleghi e DS. Ho iniziato con i permessi per malattia che ho protratto fino al 30 giugno. Ho già usufruito di dodici dei diciotto mesi di malattia (sono già con la riduzione sullo stipendio). Nel frattempo mi documento, quasi in modo maniacale, ore e ore sul cellulare e al Pc, su una improbabile pensione anticipata. Ho chiesto sia a Provveditorato che sindacato di poter essere occupata in altro incarico, anche bidella. Niente. Ho solo 38 anni di contributi, 60 di età e non ci sono scappatoie. Ho proposto a mio marito di trasferirci. Le lascio immaginare il seguito. Anche lui non ne può più di questa storia, ma non riesce realmente a comprendere il mio generale malessere. Salutandolo questa mattina gli ho detto: “Tra i due mali, quello di rientrare a scuola sarebbe il minore”. Ormai a casa è l’unico argomento all’ordine del giorno. Non ho scappatoie, quello che è certo è che a scuola non entrerò più: ho difficoltà anche a passare nelle sue vicinanze. Purtroppo sia mia madre che i miei suoceri 90enni abitano a poche decine di metri dall’edificio scolastico. Che fare!? A volte strane idee mi passano per la testa…..

Mi scusi lo sfogo, ho cercato di essere più sintetica che potevo.

Riflessioni

  1. Marta possiede un’anzianità di servizio di tutto rispetto (36 anni), sembra non aver rimpianti ed è contenta di ciò che ha fatto e soprattutto di come l’ha fatto. Tutto sembra procedere bene, quando improvvisamente (2009) interviene un doppio cambiamento: la scuola diviene Istituto Comprensivo ed arriva un nuovo Dirigente Scolastico. La prima banale considerazione consiste nell’affermare che ogni cambiamento porta con sé un problema. Questo deve essere detto per tutti coloro che vedono nei trasferimenti una “terra promessa”. In 9 casi su 10, chi nutre queste aspettative, resta deluso. La docente ha inoltre uno svantaggio: non è più giovanissima ed è pertanto dotata di una flessibilità ridotta rispetto ai suoi 30 anni. Il caso ci insegna che sentirsi immuni e scevri da rischi di fronte a un qualsiasi cambiamento è un’ingenuità.
  2. Il dirigente diviene l’oggetto degli incubi di Marta che lo descrive come persona fortemente negativa: “freddo, distaccato, invidioso, minaccioso, colpevolizzante, beffardo”. Lo scontro sembra polarizzato col preside ma, non appena sedato per il colloquio col Provveditore, ecco un altro attacco da parte di un genitore che si lamenta per un’insufficienza data al figlio. Due le riflessioni in proposito: i conflitti bruciano tremende quantità di energia ed è buona regola cercare di non averne affatto, oppure di sostenerne non più di uno alla volta, lasciando ampio spazio temporale tra gli stessi, al fine di recuperare le energie. Non è infatti un caso se Marta esplode proprio dopo il secondo conflitto, quando non sono recuperate ancora le energie impegnate nelle scaramucce col DS.
  3. La sintomatologia che Marta descrive è ingravescente e segue fasi distinte: dapprima dermatiti, insonnia, cefalee; in seconda battuta ansia, tremori, amnesie, palpitazioni cardiache che richiedono frequenti puntate in Pronto Soccorso; infine il timore del DS e dei colleghi (quelli stessi che peraltro “mi avevano accorto nell’indifferenza al rientro della lunga malattia”) con relative e coincidenti diagnosi di burnout (psicologica) e di disturbo post-traumatico da stress (medica) con compromissione del funzionamento sociale e lavorativo. Il culmine è raggiunto, una volta abbandonato inopinatamente l’aiuto psicologico in corso, con l’innesco di un doppio ossessivo delirio di fuga sul fronte professionale (farei anche la bidella) e personale/familiare (il trasferimento), quale unica salvifica soluzione. Fuga (frequenti assenze fino alla riduzione dello stipendio) ed evitamento (non sopportare di transitare nemmeno vicino alla scuola) sono il corollario del corredo sintomatologico fin qui descritto.
  4. Isolamento a scuola e incomprensione in famiglia non possono consentire una semplice via d’uscita. Tuttavia sarà compito di Marta rivedere come affrontare il problema e il conseguente approccio ai suoi interlocutori. Per far comprendere il suo problema (che è reale seppure ignorato per i famosi stereotipi) deve smettere di proporre al marito di trasferirsi, ma può coinvolgerlo nella lettura di articoli e studi scientifici che possono destrutturare i luoghi comuni. Al DS e ai suoi colleghi potrà chiedere cosa è stato fatto per prevenire lo Stress Lavoro Correlato nella scuola (art. 28 D.L. 81/08) chiedendo copia del DVR e proponendosi di aiutare a trovare idonea soluzione (ricordiamo che tale incombenza rientra fra i doveri medico-legali del datore di lavoro). La via d’uscita può dunque essere trovata ribaltando dunque la logica dei rapporti con gli interlocutori per trasformare il conflitto in alleanza e condivisione. Una strada in salita, ma portatrice di speranza.

Ringraziamo Marta per averci consentito di riflettere su alcuni passaggi della sua storia, consigliandola altresì di farsi aiutare e supportare da specialisti come ha fatto in passato. Il conflitto e la fuga possono costituire l’unica reazione di fronte allo scontento e alla disperazione solamente quando si resta soli, incompresi e con “strani pensieri”.

IL BAMBINO TIRANNO

Il bambino tiranno

Da LEGGERE ASSOLUTAMENTE. D’Avenia ci ricorda che il bimbo non è un “idolo” ma un “selvaggio da educare”. Dovrebbero leggerlo tutti: genitori, insegnanti e… giudici. Aggiungo un solo fatto inconfutabile: le maestre hanno da educare fino a 29 “selvaggi” contemporaneamente a loro volta frutto di “educazioni o diseducazioni” tra loro diversissime.Una MISSION IMPOSSIBLE!  (Vittorio Lodolo)

Lunedì 13 maggio 2019 di Alessandro D’Aveniashadow7

«Il bambino Giorgio, benché giudicato in famiglia un prodigio di bellezza fisica, bontà e intelligenza, era temuto. C’erano il padre, la madre, il nonno e la nonna, le cameriere, e tutti vivevano sotto l’incubo dei suoi capricci, ma nessuno avrebbe osato confessarlo, anzi era una continua gara a proclamare che un bambino caro, affettuoso, docile come lui non esisteva al mondo. Ciascuno voleva primeggiare in questa sfrenata adorazione. E tremava al pensiero di poter involontariamente provocare il pianto del bambino». Così comincia un racconto di Buzzati del 1954, nel quale narra le tragiche conseguenze dell’incapacità di esercitare l’autorità da parte di adulti che, inseguendo il consenso del loro bambino, finiscono per adorarlo e quindi rovinarlo. Le pagine di Buzzati mi sono tornate in mente il 2 maggio, quando la Camera, approvando la legge che introduce un’ora di educazione civica alle elementari e alle medie, contestualmente abrogava la misura che prevedeva mezzi disciplinari come: la nota sul registro con comunicazione scritta ai genitori, la sospensione, l’esclusione dagli esami o l’espulsione. Un cortocircuito tipico del nostro tempo: potenziare un’educazione civica astratta ma depotenziare l’autorità in atto, come se il suo esercizio, chiaramente non riducibile a quelle sanzioni, significhi fare violenza.

L’adorazione contemporanea del bambino, funzionale alla soddisfazione dell’adulto e che infatti ha come contropartita violenza e sfruttamento, fa dimenticare che il piccolo non è un «idolo» ma un «selvaggio» la cui umanità va educata: ciò che è umano nell’uomo non fiorisce spontaneamente, ma è il risultato di quanto assorbito nell’infanzia e nell’adolescenza, tappe preposte allo scopo di diventare responsabili di sé e del mondo. Il bambino non educato resta un egoista in balia delle sue pulsioni, iracondo e manipolatore come il piccolo tiranno buzzatiano: «Paurose di per sé erano le ire di Giorgio. Con l’astuzia propria di questo tipo di bambini, egli misurava bene l’effetto delle varie rappresaglie. Per le piccole contrarietà si metteva semplicemente a piangere, con dei singulti che sembrava gli dovessero schiantare il petto. Nei casi più importanti, quando l’azione doveva prolungarsi fino all’esaudimento del desiderio contrastato, metteva il muso e allora non parlava, non giocava, si rifiutava di mangiare: ciò che in meno di una giornata portava la famiglia alla costernazione. Nelle circostanze ancor più gravi le tattiche erano due: o simulava di essere assalito da misteriosi dolori alle ossa; oppure, e forse era il peggio, si metteva a urlare: dalla sua gola usciva un grido estremamente acuto, quale noi adulti non sapremmo riprodurre, e che perforava il cranio. In pratica non era possibile resistere. Giorgio aveva ben presto partita vinta, con la doppia voluttà di venire soddisfatto e di vedere i grandi litigare, l’uno rinfacciando all’altro di aver fatto esasperare l’innocente».


La crisi dell’autorità è propria del XX secolo: il ‘68 ne è stato un formidabile acceleratore, ma la crisi ha radici più profonde, come Hannah Arendt aveva già spiegato nel 1961 in Tra passato e futuro (in particolare nei capitoli «La crisi dell’istruzione» e «Che cos’è l’autorità»), dove spiega che, in una cultura in cui la tradizione (ciò che del passato vince l’usura del tempo perché è vero) è disattivata e quindi non viene trasmessa, gli educatori non hanno «un mondo» in cui introdurre i giovani: «Che gli adulti abbiano voluto disfarsi dell’autorità significa che rifiutano di assumersi la responsabilità del mondo in cui hanno introdotto i figli. Quasi che ogni giorno i genitori dicessero: “In questo mondo anche noi non ci sentiamo a casa nostra: anche per noi è un mistero come ci si debba muovere, che cosa si debba sapere, quali talenti possedere. Dovete cercare di arrangiarvi alla meglio, non siete autorizzati a chiederci conto di nulla. Siamo innocenti, ci laviamo le mani di voi”». Senza un mondo vero da proporre gli adulti vivono il loro ruolo educativo come colpa (violenza) e cercano nel figlio il perdono, ma il bambino «adorato» e «des-autorato», dovendosi autorizzare «da zero» e «da solo», diventa un divino tiranno.

Gli educatori non si sentono più titolati a porre limiti, divieti, doveri, eppure proprio i momenti di opposizione (soprattutto per il bambino di due anni e per l’adolescente), che destabilizzano il genitore, servono per costruire l’autonomia: bambino e adolescente vogliono sapere su cosa fondarsi e così mettono alla prova la solidità del terreno che gli si offre. Compito dei genitori è trovare in sé le ragioni e la credibilità per resistere e accettare la frustrazione della perdita del consenso filiale. La lacuna educativa è alla base dell’aumento di depressioni e dipendenze dei ragazzi: senza la «dipendenza buona» dall’autorità si generano dipendenze surrogate, perché l’uomo non è un essere «assoluto», ma «relativo», cioè bisognoso di relazioni significative. Un esempio è la mancanza di riflessione sull’uso del cellulare, sul quale consiglio l’intelligente, documentato e veloce libro di Stefania Garassini, Smartphone: 10 ragioni per non regalarlo alla prima comunione e magari neanche alla cresima. I genitori che mi dicono «lo hanno tutti, si sentirebbe escluso», mi confermano che il problema è prima di tutto di chi non ha le ragioni per dire «no» e sostenere il conflitto che nasce da un bene più grande, che un 9-10enne non percepisce.

La crisi dell’autorità viene dalla sua confusione con il potere, come mostra l’eliminazione delle sanzioni. Bambini e adolescenti, se non interiorizzano limiti, divieti e doveri, quando è il momento, rimangono infantili e diventano tiranni. L’autorità è invece naturale, si giustifica da sé, dal fatto che io vengo prima di te: il bambino non è un partner dell’educazione, non è un contratto alla pari. Nell’educazione, scrive Arendt: «si decide se amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balia di se stessi». Ma qual è il nostro mondo? Negli anni Settanta i passeggini cambiarono orientamento: il bambino non guardava più il genitore, ma l’esterno: il genitore non faceva più da interprete del mondo dall’alto in basso, ma da accompagnatore. All’obbedisci e poi capirai si sostituì il mettiamoci d’accordo. In questo c’è sì un guadagno: la necessità di dare un senso, che non sia il mero «si è sempre fatto così», a ciò che si pretende, ma spesso, poiché non si sa quale sia questo senso, si lascia decidere il bambino o l’adolescente, gettandolo nello sconforto dell’onnipotenza. Tanti giovani non diventano adulti perché nessuno li ha educati al fatto che non sono padroni assoluti e incontrastati: l’autonomia, infatti, non nasce dall’ignorare limiti e doveri, ma dall’averli sperimentati, interiorizzati e attraversati. Sono i «no» dei miei genitori ad avermi reso forte e più sicuro nelle mie scelte.

Il bambino, dice Arendt, deve essere sì protetto dalle facoltà distruttive del mondo «ma anche il mondo deve essere protetto per non essere devastato dall’ondata di novità che esplode con ogni nuova generazione». Perché? Perché un’educazione senza autorità non «autorizza» il desiderio, senza limite o divieto il desiderio non si costruisce: a che serve crescere, se posso avere tutto e subito e se non esiste qualcosa da raggiungere più tardi? Il desiderio non educato dal gioco di autorizzazione e divieto diventa distruttivo: il soggetto non sa a cosa ancorarsi per fronteggiare la resistenza della vita, non può costruire obiettivi, cioè non ha futuro, si blocca e, per poter vivere, o regredisce o diventa violento. Invece l’autorità è legittimata proprio dal fatto che io sono prima di te, posso garantirti che un giorno anche tu sarai «autore» delle tue azioni. Per fare questo l’educatore è chiamato ad amare veramente, cioè trovare il coraggio di perdere il consenso di chi gli è affidato pur di proteggerlo: sta amando l’uomo/donna che quel bambino/a diventerà, perché l’infanzia non è la pienezza della condizione umana, ma la sua preparazione. Potrà farlo solo se non dipende lui dall’affetto del bambino, reso oggetto della propria soddisfazione anziché soggetto libero, e quindi capace di opposizione, come nel tragico ribaltamento del racconto di Buzzati, in cui è il bambino ad avere autorità sugli adulti: «“L’ho detto, io” fece la mamma; “l’ho sempre detto che è un angelo! Ecco che Giorgio ha perdonato al nonno! Guardatelo, che stella!”. Ma il bimbo li esaminò ancora ad uno ad uno; il padre, la mamma, il nonno, la nonna, le due cameriere. “E guardatelo che stella… e guardatelo che stella!…” canterellò, facendo il verso. Poi si mise freneticamente a ridere. Rideva da spaccarsi. “E guardatelo che stella!” ripeté beffardo, uscendo dalla stanza. Terrificati, i grandi tacquero».

Il letto da rifare oggi è quello del coraggio di educare: fate un elenco di «no» che non riuscite a giustificare e per i quali resistere. Chiedetevi perché questi «no» sono buoni per voi e quindi per l’uomo o la donna che vostro figlio/a diventerà. Il vero amore attraversa la negatività e sa darne ragione ai figli, perché la libertà è frutto di conquista. E il nostro compito di educatori è renderli liberi, non schiavi del loro o – peggio ancora – del nostro desiderio.13 maggio 2019 (modifica il 13 maggio 2019 | 10:31)© RIPRODUZIONE RISERVATA

Insegnante aggredita, scuola chiede di ritirare denuncia. Dirigente offende in pubblico docenti. Tre casi “stravaganti”

I tre casi che seguono, modificati per non renderli riconducibili ai loro autori, sono affatto diversi tra loro ma altrettanto interessanti. Il primo narra dell’aggressione a una docente all’interno della scuola.

Il secondo tratta della vicenda di una docente inidonea all’insegnamento che vorrebbe tornare a insegnare a 53 anni. L’ultimo presenta una dettagliata lista di gravi lamentele di una docente nei confronti della sua DS. Per ciascuna di queste storie verranno espresse delle considerazioni utili ad affrontare simili circostanze.

Domanda. Gentile dottore, sono una professoressa che insegna alle “medie”. Il nostro lavoro, anzi la nostra “missione”, ci mette spesso di fronte a scelte difficili, decisioni tormentate. Siamo tutti bravi con le parole, (o quasi), ma non sempre si trova il coraggio e la forza di passare alla concretezza dei fatti, non sempre si trova il coraggio e la DIGNITÀ di dire BASTA!

È passato un anno da quando una mia collega, fu offesa e picchiata da una mamma durante un incontro scuola-famiglia. Offesa moralmente e fisicamente solo perché, in quanto insegnante di sostegno, doveva occuparsi soltanto del “suo alunno” e non redarguire il comportamento gravemente maleducato della figlia. Intervennero i carabinieri (allertati da noi docenti), la collega fu accompagnata presso il più vicino presidio ospedaliero (da noi docenti), la collega sporse denuncia. La scuola mantenne prima una posizione defilata, successivamente suggerì alla collega di ritirare la denuncia onde evitare problemi futuri. La collega è rimasta sola, sola con la sua dignità calpestata! In quel momento però la sua dignità ferita era anche la mia, quella di tutti gli insegnanti, della Scuola. Io mi chiedo: come può la Scuola insegnare ai nostri ragazzi i valori della legalità, e della giustizia quando essa stessa sceglie il “quieto vivere”? Come può permettere ai genitori di insultare e picchiare i suoi docenti fin dentro le aule? Questa volta però è andata diversamente:

la collega vuole riprendersi la sua DIGNITÀ, la mia, quella degli insegnanti e della scuola.

La collega si è costituita in giudizio come persona offesa, ma offesi lo siamo tutti. La collega è stata lasciata sola, sola fisicamente, moralmente, economicamente, ma la sua lotta, sarà anche la mia di tutti gli insegnanti.

Risposta. Immagino già che molti lettori si “irrigidiranno” di fronte al termine “missione” evocato dalla collega, tuttavia lo sdegno e la rabbia per l’aggressione subita dalla professoressa sono più che legittimi. Manifestarle solidarietà e vicinanza è pertanto opportuno e condivisibile, soprattutto di fronte al disimpegno istituzionale scolastico. In più occasioni ho sconsigliato risoluzioni a tarallucci e vino coi genitori prepotenti e maneschi. Tuttavia, l’insegnante può trovarsi da solo dovendo pagare avvocati che l’assistano nell’iter legale. Proprio per questo credo che oggi sia indispensabile avere la copertura di una polizza assicurativa ad hoc come quella proposta da: nsegnanteprotetto.com

Domanda. Gentile dottore, 

sono una maestra elementare. Le scrissi qualche anno fa. Ora sono da qualche anno permanentemente inidonea all’insegnamento. Sono preoccupata perché il preside della scuola mi ha chiamata per dire che sarò convocata a visita medica collegiale a breve nel capoluogo di Regione. Ho letto di andarci preparata con certificati recenti e di struttura pubblica. Vado periodicamente dal medico psichiatra del CPS ogni 2 mesi ed ho pensato di farmi rilasciare breve relazione. Vorrei tornare ad insegnare perché starne fuori in questi anni è stato durissimo.

Mi può consigliare come fare? Ho 53 anni dei quali 30 nella scuola. Inoltre, essere considerata la malata della scuola non aiuta. Ho cercato di fare tanti cartelloni sulla salute per le maestre ed ho riorganizzato la biblioteca. La ringrazio per i consigli che vorrà darmi.

Risposta. Non è chiaro perché la docente, giudicata “permanentemente inidonea all’insegnamento”, debba essere richiamata in CMV. L’unica possibilità è che il DS abbia richiesto un nuovo Accertamento Medico d’Ufficio (AMU) in CMV per un eventuale aggravamento o per le continue insistenze della docente per voler tornare in cattedra nonostante i suoi 53 anni. Riconosco che spesso è vero, come dice la maestra, che capita di essere chiamati “pazzi o malati” da altri colleghi, ma è altresì vero che tornare a insegnare può essere devastante: nel giro di pochi mesi ho visto sclerare docenti che tornavano dalla biblioteca. Certamente possono esistere anche le eccezioni, ma tali restano.

Domanda. Gentile dottore, faccio seguito alle numerose lettere elencando qui di seguito i comportamenti della DS nei confronti del corpo docente e miei in particolare.

  • Ho sempre avuto un diniego alla richiesta di insegnare inglese
  • Sono sempre stata accusata di assentarmi troppo (l’anno scorso era per infortunio sul lavoro dato che in gita, sono caduta e sono stata operata al braccio)
  • Le attenzioni della DS erano sempre rivolte a commentare il mio profumo, il modo di vestire
  • Sul mio operato e sul mio lavoro ha ammesso sempre che sono una brava insegnante
  • La DS telefona spesso ai rappresentanti di classe o ai genitori per avere informazioni
  • Le sue convocazioni non sono mai per iscritto ma a voce, tuttavia mi è stato detto di richiedere sempre per iscritto eventuali incontri con lei.
  • Attacca colleghe che ho visto spesso piangere davanti a tutti, nella sua totale indifferenza
  • Fa dispetti e ricatta sempre iniziando con la frase: “Mi hanno detto che…”
  • Si informa sulla vita intima e privata di tutti i docenti
  • Al Collegio parla solo lei per ore e nessuno apre la bocca.
  • L’RSU è scelta da lei e fa tutto ciò che le dice di fare: non abbiamo un punto di riferimento
  • La precedente RSU si è dimessa, come confermato dal sindacato, si è dovuta assentare e prende psicofarmaci
  • Alcune colleghe mi hanno, anche in segreteria, per il mio modo di fare (diretto), definita spesso “pazza”
  • I miei alunni mi adorano: abbracci, sorrisi, risate, prove di affetto, attività coinvolgenti
  • La DS ci obbliga ad accettare progetti con ricatti e minacce, chiamando al cellulare anche all’una di notte
  • Alza la voce e urla anche in presenza di terzi e di minori
  • Ci ha intimato di non riferire e insabbiare casi di alunni che hanno problematiche di disagio familiare importante (due mesi fa, una bimba aveva il viso e l’occhio tumefatto, il padre gli ha tirato un pugno,), allora l’abbiamo chiamata ma lei ha detto che sono cose che riguardano la famiglia, che qualche schiaffo fa solo bene. E se incolpano noi?

Resto in attesa dei suoi commenti e la ringrazio.

  • Risposta. L’elenco è piuttosto lungo, dettagliato e ricco di amenità. Sarà tutto vero? Un punto dell’elenco instilla qualche dubbio (“Alcune colleghe mi hanno, anche in segreteria, per il mio modo di fare diretto, definita spesso pazza”), ma è certo che qualcosa (anzi qualcuno) non va. Se la “stravagante” fosse la docente, sarebbe indispensabile che il dirigente le richiedesse l’AMU in CMV. Se, al contrario, fosse strano il DS, più docenti, se non tutti, potrebbero richiedere con una lettera all’USR di sottoporre il Capo d’Istituto ad AMU. Ma per evitare fraintendimenti è bene ricordare quello che vado dicendo da sempre: l’Accertamento Medico, sia esso d’Ufficio che a richiesta del lavoratore, è sempre e solo strumento di tutela della salute della persona, a prescindere dal fatto che uno sia docente e l’altro dirigente.

Processi per Presunti Maltrattamenti a Scuola: 32 maestre indagate, sentenze e risarcimenti. Difesa in difficoltà

Nel 2019 siamo già arrivati a 18 indagini per Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) per un totale di 32 maestre indagate.

Stanno inoltre arrivando alla spicciolata le sentenze di primo grado: assoluzioni col contagocce, poche condanne con pene ridotte e numerose sentenze esemplari che, in certi casi, arrivano a superare persino i 4 anni di reclusione. Infine, condanne a risarcimenti da capogiro a favore delle famiglie costituitesi parte civile (anche oltre i 160.000 euro).

Da una prima impressione sembra che gli avvocati difensori siano in difficoltà di fronte a una pubblica accusa forte anche del plauso dell’Opinione Pubblica perché “i bambini non si toccano e le streghe vanno messe al rogo”. Eppure, occorre una riflessione più approfondita per ricercare i motivi di una simile débâcle che presenta verosimilmente ulteriori cause come quelle di seguito enunciate:

  • anche gli avvocati, alla stregua degli inquirenti, non hanno familiarità col “pianeta scuola” e rientrano tra i cosiddetti “non addetti ai lavori”. Chiamati a trattare di educazione, insegnamento e pedagogia hanno prevedibili difficoltà. Per meglio comprendere il professionista-cliente che si trovano ad assistere, è bene che leggano innanzitutto le competenze necessarie per divenire insegnanti enunciate dall’art. 27del CCNL del Comparto Scuola;
  • la stessa dimensione organizzativo-gestionale della scuola è a loro sconosciuta, prova ne sia il non chiamare praticamente mai in causa il dirigente scolastico (DS) il cui compito di tutelare tempestivamente l’incolumità degli alunni rappresenta invero la principale incombenza medico-legale, molto prima che debba eventualmente intervenire l’Autorità Giudiziaria (AG). Il DS ha inoltre un altro compito fondamentale quale quello di tutelare la salute dei docenti. Tale incombenza è oltremodo importante per l’elevata usura psicofisica delle helping profession di cui gli insegnanti rappresentano la più eloquente espressione. I PMS, laddove comprovati, possono pertanto essere, almeno in parte, dovuti allo Stress Lavoro Correlato di cui non è fatta la prevenzione di legge prevista dall’art.28 del DL 81/08. I dati disponibili sembrano confermare la circostanza poiché l’età media delle maestre a oggi indagate è di 56,4 anni con un’anzianità di servizio superiore ai 30;
  • i legali possiedono una visione a cannocchiale dei PMS che consente loro di focalizzarsi solo sul caso da loro difeso senza comprendere l’essenza di un fenomeno in crescita, a genesi multifattoriale, e verosimilmente legato anche alle recenti riforme previdenziali, all’anzianità di servizio e all’elevata età anagrafica di una professione riconosciuta da poco (maestre della Scuola dell’Infanzia) come gravosa e psicofisicamente usurante;
  • nonostante i punti precedenti gli avvocati sembrano restii ad avvalersi di Consulenze Tecniche di Parte (anche se in talune circostanze la via è stata loro preclusa dal giudice);
  • di fronte a una Pubblica Opinione ostile e una gogna mediatica impietosa, preferiscono adottare una strategia di riduzione del danno piuttosto che una vigorosa difesa della professionalità del proprio assistito;
  • la scelta del rito (patteggiamento, abbreviato, ordinario) è logicamente condizionato da budget limitati quali quelli di cui notoriamente dispongono gli insegnanti.

A fronte del fenomeno dei PMS, con le dinamiche che lo contraddistinguono e che abbiamo imparato a conoscere, gli avvocati che si trovano a difendere gli insegnanti possono ponderare alcuni passaggi fondamentali prima di scegliere la linea di difesa più idonea al caso in esame:

  • considerare attentamente i limiti dei metodi d’indagine adottati nella scuola dalla AG: pesca a strascico con telecamere nascoste senza limiti di tempo; inquirenti “non addetti ai lavori”; montaggio di trailer con videoclip estrapolate e dunque decontestualizzateselezione esclusivamente “avversa” (negativa) delle videoclip; drammatizzazione delle trascrizioni degli atti; concetto arbitrario ed empirico di “abitualità” riferito ai maltrattamenti agiti. A solo titolo d’esempio si consideri il fatto che solitamente la somma delle videoclip contestate ammonta allo 0,1-0,2% di tutta l’audiovideoregistrazione (spesso superiori alle centinaia di ore), mentre il restante 99,8% non è tenuto dagli inquirenti in minima considerazione ai fini della valutazione del comportamento professionale dell’insegnante indagato, né verrà mai verosimilmente visionato per intero dai giudici trattandosi di centinaia di ore di registrazione. Per ricorrere a un’analogia, si può affermare che, della vita professionale di una maestra, rappresentata da un fotoromanzo di 1.000 immagini, si scelgono solo i 2 scatti più squalificanti e da quelli si giudica l’operato professionale dell’insegnante, ignorando completamente le altre 998 foto. A parlare chiaro in proposito è il principio di diritto della Suprema Corte che recita: “In tema di maltrattamenti il giudice non è chiamato a valutare i singoli episodi in modo parcellizzato ed avulso dal contesto, ma deve valutare se le condotte nel loro insieme realizzino un metodo educativo fondato sulla intimidazione e la violenza… attuata consapevolmente anche per finalità educative astrattamente accettabili” (Cass. Sez. 6 n. 8314 del 25.06.96). Ma anche il Tribunale del Riesame di Quartu, trattando un caso di PMS del 2017 era stato altrettanto esplicito quando, dopo aver visionato integralmente i filmati, era giunto a sospendere i provvedimenti interdittivi, nei confronti della maestra, motivando il provvedimento nel seguente modo:

i singoli episodi non possono essere “smembrati” per ricavare dall’esame di ciascuno di essi la sufficiente gravità indiziaria;

gli episodi acquistano una diversa valenza se avulsi dal contesto di un’intera giornata di lezione della durata di 5 ore in un contesto quotidiano e mensile;

le condotte della maestra, lungi dall’integrare il ricorso a sistematiche pratiche di maltrattamento, possono invece ricondursi allo svolgimento dell’attività di docenza;

l’esame integrale dei filmati induce altresì ad escludere il fumus del reato di abbandono di minori contestato alla maestra;

laddove il tono di voce della maestra risulta innegabilmente alterato, va considerata l’episodicità (pochissimi i file audiovideo incriminati rispetto ai quasi 1.000 prodotti);

l’esame del materiale non consente di ritenere che la condotta della maestra integri la soglia del penalmente rilevante, connotandosi al più come espressione di discutibili metodi didattici che esauriscono la loro censurabilità in ambito disciplinare”;

  • sottolineare il paradosso educativo per il quale oggi il genitore chiede al bimbo prescolarizzato come si comporta la maestra, anziché l’inverso, come è stato da sempre;
  • non dare mai per scontate le affermazioni dei bimbi e dei genitori “de relato” e rammentare che turbe psichiche, lesioni fisiche (quali graffi, lividi, ecchimosi, abrasioni etc) possono essere prodotte nella piccola utenza non solo a scuola ma anche a casa, tra fratelli, amichetti, compagni o in altra circostanza;
  • fare sempre presente che il rapporto insegnante-alunno può arrivare a essere di 1:29 e necessita di interventi tempestivi che talvolta divengono obbligatoriamente spicci e risolutivi: la responsabilità “in vigilando” su tutti i piccoli utenti non si interrompe mai gravando sul docente ogni momento;
  • rammentare (a tutti) che rimproveri e richiami sono indispensabili per la crescita dei piccoli e soprattutto per i cosiddetti “bimbi onnipotenti” quando si comportano da “monelli”. Saper dire i “no” che aiutano a crescere (e non a mortificare) è compito specifico dell’insegnante che, come nessun altro, conosce i bambini e la loro storia familiare. Riaffermare che i rimproveri non sono comportamenti professionali facenti parte esclusiva di una “lista nera”, ma talvolta atteggiamenti professionali necessari, se non indispensabili, al momento opportuno;
  • considerare che l’insegnante ha il dovere di contemperare i tanti e diversi stili educativi (almeno quanti sono i ragazzi) esercitando un paziente e professionale lavoro di sintesi; rammentare inoltre che è l’ambiente familiare, di fatto, il luogo più pericoloso per il minore: stando alla cronaca, a scuola avvengono al più maltrattamenti, mentre i gravi fatti di sangue hanno sempre ed esclusivamente luogo tra le mura domestiche;
  • resistere alla tentazione di ricorrere alla presentazione di scuse ufficiali, alla stesura di lettere per fare ammenda, alle ammissioni di responsabilità o alle proposte di risarcimenti alle famiglie. Chi ha cercato di perseguire la via della “ riduzione del danno” ha finora ottenuto solo inasprimenti delle pene e “l’assalto alla diligenza” da genitori che si sono costituiti parte civile per ottenere tanto ingiustificati quanto allettanti risarcimenti;
  • avvalersi di consulenti di parte che sappiano valutare le circostanze senza dare per scontata e acquisita ogni affermazione dell’accusa priva di riscontro (“clima di terrore nell’aula” non comprovato; “reiterate e violente percosse” non certificate; “azioni intimidatorie” inesistenti etc).