Daily Archive: Maggio 31, 2019

Recensione: Insegnanti, salute negata e verità nascoste

100 storie vere, sofferte, vissute che meglio di ogni altra cosa rappresentano un sistema scolastico malpagato, disprezzato, umiliato e troppo spesso illuso da una classe politica affetta da “riformismo” inutile. E se il prestigio della categoria professionale docente è direttamente proporzionale alla sua retribuzione, le riforme previdenziali hanno definitivamente tramortito la salute degli insegnanti ignorando totalmente l’alta usura psicofisica e le malattie che ne derivano. Il testo si propone tuttavia di schiacciare i nefasti stereotipi e far conoscere le situazioni reali a docenti e dirigenti per affrontarle con i pochi ma efficaci strumenti a disposizione. Un libro che si pregia di raccogliere i casi di vita scolastica più interessanti, e complicati al contempo, offrendo spunti e soluzioni a docenti e dirigenti che, nonostante tutto, sono chiamati a remare nella stessa direzione. Frequenti anche i conflitti da cui conviene astutamente rifuggire per non rimanere stremati di fronte alla professione che consuma energie senza sosta. Resta la speranza che la lettura del testo faccia comprendere – anche a genitori e medici – l’importanza di una scuola sana sulla cui cima è posto il regista che i latini sapientemente chiamavano magister.

Siamo all’alba del terzo millennio ma ancora oggi non sono state riconosciute ufficialmente le malattie professionali degli insegnanti. Eppure, gli studi a disposizione ci dicono che le cause di inidoneità all’insegnamento presentano diagnosi psichiatriche nell’80% dei casi, con un’incidenza 5 volte maggiore rispetto alle comprensibili disfonie. In Europa, noi italiani, siamo poi gli unici a non presentare risultati di studi su base nazionale, pur disponendo di dati completi presso l’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze (MEF) che, da oltre tre anni, si rifiuta di metterli a disposizione di Università e sindacati. Un semplice incontro operativo MIUR-MEF sbloccherebbe la situazione e avremmo in pochi mesi il riconoscimento ufficiale delle malattie professionali della categoria. Una volta acquisiti i dati ufficiali dallo studio nazionale sarebbe immediatamente possibile attuare un serio programma di prevenzione basato su diagnosi collegiali e non su termini equivoci di nessun valore medico quali “burnout, rischi psicosociali, stress lavoro correlato” che non sono diagnosi mediche. La prevenzione ha un costo che va sostenuto, a cominciare dalla formazione obbligatoria per legge, che deve rendere edotti gli insegnanti circa i rischi per la loro salute, nonché i diritti e doveri nel tutelarla. Nonostante ciò il DL 81/08 (Testo Unico sulla tutela della salute dei lavoratori) nelle scuole non è mai stato finanziato con un solo euro, lasciando lettera morta l’indispensabile prevenzione di legge delle malattie professionali. Occorre intervenire subito, posto che anche il contratto appena rinnovato, e già scaduto, inserisce la tutela della salute tra gli argomenti di contrattazione e di confronto tra dirigente scolastico e RSU.

La salute dei lavoratori è sempre stata all’origine della ragione di nascita del sindacato ma forse siamo tutti caduti nell’errore di considerare usuranti solamente i lavori fisici (miniere, altoforni, catene di montaggio, fabbriche) trascurando quelli psichicamente usuranti. Non è un caso che all’alba del terzo millennio si creda che la raucedine e le disfonie siano le sole malattie professionali degli insegnanti quando le patologie psichiatriche hanno un’incidenza 5 volte maggiore. L’83% del corpo docente è donna con un’età media di 50 anni con ciò che questo comporta: quintuplicazione dell’esposizione al rischio depressivo in periodo perimenopausale oltre alla professione psicofisicamente usurante. Non possiamo più ignorare la realtà anche guardando ai dati preoccupanti che ci vengono dagli altri Paesi di tutto il mondo (Francia, UK, Germania, USA, Giappone etc) e al consumo di psicofarmaci. Urge un nostro intervento anche perché abbiamo la classe docente più anziana, peggio pagata, più femminilizzata e previdenzialmente penalizzata d’Europa.

Nelle azioni di governo si ricade troppo spesso nel solito errore di voler riformare le pensioni “al buio”, cioè senza considerare variabili fondamentali quali età anagrafica, anzianità di servizio e malattie professionali. Queste ultime invece dipendono direttamente dall’anzianità di servizio che comporta un aumento progressivo dell’altissima usura psicofisica del docente quale principale esponente delle cosiddette helping profession. Di recente è stato riconosciuto psicofisicamente usurante e gravoso l’insegnamento alla Scuola dell’Infanzia mentre gli studi a disposizione ci confermano che l’usura psicofisica è parimenti alta in tutti i livelli d’insegnamento. Se dunque si è compiuto un passo corretto verso le maestre delle “materne”, si è perpetuato un torto nei confronti di tutti gli altri docenti dei diversi livelli. Nel giro di 20 anni (1992-2012) siamo passati dalle insostenibili baby-pensioni agli intollerabili 67 anni della Monti-Fornero: il tutto – si badi bene – senza un solo controllo della salute della categoria professionale che oggi è in stato d’agonia. Restare in cattedra oltre i 60 anni, alle condizioni odierne, appare davvero incompatibile con l’attuale condizione di salute dei docenti. Prorogare un simile sistema di maestre-nonne equivale a calpestare l’art.28 del DL 81/08 che esige la tutela della salute del lavoratore commisurato a genere ed età del lavoratore.

Di questi tempi diviene sempre più caldo il fronte dei Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) ma i sindacati, anche a questo proposito, sembrano affetti da mutismo schiacciati come sono tra la difficoltà a comprendere il fenomeno e i processi massmediatici contro la categoria delle maestre considerate oramai streghe da mettere al rogo. La questione dei PMS sembra essere strettamente collegata all’elevata anzianità di servizio (56,4 anni di età con anzianità di servizio media > dei 30) che si riflette negativamente sull’usura psicofisica dell’insegnante. Che si tratti dei primi nefasti effetti delle riforme previdenziali effettuate “al buio”? Non passa oramai giorno in cui non si annunciano casi di PMS di alunni da parte delle maestre, scatenando l’opinione pubblica in sterili dibattiti sul posizionamento o meno di telecamere che non rappresentano una vera soluzione. La responsabilità dell’incolumità degli alunni rientra di diritto tra le incombenze medico-legali dei dirigenti scolastici: così è stato per il passato e dovrà essere per il presente e il futuro. Strattonamenti, scappellotti, improperi ed altri sistemi deprecabili, semmai comprovati, sono affrontabili da parte del preside senza dover scomodare Forze dell’Ordine, magistrati, avvocati e periti ingolfando ulteriormente il sistema giudiziario. La scuola tuttavia resta un ambiente sicuro, assai più delle mura domestiche come ci insegna purtroppo la cronaca nera. Non è altresì tollerabile l’altissimo numero di aggressioni fisiche e verbali di docenti da parte di genitori e/o studenti. Anche per queste ragioni, oltre che per il fenomeno dei PMS occorre la costituzione immediata di un tavolo interministeriale MIUR-MGG (Ministero di Grazia e Giustizia) per affrontare con criterio le suddette emergenze. Una prima ipotesi potrebbe essere quella che i genitori sporgenti una denuncia per presunti maltrattamenti al figlio venissero reindirizzati, come avviene nel Regno Unito, al dirigente scolastico che è sempre e comunque primo titolare e responsabile dell’incolumità dell’utenza. Circa le aggressioni ai docenti da parte di studenti e genitori occorrono invece provvedimenti punitivi proporzionati, seri e d’ufficio evitando risoluzioni rabberciate o, peggio ancora, ricorsi a improvvidi encomi istituzionali di circostanza, quasi ci si trovasse di fronte a missionari o volontari anziché a lavoratori qualificati.

Per dirla in una frase: la salute professionale è il punto critico del sistema scuola perché la miglior garanzia per l’incolumità e la crescita degli alunni passa attraverso la tutela della salute degli insegnanti.

Maltrattamenti a scuola, Istruzione e Giustizia dissipino i dubbi su metodi indagine

Il fenomeno dei Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) ha raggiunto il suo apice nel 2018 con 47 casi ma rischia di vederli raddoppiati nel 2019 poiché a Maggio la cifra ha già raggiunto i 45 episodi. Tutto ciò di fronte alle soluzioni demagogiche proposte dalla politica (telecamere in ogni dove), al silenzio istituzionale dai dicasteri coinvolti (MIUR, MGG, MS), alla smisurata cautela sindacale, all’atteggiamento forcaiolo dell’opinione pubblica. Ho più volte sottolineato l’inadeguatezza dei metodi d’indagine adottati dall’Autorità Giudiziaria nell’ambiente scolastico analizzando a fondo i procedimenti penali che mi sono stati sottoposti come consulente tecnico di parte. A confortare le mie perplessità erano talvolta gli stessi giudici che ritengono scorretto decontestualizzare gli episodi incriminati o attribuire valenza penale a quei procedimenti che rientrano in ambito disciplinare. Non prenderò in considerazione la questione medica e previdenziale, che peraltro mi è più propria, avendo già precedentemente esposto il forte dubbio che il fenomeno dei PMS sia, almeno in parte, imputabile all’elevata età media delle maestre indagate (56,4 anni) e alla loro importante anzianità di servizio (33 anni). Come conoscitore del sistema scolastico cercherò altresì di evidenziare ulteriori perplessità suscitate dai metodi d’indagine applicati alla scuola, in cerca di una risposta esaustiva per il bene di chi assiste, educa, insegna ai bambini e per i piccoli stessi. Le domande di seguito riportate sono rivolte al mondo della Giustizia (giudici, inquirenti, avvocati) perché il suo ingresso nel mondo della scuola, sostituendosi ai dirigenti scolastici, resti un’eccezione e soprattutto non arrechi maggiori danni rispetto a quanti si propone di ripararne.

  1. Considerate le numerose competenze professionali richieste ai docenti (vedi art. 27 CCNL), è corretto, nell’ambito di un procedimento penale, affidare la valutazione della loro professionalità a un poliziotto, o carabiniere, o finanziere che non si intendono di scuola, educazione, istruzione, pedagogia, insegnamento, mentre per irrogare sanzioni disciplinari nelle visite ispettive ministeriali vengono impiegati appositi ispettori tecnici ministeriali altamente preparati?
  2. Avviare un’indagine per PMS in una scuola, equivale di fatto a operare una valutazione dell’attività professionale del docente indagato. Lo confermano le telecamere installate sul posto di lavoro, le ipotesi di reato (artt. 571 e 572 cpp), i frequenti e inaspettati coinvolgimenti di colleghi nel procedimento penale etc. Tale attività di controllo professionale, esplicitamente vietata dall’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori che vieta il controllo del lavoratore in remoto con l’uso di tecnologie, è per giunta attuata “di nascosto” e all’insaputa del lavoratore. Ci si pongono conseguentemente due domande: a) non esiste un qualche conflitto tra il dettato del succitato articolo 4 dello SL e le modalità dell’indagine “professionale”? b) Siamo certi – come sostenuto dai giudici in alcuni procedimenti –

che “la questione integri la soglia del penalmente rilevante, connotandosi al più come espressione di discutibili metodi didattici che esauriscono la loro censurabilità in ambito disciplinare” (TdR Quartu 2017) riguardando così il dirigente scolastico e non l’Autorità Giudiziaria.

  • Nel caso di un sospetto maltrattamento da parte di una maestra a danno degli alunni non sarebbe preferibile e auspicabile (se non obbligatorio per legge) un intervento tempestivo e risoluto del dirigente scolastico anziché filmare e documentare i suddetti episodi di nascosto per intere settimane, se non per interi mesi?
  • Siamo sicuri che per rappresentare correttamente la realtà in un’indagine il sistema giusto sia quello di: filmare di nascosto un docente, ad libitum, quindi selezionare, estrapolare, decontestualizzare e montare le immagini in trailer, che rappresentano al massimo lo 0,1-0,2% di tutte le intercettazioni effettuate, affidandone la trascrizione a non addetti ai lavori che le drammatizzano e poi le sottopongono ai giudici così confezionate?
  • Non è invero indispensabile che i giudici esaminino tutti i filmati (100%) e non solo i trailer (0,1-0,2%) per farsi la giusta idea dell’attività professionale del docente indagato? Di converso, è opportuno chiedersi anche se debba avere un qualche peso, ed eventualmente quanto, il restante 99,8% delle audiovideointercettazioni nel valutare la professionalità dell’indagato.
  • Fare visionare ai giudici l’intera videoregistrazione – anche se giusto – comporterebbe dei costi inimmaginabili (oltre a quelli già alti per le tecnologie affittate e l’impiego del personale inquirente). Non sarebbe più conveniente e pratico oltreché legittimo sotto ogni punto di vista (tempestività, economicità, appropriatezza) richiamare il dirigente scolastico al suo compito di vigilare sull’incolumità degli alunni come si usa in Gran Bretagna?
  • Nel nostro ordinamento è considerato reato il maltrattamento che influisce sulla psiche dei bambini – senza peraltro dovere dimostrare in alcun modo il danno psichico – così come è possibile richiedere il risarcimento del danno subito da un alunno per “violenza assistita“. Quanto sopra riesce anche a scatenare l’assalto alla diligenza da parte di molte famiglie per la prospettiva di un facile guadagno. Perché si tralascia volutamente il fatto di non voler operare la distinzione tra i disturbi della psiche insorti in famiglia da quelli eventualmente originati a scuola? È peraltro noto inoltre che fatti gravi e di sangue non avvengono mai a scuola bensì tra le mura domestiche.
  • Come si spiega il fatto che il dirigente scolastico non è quasi mai chiamato in causa nei processi per presunti maltrattamenti pur avendo la responsabilità di tutelare l’incolumità degli alunni? E come è valutabile il comportamento del preside che, avendo saputo di presunti maltrattamenti da personale scolastico o genitori, corre a denunciare il fatto all’Autorità Giudiziaria anziché intervenire e gestirlo coi mezzi a sua disposizione (sopralluoghi, ispezioni, affiancamenti, sospensione cautelare e accertamento medico…)?
  • Il silenzio di istituzioni e sindacati di fronte a questo fenomeno in aumento lascia perplessi. Perché non copiare il modello inglese che prevede un protocollo operativo per cui i genitori non possono sporgere denuncia all’autorità giudiziaria, se non dopo aver adottato interventi risolutivi in accordo col dirigente scolastico?
  • Potranno mai i numerosi arbìtri, quali la scelta di una qualsiasi durata delle intercettazioni così come l’applicazione di un criterio empirico e soggettivo di “abitualità” dei maltrattamenti, dare luogo a giuste, eque e omogenee sentenze?

Una risposta ufficiale a queste domande è doverosa da parte delle istituzioni, inaspettatamente mute, per non costringerci ad assistere inerti all’azione di un dicastero che, pur in buona fede, smonta inconsciamente la credibilità dell’altro (MGG-MIUR) in un gioco a perdere per la comunità. Dobbiamo legittimamente chiederci se la via giudiziaria intrapresa è davvero quella giusta per risolvere il fenomeno dei PMS che sono in vertiginosa crescita a dispetto della strada imboccata o, forse, proprio a causa della stessa. Non è più sufficiente dar credito all’inutile sbraitare di chi invoca demagogicamente telecamere in ogni aula. La valutazione delle professionalità nella scuola infatti non si attua al di fuori della stessa con personale non-addetto-ai-lavori e con telecamere nascoste (in violazione dello Statuto dei Lavoratori?) né, tantomeno, con interminabili e costosi procedimenti penali. Per affrontare questo problema esistono dirigenti scolastici e ispettori tecnici del MIUR come è stato da sempre.