Disagio docenti, segni e sintomi maggiori: dissimulazione, autolesionismo, ideazione suicidaria e altro ancora. Parte prima

Il caso che stiamo per affrontare è stato scelto per molti motivi. La protagonista – che chiameremo Aurelia – è donna decisamente intelligente, capace di descrivere se stessa, e la situazione nella quale vive, con dovizia di particolari.

Il caso che stiamo per affrontare è stato scelto per molti motivi. La protagonista – che chiameremo Aurelia – è donna decisamente intelligente, capace di descrivere se stessa, e la situazione nella quale vive, con dovizia di particolari.

L’importante sintomatologia che presenta ha la peculiarità di essere da lei stessa ricondotta a motivi inizialmente attribuibili alla sua vita professionale e, in seconda battuta, a quella privata. Verrebbe qui la tentazione di cominciare a disquisire sul termine “Stress da Lavoro Correlato” che – si sappia – non è lo “stress maturato sul lavoro”, bensì lo “stress manifestato sul lavoro a prescindere da dove questo è maturato”. Ma riserviamo questo dibattito ad altra occasione e addentriamoci nel lungo e ricco racconto di Aurelia, insegnante cinquantenne di Italiano e Storia di un Istituto professionale di una città del Nord Italia. La testimonianza si articola in due puntate e, al termine di ciascuna, opportunamente tagliata e corretta per garantire la non riconoscibilità dell’autore, sarà riportato un commento del sottoscritto.

Gentile dottore,

in novembre ho inviato con raccomandata AR la richiesta di visita per inidoneità accompagnata da una busta chiusa contenente il certificato medico attestante che io soffro di depressione maggiore e il documento dell’esenzione per questa patologia. Quasi settimanalmente vado al Centro di Salute Mentale dove incontro alternativamente la psichiatra e lo psicologo (ho cominciato a metà ottobre, inviata con richiesta di perizia psichiatrica da parte del medico di base). Il centro mi ha presa in carico, mi ha cambiato subito i farmaci e dopo vent’anni di Sereupin mi hanno dato il citalopram; prima di Natale, la psichiatra mi aveva prescritto il Deniban 50mg, oltre al Citalopram 20, ma io non ho avuto il coraggio di prenderlo perché  al momento devo essere lucida e vigile in quanto mio padre è in ospedale e ha subito proprio in questi giorni il quarto intervento per un cancro intestinale.
Al Centro di Salute Mentale vengo trattata come un’inetta nullafacente, mi dicono che per me l’unica strada è una lunga psicoterapia da farsi privatamente, e io capisco che ci siano tanti casi più gravi di me, io presento bene, parlo correttamente, sono pulita e dignitosa, loro curano barboni alcolizzati, travestiti cocainomani, bambini abusati e certamente io faccio perdere solo del tempo… Ma io vado da loro perché me l’ha detto il mio medico di base, perché volevo andare alla visita per l’inidoneità con un documento recente, perché se uno psichiatra privato mi fa una relazione ho paura che non mi credano… Io penso proprio che loro non conoscano le problematiche degli insegnanti, magari sono dei luminari per altre cose ma non per questo…

Io volevo sapere se Lei o qualche suo collega sensibile ai problemi degli insegnanti potreste darmi un consiglio, io posso anche venire un giorno a Milano e pagare una consulenza, ma sono troppo preoccupata e finché non avrò fatto la visita non sarò in pace. Non so se il Citalopram mi sta facendo bene,  sento  dietro la testa, sulla nuca più o meno, ma anche un po’ dentro, come qualcosa che vibra, leggermente,  come un battito d’ali, una cosa stranissima che fa un po’ paura, però mi sono convinta che passerà e me ne sono fatta una ragione.

Nessuno può immaginare che razza di incubi ho, ma in casa sono tutti testimoni delle urla, sveglio tutti, mio marito mi scuote, mi chiama, i figli corrono da me impressionati. Sono spaventosi, realistici, ricorrenti. Stanotte un collega mi interrogava, poi non trovavo l’aula, insomma, routine. La settimana scorsa, incubo pesante: ero a scuola, entro in aula, è una classe che non conosco. In mezzo c’è una colonna, qualcuno si nasconde dietro, cerco di convincerli a smetterla, poi due cominciano a picchiarsi e io non riesco a separarli. Ad un certo punto scappano fuori e tutti gli altri di corsa dietro, io grido di fermarsi, mi manca la voce, allora corro dietro di loro fino ad un cortile, i due lottano in mezzo e tutto intorno ci sono balconate con ragazzi affacciati che urlano e li incitano, arrivano professori che chiedono di chi sono quegli alunni e qualcuno mi indica e dice “Suoi”. Allora corro a chiamare la preside, ma la bidella mi dice che non c’è e dice che viene lei, e quando arriva li sgrida e tutti smettono e tornano in classe, e io le chiedo se fanno spesso così e lei mi dice con disprezzo: è la prima volta. Io fermo i ragazzi che si picchiavano per chiedere se si sono fatti male, uno mi fa vedere i lividi in testa, l’altro mi indica la faccia, io non vedo niente, allora lui infila le dita nella guancia e tira fuori un osso tutto insanguinato.

Ecco, la cosa veramente insostenibile è l’ansia della scuola, cioè il terrore di affrontare gli alunni. E’ stata una cosa in crescendo, degli ultimi 5 o 6 anni, ma vorrei cercare di spiegarlo bene perché è atroce.

Quando sento qualcuno che si finge invalido per non andare a lavorare io lo capisco, perché quando tu ti senti così male da preferire qualunque altra cosa piuttosto che essere lì, devi trovare una soluzione per non morire! Ma la cosa mostruosa di me è che io non potrei far finta perché il senso di colpa mi farebbe stare altrettanto male, e allora cosa faccio? Mi faccio del male. Nessuno può immaginare conoscendomi che io possa aver fatto quanto sto per dire, piuttosto che entrare in classe e affrontare i ragazzi, che parlano, gridano, non ascoltano, mentre la mia voce che cerca
di sovrastarli: “Sedetevi per favore, vai a posto, non urlare, chiudete la porta, metti via il telefono”. Sono le 8, guardo l’ora e sono le 8.15. Dio mio, come faccio prima che siano le 13 e 50? Cerco di organizzare la lezione, ho tante cose da dire, belle idee, stimoli, ho preparato schemi, parole, ritagli di giornali, ma parlo e non ascoltano, mi devo interrompere per riagganciare la loro attenzione, ma non è più come prima, io non ce la faccio più a lottare, non mi arrabbio più, sono solo tanto stanca, tanto triste.

Non ce la faccio più, non riesco ad affrontarli. Preferisco … non so, mi sembra che sarebbe meglio qualunque altro lavoro: lavare i cessi, spazzare le strade, che cosa  me ne frega, ma non voglio avere quelle facce  presuntuose e ignoranti, ecco cosa non sopporto, mi sento una perla data ai porci, non sanno quante cose interessanti potrebbero ascoltare, imparare ad usare un po’ la capacità critica, ottusi e fieri della loro mediocrità. E i genitori peggio di loro…   E’ vero anche che sono negata a tenere la disciplina, non riesco proprio, mi fa schifo fare quella che non fa andare in bagno o non lascia dire due parole, che senso ha, ma loro non capiscono: se sei democratico per loro non vali niente, ci sono dei colleghi  impreparati e mediocri, ma si fanno rispettare  perché maltrattano e umiliano: io non sono capace, non sono così.

E allora ecco che 4 anni fa, non ne potevo più, ero disperata, così un mattino appena alzata mi sono accovacciata per terra e poi ho tirato forte la porta contro la mano così ero leggermente ferita e avevo un grosso ematoma tumefatto, ho detto che avevo avuto una specie di vertigine, che ero caduta, e così sono stata un po’ a casa. Qualche mese dopo si presenta un’occasione, un’anca artrosica. Sono andata all’ospedale e tutti mi hanno detto: no signora, non è da operare, metta scarpe comode e si aiuti con un bastone. E allora io riesco a farmi operare lo stesso, ma l’anno scorso non ce la facevo più, così ho iniziato a fare tutto quello che era controindicato, quindi indossavo le scarpe coi tacchi, finché il dolore non diventava insopportabile. Non so se sia stato quello, ma poco dopo gli esami evidenziavano un’intolleranza ai mezzi di sintesi, che andavano rimossi. La mia reazione? Bene benissimo, speriamo che sia una cosa grave, sì, sì, per fortuna, starò a casa 3 mesi. E’ molto doloroso, fa niente, sempre meglio che andare a scuola.  L’ospedale mi prenota per aprile, ma nel frattempo? Siamo a febbraio, come ci arrivo a fine anno scolastico?  Allora ho di nuovo superato il limite: ho preso il ferro da stiro, ho tirato un respiro lungo e me lo sono dato fortissimo sulla gamba. Ho avuto qualche giorno di prognosi, non quanto speravo, in compenso mi è venuto un bozzo che non va più via. Forse è normale fare così, tutti lo fanno ma non lo dicono, come me. Va bene, basta saperlo.

Però io sto proprio male. Cosa potrei fare? Io so che devo lavorare, non posso permettermi di stare a casa ma forse starei meglio se mi facessi spostare in un ufficio. Dopo 26 anni di insegnamento ho diritto di chiedere il passaggio ad altre funzioni, non sono la prima ad avere l’ansia di entrare in classe, non posso mica farmi operare da tutte le parti o farmi del male in qualche altro posto…  Magari in un’altra scuola, in un altro ambiente sarebbe diverso, però ho già cambiato, dopo poco divento litigiosa, insulto qualche collega, faccio qualche scena da esaurita e mi giustificano perché “il papà sta male”, “ha problemi familiari”, “sta entrando in menopausa”, ne ho sempre una, basta!Ma perché non mi butto dal balcone, sono al 5 piano, sarebbe tutto risolto, e invece non lo faccio solo per i figli, che vita infame con una madre suicida, che tristezza, che pena.

Forse la cosa che vorrei di più sarebbe andare qualche giorno in una clinica a riposare il cervello, senza pensare, ma se proprio devo andare da uno psicologo ci vado, ma in classe no, altrimenti mi tocca farmi male all’anca operata, se do una botta fortissima sicuramente rovino la delicata e fragile saldatura che tiene insieme l’articolazione: un colpo deciso, un male lancinante, ma di nuovo un po’ di giorni a casa, lontana da quel mondo che mi fa solo orrore e a cui sento di non poter dare più NIENTE. Devo provare a cambiare lavoro, devo provare a cambiare, altrimenti non vedo come uscire da questo incubo: magari tra qualche anno sarò alienata anche in un altro lavoro, ma almeno provare, il cambiare può farmi solo bene. 

Non pretendo di stare a casa, di non fare niente, voglio solo non sognare tutte le notti un alunno che cade dalla finestra, la preside che mi sgrida perché non sono in classe. Ecco, un altro sogno ricorrente: prendo l’ascensore ma arrivo al piano sbagliato e non trovo la classe e so che intanto sta succedendo qualcosa di terribile, si stanno facendo male e io avrò tanti guai e denunce. E pensare che in passato, e a dire il vero, a volte anche recentemente, ho amato con tutta me stessa questo lavoro, perché ci sono state giornate in cui entravo in classe e mi chiedevano: “Cosa si fa oggi prof?” ed era fantastico rispondere “Foscolo….. Leopardi…….Montale”, e cominciare senza libri, senza fotocopie, soltanto raccontando le emozioni che suscitano  la crisi dell’io, il male di vivere….

Due ore passavano in un lampo, e c’era chi voleva leggere un’altra poesia, chi diceva di aver provato la sensazione descritta dall’autore, chi faceva paragoni impossibili tra un genio dell’Ottocento e un improbabile rapper di periferia… Ecco, in quei momenti io ho sperato che sarebbe stato possibile  superare tutto il resto, mi sono aggrappata disperatamente a quel singolo episodio per darmi la forza, e così è stato, ha funzionato, ce l’ho fatta per tanti anni. Ma adesso, quando mi fermo e guardo indietro (e non posso più farne a meno), io vedo affogare quei momenti rassicuranti e sereni in mezzo ad un mare di delusioni e sconfitte.

Per un’ex alunna che continua a scrivermi, adesso che ha trent’anni, per dirmi “Prof, ho letto finalmente Virginia Wolf, aveva ragione, è fighissima!”, ce ne sono 20 che se incontro per strada non mi riconoscono o neppure mi salutano perché  “Che palle prof, chi cazzo se ne frega di letteratura, se vado a lavorare e non so far funzionare uno strumento cosa faccio, gli recito una poesia?”. E quello che mi fa arrabbiare e disperare e mi distrugge ancora di più sono quelli che se ti sfoghi e racconti ti danno consigli: “Vabbè, ma tu glielo devi spiegare l’importanza della lingua italiana a questi ragazzi, certo che se ti arrendi davanti alla prima difficoltà…”. Io voglio ucciderli quelli che mi dicono queste cose o cose simili, voglio vederli marcire e se mi chiedono aiuto voglio calpestarli e vederli soffocare e finalmente sentirmi bene, leggera, bastardi…  Forse non ho mai odiato tanto gli alunni, qualcuno solo, più crudele, ma per lo più i ragazzi mi fanno pena, li disprezzo ma ho compassione, magari avranno anche successo nella vita, ma sono limitati, hanno dei cervelli minuscoli, non capiranno neanche la differenza tra l’intelligenza e la furbizia, tra la cultura e l’indottrinamento, tra un valore e una moda. Mi ricordo a questo proposito, qualche tempo fa, una lezione splendida in cui spontaneamente si era arrivati a parlare di relativismo, da quello della conoscenza a quello etico, e quindi alcuni ragazzi che erano riusciti a collegare la letteratura alla filosofia, la storia alla fisica; suona la campanella, mi si avvicina il figo della classe, e, dato che non avevamo assegnato compiti mi dice:” Che bello prof, oggi non abbiamo fatto un cazzo!”.

Ecco, questo è stato un traguardo fondamentale per me, io quel giorno ho aperto gli occhi e ho capito ogni cosa. Io ringrazio ancora quel Marco, perché io fino a quel momento non avevo voluto aprire gli occhi, non avevo voluto affrontare la realtà: in quell’attimo è cambiata la mia vita. Cioè, tutto quello che per me è importante, quello che conta, che vale, d’improvviso non è più importante, non conta e non vale per gli alunni, e questo sarebbe già sufficiente per disperarsi, ma non conta per i loro genitori, non conta per i colleghi, per la scuola, per la società. Ed ecco qui i saggi, i grandi esperti, i saputelli, i dispensatori di grandi consigli che mi diranno: “Ma che esagerata, non è così! C’è pieno di ragazzi che leggono, che studiano volentieri, che hanno infiniti interessi, che sono di sani principi.

E c’è pieno di insegnanti validi, di genitori sensibili, la società non è vuota come dici tu!”. Ecco, è a questo punto che dentro di me sento un caldo, come una bestia che si agita, proprio un odio feroce, una rabbia indomabile, e mi ritrovo a pensare cose orribili, come uccidere alcune persone, con che cosa, come nascondere i cadaveri, perché mi sembra che questo sia l’unico modo per stare meglio, per respirare, ecco, per sopravvivere. Quindi, non odio gli alunni, solo qualcuno: quelli indisciplinati (bastano 2 per classe, a volte anche uno), perché interrompono e rovinano l’atmosfera, per apprezzare una poesia ci vuole concentrazione, basta una penna che cade, uno si alza, due si girano ed è già finita la magia.

Oppure mentre sei al culmine di una spiegazione chiedono di uscire, tu dici “ma come proprio adesso”, gli altri ridono e ciao. Oppure i maschilisti: arriva il collega troglodita, che insegna da 35 anni una materia tecnica, quattro cazzate che potrebbe fare anche un cane ammaestrato. Lui è uno delle migliaia di “docenti” immessi in ruolo con leggi e leggine misteriose, quando ancora non serviva una laurea, bastava il diploma professionale, (ma ci sono anche ingegneri che saranno dei geni nel loro ambito ma umanamente fanno schifo), che se deve fare una relazione bisogna riscriverla perché è zeppa di errori, ma non importa, è un omone grande e grosso, con una vociona da orco: entra, fa un urlo, sbatte il registro sulla cattedra, e da quel momento non ce n’è uno, dico uno che osi fiatare. Fa aprire il libro, copiare schemi e spiegazioni sul quaderno, due verifiche a quadrimestre e intanto lui legge il giornale. Quello sì che è un mito.

Lo so, sono patetica e frustrata, disprezzatemi, compatitemi, ma ditemi cosa devo fare? Ho una rabbia dentro che sto per scoppiare, un odio inimmaginabile. Perché poi io lo so che non può essere solo la scuola, altrimenti tutti saremmo ridotti così, che io sicuramente ho delle cose irrisolte perché i disturbi alimentari sono peggiorati ma io li avevo anche da ragazza, poi sono in crisi anche in generale nella mia vita, non sono più in grado di guidare ormai da 5 anni, ho paura di andare da qualunque parte perché mi faccio la pipì addosso. Lo so, sono tutte cose che possono capitare, ma tutte a me? E sapete qual è la cosa tragica, che differenzia il presente da tutti i periodi precedenti in cui ho avuto delle crisi? Che sono consapevole del fatto che adesso può solo peggiorare. E non mi dicano: “Ma no, cosa dici, a volte dopo i cinquant’anni ci aspetta la parte più bella della vita!”. Non é vero, non per me.

Il sogno della mia vita era andare in pensione e spostarmi in campagna, nella casa dei miei nonni, coltivare l’orto, circondarmi di animali e non aver a che fare con troppi esseri umani. Non dico a quarant’anni, come la generazione dei miei genitori, ma a 50-55 sì. A che età potrò andare in pensione? 68 anni. Come, a poco a poco, tutti gli altri. E’ così e basta. Non lo accetto! Preferisco la prigione, a questo punto, almeno mi prendo il piacere di ammazzare la Fornero o qualcuno che è andato in pensione con 15 anni 6 mesi e un giorno…
Mi aspettano 16 anni terribili e vorrei soltanto che qualcuno mi convincesse che vale la pena viverli.

Per i commenti e le considerazioni viene seguito l’ordine imposto da Aurelia al suo racconto.

  1. Il Centro di Salute Mentale vive Aurelia come un inutile peso da sbolognare a qualche psicoterapeuta privato. Purtroppo la consapevolezza del mondo medico sullo SLC degli insegnanti è pressoché nulla. Ciò è dovuto alle pochissime pubblicazioni medico-scientifiche che sono sovrastate da quelle psicologiche (oltre 10.000) che i medici non consultano. Si aggiungano inoltre gli stereotipi sugli insegnanti di cui, tutti i medici, facenti parte dell’opinione pubblica, sono vittima. Meglio dunque rivolgersi alla notoriamente complessa clientela dei CSM (tossici, alcolisti, psicotici etc) che non “perdere tempo” con i docenti in crisi. Inutile dire che occorre una importante campagna di sensibilizzazione dei medici sul tema delle patologie professionali delle helping profession.
  2. La presenza di incubi notturni rileva un’invasione di campo a livello dell’inconscio. Questo è espressione dell’invasività con la quale la problematica scolastico-professionale ha pervaso non solamente la vita privata, ma anche il subconscio dell’individuo.
  3. Abbiamo visto in altri casi la costante presenza nella persona del “senso di colpa” che riesce ad essere superato attraverso la pratica dell’autolesionismo, dove il dolore ha funzione di espiazione e dunque consente il superamento dello stesso senso di colpa.
  4. La rabbia di Aurelia – di grado importante – cerca sfogo, fino a trovarlo nell’autoaggressività. La donna, a differenza dell’uomo (etero aggressività), sfoga su se stessa quella aggressività figlia di una incoercibile rabbia: da qui l’autolesionismo reiterato della docente che, pur se insoddisfatta, riesce ad allontanarsi momentaneamente dalla scuola e a trovare sfogo ai suoi impulsi lesivi. Se fino ad oggi non si è ancora letto, sui quotidiani, di un insegnante che ha picchiato o ucciso un proprio alunno/studente, lo si deve molto verosimilmente al fatto che i docenti (donne all’82%) danno sfogo alle proprie pulsioni attraverso l’autoaggressività tipicamente femminile. Nel caso di Aurelia questa culminerà in una rischiosa ideazione suicidaria. Si ricordi a tal proposito le nefaste statistiche francesi e inglesi sui casi di suicidio tra gli insegnanti.
  5. La professoressa tende a consolarsi immaginando che tutti gli insegnanti provino o facciano quello che prova o vive lei. Una sorta di urlo disperato e autoassolutorio che è figlio di una mancata condivisione dei problemi tra colleghi. Oggetto di (comprensibile) odio diventano i cosiddetti”bravissimi” o “splendidi” che sanno sempre tutto e sono freschi e riposati anche alla fine della quinta ora di lezione.
  6. Aurelia si domanda se, cambiando lavoro, riuscirà a migliorare la propria condizione psicologica ma, in uno sprazzo di lucidità comprende che si tratta di una menzogna, e che il problema è interno a lei piuttosto che esterno. Giunta a questa riflessione, capisce che l’analisi deve divenire introspettiva, orientata cioè verso la sua storia personale e familiare. La seconda parte del racconto toccherà pertanto corde delicate che non escluderanno la dimensione professionale che sarà piuttosto messa in relazione con la propria dimensione individuale.
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