Maltrattamenti a scuola, se per il giudice lo scappellotto diventa percossa

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Gli episodi di maltrattamenti da parte delle maestre sono riportati da tutti i media con toni esasperati e strumentalmente scandalistici per far vendere più copie di giornali e generare il maggior numero di contatti e visualizzazioni. Così non dovrebbe accadere con le sentenze che non vanno interpretate ma ponderate sulla base di riscontri oggettivi quali le immagini delle telecamere.

Abbiamo ora il privilegio di commentare una recente sentenza relativa a un caso – seguito con attenzione dal sottoscritto – che vede una maestra condannata per maltrattamenti ai suoi alunni. Camufferemo il caso quel tanto che basta per non renderlo riconoscibile senza però alterare nulla della sostanza e, al contempo, cercheremo di comprendere l’essenza di ragionamenti, considerazioni e motivazioni del giudice che ha emesso il verdetto di colpevolezza.

Cominceremo dal fondo, cioè dalla composita sentenza di condanna che dispone nell’ordine, per la maestra: 11 mesi di reclusione; pagamento delle spese processuali; sospensione della pena; nessuna menzione nel casellario giudiziale; immediata cessazione della misura interdittiva all’insegnamento. In altre parole, la docente, seppure ritenuta colpevole, può tornare immediatamente in classe dai suoi alunni e riprendere a esercitare come se nulla fosse successo.

La storia

Tutta la vicenda nasce in settembre quando un bimbo di 3 anni (lo chiameremo Mario) racconta a sua mamma di aver preso “botte sul culetto perché aveva fatto il monello”. La maestra in udienza si era difesa replicando che “non erano botte ma lo aveva fatto sedere perché stava facendo il monello”. Il giudice tuttavia conclude nella sentenza che “con tale affermazione l’imputata ha fornito credibilità al racconto del bambino non avendo negato di avere un’interazione con lui, confermando così lo stato d’animo del bambino che manifestava tristezza”.

Il secondo episodio contestato – a novembre – dal bimbo attraverso la madre, sarebbe consistito ancora una volta in “botte sul culetto del bimbo per disturbo arrecato in classe durante la lezione”. Il giudice stavolta conclude che “l’imputata, pur nulla riferendo circa la sculacciata, non ha comunque negato il rimprovero fatto a Mario, fornendo dunque riscontro a quanto raccontato dal piccolo che ha comunque manifestato una sua emozione negativa, avuta a seguito di un comportamento dell’imputata”.

Il terzo episodio citato dal giudice avviene in dicembre. Il bimbo – racconta ancora la mamma – “viene nuovamente sculacciato dalla maestra perché aveva scarabocchiato la scheda da colorare di un suo compagnetto”.

Vi sono poi altri due episodi, a distanza di un mese l’uno dall’altro e sempre esposti dalla mamma di Mario.In gennaio, quando “la maestra sgrida Mario poiché si mette le mani in bocca dopo averle poggiate per terra e lui ci rimane male” e in febbraio, “quando la maestra aveva distribuito in classe le caramelle solo ai bimbi meritevoli e non agli altri”.

Un ultimo episodio riguarda poi altri bambini, a sottolineare che la maestra non prendeva di mira esclusivamente Mario o un singolo individuo, ma adottava un sistema educativo identico per tutta la classe. Nel video – afferma il giudice nella sentenza – si vede che “Una bimba riceve uno scappellotto ed è sgridata insieme ad altre perché lancia in aria dei giocattoli facendoli cadere per terra: l’imputata si rivolge alle piccole non soltanto percuotendole ma anche con modi perentori, alzando il tono della voce, puntando il dito contro il viso di una bimba, e ottenendo così il risultato voluto, che era quello di far raccogliere le costruzioni da terra per riportarle nel relativo contenitore”.

Il passaggio tuttavia più importante della sentenza è quello in cui il giudice afferma che “gli strattonamenti e gli scappellotti rientrano nel novero delle percosse, mentre nella nozione di maltrattamenti rientrano tutti i fatti che possono manifestarsi anche con violenze capaci di produrre sensazioni dolorose ancorché tali da non lasciare traccia”. Trattasi di interpretazione assai ardita sulla quale tutte le maestre farebbero bene a riflettere nell’esercizio del loro dovere. Se infatti uno scappellotto (di richiamo) viene equiparato a “percossa” dalla giurisprudenza, non è così per la medicina che, solo in caso di “reale” percossa fa registrare i ben noti effetti oggettivi e inconfutabili quali rubor, tumor, dolor, calor e functio lesa. Altrimenti, pure il semplice buffetto vescovile al cresimando potrebbe essere considerato “percossa” con tutto ciò che ne potrebbe conseguire.

Da sottolineare tra l’altro il fatto che, nelle otto settimane di videointercettazioni, non è stato mai documentato dalle telecamere alcun episodio in cui la maestra abbia sculacciato uno o più bambini, nonostante i racconti di Mario e della di lui madre. La circostanza avrebbe dovuto indurre il giudice a ponderare con maggiore cautela la credibilità della donna.

Tra le varie amenità del caso, sfugge infine totalmente la logica del giudice nel rigettare a priori due perizie mediche presentate dalla difesa sul comportamento pedagogico-didattico della maestra, quasi volesse arditamente affermare che nessuna dinamica è sconosciuta a magistrati ed inquirenti in ambito scolastico-educativo.

Riflessioni

Si può discutere sui metodi educativi rigorosi dell’insegnante, ma la realtà dei fatti non cambia. Stando a quanto scrive il giudice nella sentenza, ci troviamo di fronte a una maestra che: si fa ubbidire da tutti e 25 i bimbi allo stesso modo; incentiva i meritevoli; richiama perentoriamente i “monelli” alle loro responsabilità; con i suoi rimproveri non causa in classe alcun pianto né collettivo, né individuale; dosa i richiami al meglio senza distinzione di sorta o preferenza tra i bambini; affronta l’alto stress professionale psicofisicamente usurante con esperienza professionale ultratrentennale nonostante i quasi 60 anni di età. Di converso, la co-protagonista della storia è invece una mamma che asseconda sempre gli umori del figlio facendone un “onnipotente”; assolve tutte le marachelle del pargolo e addossa la colpa della sua mestizia ai rimproveri dell’insegnante. Il giudice tuttavia preferisce dare credito ai racconti della madre, piuttosto che all’esperta maestra, adottando erroneamente, come unico criterio di condotta pedagogica professionale, lo stato d’animo del bimbo risentito e offeso per i giusti e necessari rimproveri.

Gli equivoci nei quali il giudice inciampa sono dovuti verosimilmente al difetto di competenze educative e pedagogiche della giustizia in ambito scolastico. Anche dal punto di vista organizzativo e gestionale i magistrati sembrano poco ferrati nel settore, come dimostra l’esiguo numero di episodi (meno di 1 su 100) in cui chiamano a rispondere dei fatti anche i dirigenti scolastici che, tra le numerose incombenze medico-legali, possiedono proprio quella specifica di vigilare sulle attività di tutela dell’incolumità della piccola utenza.

Conclusione

Educare fino a 29 bambini in una classe di Scuola dell’infanzia richiede dedizione, amore, energia, perizia, attenzione, decisione, risolutezza, rapidità d’intervento, persuasività, capacità di riprendere, correggere e stimolare i bimbi verso una corretta crescita funzionale. Tutte doti che possono certamente non coesistere nello stesso momento, portando a piccole sbavature che, se artatamente amplificate e decontestualizzate, creano mostri inesistenti, utili solo ad alimentare roghi, gogna mediatica e discredito su di una maestra e sull’intera categoria professionale.

Davvero c’è bisogno di ingolfare ulteriormente i tribunali per risolvere un siffatto problema con enorme spesa di denaro pubblico e impiego di Forze dell’Ordine altrimenti impiegabili? La giustizia non sa nulla di scuola/insegnamento/didattica/pedagogia e le telecamere, in mano a non-addetti-ai-lavori, accrescono gli equivoci anziché risolverli. In ambito calcistico, nessuno mai si sognerebbe di affidare la gestione della VAR ad arbitri di pallavolo. Errori addirittura peggiori vengono poi commessi se la suddetta “ignoranza” viene persino negata, inducendo il giudice – come nel caso in esame – a rigettare a priori le perizie medico-pedagogiche della difesa e a dare esclusivo credito alla donna che sbaglia a educare il figlio, piuttosto che ascoltare la consumata maestra capace di condurre un’intera classe.

Continuiamo a ritenere che la giustizia coi suoi metodi (inquirenti a digiuno di scuola, pesca a strascico con le telecamere, composizione di trailer, decontestualizzazione, drammatizzazione delle trascrizioni…) non rappresenti davvero la soluzione a problemi di questo genere. Ma se, dopo tutto, per ipotesi, la maestra condannata fosse stata realmente una “strega che percuote i bambini”, perché il giudice ha deciso di riammetterla all’insegnamento dopo la sentenza di condanna?

Qualcosa ci sfugge perché davvero non capiamo.

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1 Response

  1. Jamespet ha detto:

    Знаете ли вы?
    Русские мечтали о шапке-невидимке, а древние греки — о кольце невидимости.
    Российская учёная показала, что проект «Новой Москвы» 1923 года воспроизводил план трёхвековой давности.
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