Type: Image

Non c’è ‘buona scuola’ se gli insegnanti non sono in salute

Per l’ennesima volta Renzi ha detto di scrivergli ciò che abbiamo da dirgli sulla riforma della scuola. E io – che già lo avevo fatto – replico.Gent.mo PdC Matteo Renzi,non ci può essere Buona Scuola se gli insegnanti non sono in salute. 

Per l’ennesima volta Renzi ha detto di scrivergli ciò che abbiamo da dirgli sulla riforma della scuola. E io – che già lo avevo fatto – replico.Gent.mo PdC Matteo Renzi,non ci può essere Buona Scuola se gli insegnanti non sono in salute. 

Gent.mo PdC Matteo Renzi,

Da anni cerco, attraverso le pubblicazioni su La Medicina del Lavoro (N°5/2004 e N°3/2009 etc), di fare presente la questione. Francia e UK hanno raccolto i dati e si sono accorte che quella dei docenti è la categoria a più alto rischio suicidario. In Francia l’insegnante ha uno psichiatra di riferimento.

E l’Italia cosa fa? Non raccoglie dati nazionali sui docenti ma attua riforme previdenziali senza valutare le condizioni di salute della categoria, in barba all’art.28 del DL 81/08 (che tra l’altro prevede la prevenzione dello stress lavoro correlato che – guarda un po’ – non è stato finanziato con un solo euro). Non è quindi un caso se le diagnosi di inidoneità all’insegnamento sono all’80% di natura psichiatrica, mentre le laringiti croniche – per le quali paradossalmente si riconosce la causa di servizio a differenza delle precedenti – sono 5 volte meno frequenti.

Abbiamo inoltre un corpo docente più che maturo (51 anni di età media) e all’82% costituito da donne (che in quel periodo sono fisiologicamente in menopausa e dunque esposte a un rischio di depressione quintuplicato rispetto alla fase fertile). Tutto ciò è bellamente ignorato, sommersi come siamo da stereotipi sugli insegnanti (a proposito, come medico non posso che riconoscere che le ferie per loro rappresentano un necessario periodo di “convalescenza”).

Ci sarebbe poi da parlare della formazione dei dirigenti scolastici, le cui incombenze medico-legali sono tanto numerose quanto a loro stessi sconosciute: le istituzioni infatti non li formano in merito ai loro doveri, né controllano che gli stessi attuino la prevenzione e il monitoraggio dello stress lavoro correlato. Eccoci quindi ad accontentare l’opinione pubblica con qualche articolo su insegnanti che “sclerano” alzando voce e mani sugli alunni, oppure a far leggere del suicidio di qualche docente zelante.

Per queste ragioni ho deciso di attivare per i docenti una pagina (www.facebook.com/vittoriolodolo) dove distribuire i miei studi scientifici ai docenti, nonché gli articoli di cronaca (nera) sui misfatti dei docenti: per far accrescere la consapevolezza dei rischi di un mestiere bello ma usurante, dove la relazione con la (stessa) utenza avviene in modo insistito, per più ore al giorno, tutti i giorni, per 9 mesi all’anno, per cicli di 3/5 anni. Solo in famiglia (altra agenzia educativa) il rapporto è più insistito che nella scuola. E infatti, lì, non mancano i casi di cronaca nera raccapriccianti. Nella scuola questo non è finora accaduto e probabilmente lo dobbiamo a quell’82% di donne che costituiscono il corpo docente.

La donna tende infatti a sfogare la propria rabbia attraverso l’autoaggressività anziché l’eteroaggressività. Ma non è il caso di abusare di questa fortuna, perché l’argine potrebbe improvvisamente cedere. L’attenzione al genere e all’età del lavoratore è peraltro prevista all’art.28 del DL 81/08, ma la donna in Italia non conta, sia essa casalinga sia essa insegnante, in barba all’8 marzo che in fondo è già archiviato. Ci può dunque essere Buona scuola se i docenti stanno male? A lei la risposta, caro PdC.PS e non le ho parlato delle neoplasie che ancora una volta “prediligono” gli insegnanti (quasi tutti tumori al seno per forza di cose) in seguito allo stress cronico che determina un abbassamento delle difese immunitarie.

Insegnanti, salute negata e verità nascoste, 100 storie di Burnout a scuola

100 storie vere, sofferte, vissute che meglio di ogni altra cosa rappresentano un sistema scolastico malpagato, disprezzato, umiliato e troppo spesso illuso da una classe politica affetta da “riformismo” inutile. Il testo si propone di schiacciare i nefasti stereotipi e far conoscere le situazioni reali a docenti e dirigenti per affrontarle con i pochi ma efficaci strumenti a disposizione. Un libro che si pregia di raccogliere i casi di vita scolastica più interessanti offrendo spunti e soluzioni a docenti e dirigenti che, nonostante tutto, sono chiamati a remare nella stessa direzione.

Resta la speranza che la lettura del testo faccia comprendere – anche a genitori e medici – l’importanza di una scuola sana sulla cui cima è posto il regista che i latini sapientemente chiamavano magister. Siamo all’alba del terzo millennio ma ancora oggi non sono state riconosciute ufficialmente le malattie professionali degli insegnanti. Eppure, gli studi a disposizione ci dicono che le cause di inidoneità all’insegnamento presentano diagnosi psichiatriche nell’80% dei casi, con un’incidenza 5 volte maggiore rispetto alle comprensibili disfonie. In Europa, noi italiani, siamo poi gli unici a non presentare risultati di studi su base nazionale, pur disponendo di dati completi presso l’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze (MEF) che, da oltre tre anni, si rifiuta di metterli a disposizione di Università e sindacati. Un semplice incontro operativo MIUR-MEF sbloccherebbe la situazione e avremmo in pochi mesi il riconoscimento ufficiale delle malattie professionali della categoria permettendo l’attivazione di un serio programma di prevenzione basato su diagnosi collegiali e non su termini equivoci di nessun valore medico quali burnout, rischi psicosociali, stress lavoro correlato”. Nonostante ciò il DL 81/08 (Testo Unico sulla tutela della salute dei lavoratori) nelle scuole non è mai stato finanziato con un solo euro, lasciando lettera morta l’indispensabile prevenzione di legge delle malattie professionali.

La salute dei lavoratori è sempre stata all’origine della ragione di nascita del sindacato ma forse siamo tutti caduti nell’errore di considerare usuranti solamente i lavori fisici (miniere, altoforni, catene di montaggio, fabbriche) trascurando quelli psichicamente usuranti nonostante queste abbiano un’incidenza 5 volte maggiore. L’83% del corpo docente è donna con un’età media di 50 anni con ciò che questo comporta: quintuplicazione dell’esposizione al rischio depressivo in periodo perimenopausale oltre alla professione psicofisicamente usurante.

Nelle azioni di governo si ricade troppo spesso nel solito errore di voler riformare le pensioni “al buio”, cioè senza considerare variabili fondamentali quali età anagrafica, anzianità di servizio e malattie professionali. Queste ultime invece dipendono direttamente dall’anzianità di servizio che comporta un aumento progressivo dell’altissima usura psicofisica del docente che è stata riconosciuta parimenti alta in tutti i livelli d’insegnamento. Nel giro di 20 anni (1992-2012) siamo passati dalle insostenibili baby-pensioni agli intollerabili 67 anni della Monti-Fornero. Restare in cattedra oltre i 60 anni, alle condizioni odierne, appare davvero incompatibile con l’attuale condizione di salute dei docenti. Prorogare un simile sistema di maestre-nonne equivale a calpestare l’art.28 del DL 81/08 che esige la tutela della salute del lavoratore commisurato a genere ed età del lavoratore.

Di questi tempi diviene sempre più caldo il fronte dei Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) che sembrano essere strettamente collegati all’elevata anzianità di servizio (56,4 anni di età con anzianità di servizio media > dei 30) che si riflette negativamente sull’usura psicofisica dell’insegnante. Non passa oramai giorno in cui non si annunciano casi di PMS di alunni da parte delle maestre, scatenando l’opinione pubblica in sterili dibattiti sul posizionamento o meno di telecamere che non rappresentano una vera soluzione.

La responsabilità dell’incolumità degli alunni rientra di diritto tra le incombenze medico-legali dei dirigenti scolastici che dovrebbero gestire tali situazioni senza dover scomodare Forze dell’Ordine, magistrati, avvocati e periti ingolfando ulteriormente il sistema giudiziario. Non è altresì tollerabile l’altissimo numero di aggressioni fisiche e verbali di docenti da parte di genitori e/o studenti.

Anche per queste ragioni, oltre che per il fenomeno dei PMS occorre la costituzione immediata di un tavolo interministeriale MIUR-MGG (Ministero di Grazia e Giustizia) per affrontare con criterio le suddette emergenze. Per dirla in una frase: la salute professionale è il punto critico del sistema scuola perché la miglior garanzia per l’incolumità e la crescita degli alunni passa attraverso la tutela della salute degli insegnanti.

Maltrattamenti a scuola: un nuovo spiraglio dal Procuratore Capo d’Isernia?

M

Gli episodi di “presunti maltrattamenti” a scuola sono quasi quotidiani ma non riusciamo ad assuefarci perché riguardano bimbi piccoli e indifesi. Ci fanno talvolta perdere l’obiettività necessaria ad analizzare un fenomeno in prepotente crescita che, per fortuna, non ha fatto ancora registrare fatti gravi (come quelli che avvengono dentro alle mura domestiche) limitandosi a scappellotti, strattonamenti, schiaffi etc. Ma l’indignazione, esprimendosi in gogna mediatica, processi pubblici sommari e insulti alle maestre inquisite, non arriva a proporre soluzioni di sorta se non proposte demagogiche quali l’installazione di telecamere (che ricordiamo essere una prevenzione secondaria e non primaria) e l’inasprimento delle pene come deterrente. Dunque occorre l’analisi che nessuno sembra voler fare. Il MIUR? Silenzio assoluto. Il Ministero di Grazia e Giustizia (MGG)? Nonostante le centinaia di processi incardinati, nemmeno una riflessione sul fenomeno nel suo complesso. Un tavolo interministeriale MIUR-MGG? Inimmaginabile. Una proposta di riflessione sulla questione da parte delle parti sociali? Solo timidi cenni da parte di Anief e Gilda e silenzio assoluto dai sindacati più rappresentativi. In compenso vi è la politica, che si riempie la bocca di telecamere (dannose, dispendiose e inutili) per le quali non vi sono nemmeno i soldi. Avendo avuto prima cura di mescolare tutto in un unico calderone quasi fossero la stessa cosa: il pubblico col privato, gli asili con i reparti di lungodegenza, le residenze per anziani con i nidi e via discorrendo. Insomma una grande insalata russa che continua a montare col solo risultato di vedere le Forze dell’Ordine a spiare maestre e sperperare ingenti risorse pubbliche in attività d’indagine quanto meno dai metodi discutibili (vedi precedenti articoli) col conseguente intasamento dei tribunali.

Dopo questa sconsolata ma necessaria premessa cerchiamo di vedere se ci può essere qualche segnale di inversione di rotta. Questo per fortuna ci viene dalle parole del Procuratore Capo d’Isernia Carlo Fucci che, in conferenza stampa, ha presentato l’ultimo caso in ordine di tempo di “presunti maltrattamenti” a Venafro (IS), cercando di darsi una spiegazione del fenomeno anziché lasciarsi alla facile condanna degli episodi e delle insegnanti. Vediamo le affermazioni rilasciate all’ANSA in conferenza stampa venerdì 18 gennaio commentandole attentamente una ad una.

CF: “Il rapporto con i bambini di quell’età richiede una preparazione che non può essere affidata soltanto alla capacità della ‘buona madre di famiglia’, serve altro e questo è ormai un dato certo. Riqualificazione del personale e piani di decompressione, perché il rapporto con i bambini può creare problemi alle insegnanti. È comprensibile che, occuparsi ogni giorno di venti bambini con esigenze diverse, può creare momenti di ‘sfasamento’ dell’insegnante”.

Riflessione: il procuratore capo non punta subito il dito sul misfatto ma va alla ricerca delle cause. Pur non essendo uomo di scuola né tantomeno buona madre di famiglia, afferma senza alcuna titubanza che il rapporto con tanti bambini prescolari (fino a 29 dice la legge) necessita di professionalità qualificata e decompressione perché soggetto a “sfasamento” (noi lo chiamiamo burnout).

CF: “Forse servono più maestre, occorre prevedere interruzioni nel rapporto: ma questo rientra nelle competenze della pubblica istruzione.”

Riflessione: Fucci poi si avventura nello spinoso terreno delle proposte. Forse occorrono più maestre, un minore numero di alunni per insegnante, pause di lavoro… ma tutto ciò rientra nelle competenze del MIUR e il procuratore capo capisce di aver già detto troppo, magari sconfinando in un terreno che non gli è proprio.

CF: “Si può anche parlare di telecamere, che naturalmente necessita di un intervento normativo, ma è necessaria una maggiore prevenzione. Quando interveniamo lo facciamo su un dato patologico, quindi c’è repressione che al contempo ha una finalità preventiva. Un fenomeno che non può essere eliminato a livello generale, ma può essere ridotto di molto”.

Riflessione: La questione delle telecamere viene rimandata correttamente da Fucci al dibattito parlamentare che ha luogo in questi giorni, senza però dimenticare che possono rappresentare un aiuto ma non certamente la soluzione. Le videoregistrazioni altro non sono – ricorda il Procuratore Capo d’Isernia – uno strumento di prevenzione secondaria e al massimo un deterrente.

CF: “I presunti maltrattamenti a scuola sono una questione che va affrontata, probabilmente, a livello nazionale”.

Riflessione: È questa l’affermazione che, seppur più corta, ci offre maggiore speranza. Sembra un’affermazione banale ma non lo è affatto. Oltre 200 casi di presunti maltrattamenti dal Piemonte alla Sicilia, dal Veneto al Molise, dalle Marche alla Calabria, passando attraverso tutte le altre Regioni fino a Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. È veramente un problema nazionale. Ma in realtà il problema è doppio, se non addirittura triplo. Riguarda infatti la tutela dell’incolumità degli alunni, quindi i metodi d’indagine adottati per le inchieste, infine la proposta risolutiva vera e propria che MIUR e MGG sono chiamati a condividere uscendo dal loro torpore. Se l’intervento di Fucci è il benvenuto, non ci si dimentichi delle centinaia di processi che hanno evidenziato incontestabili problemi nei metodi d’indagine adottati dall’Autorità Giudiziaria nella scuola: inquirenti non addetti ai lavori che nulla sanno di insegnamento, educazione e sostegno, decontestualizzazione delle immagini, estrapolazioni di trailer selezionati ad arte, drammatizzazione delle trascrizioni, autorizzazione alle videoregistrazioni ad libitum per centinaia di ore (pesca a strascico), atti di contenimento di disabili interpretati per violenze e via discorrendo. Ne danno atto documenti processuali in ogni luogo dove il confronto serrato tra giudici nei tribunali dimostrano quanto inadatti sono nella scuola i metodi usati per perseguire la criminalità. A parlare chiaro in proposito è il principio di diritto della Suprema Corte che recita: “In tema di maltrattamenti il giudice non è chiamato a valutare i singoli episodi in modo parcellizzato ed avulso dal contesto, ma deve valutare se le condotte nel loro insieme realizzino un metodo educativo fondato sulla intimidazione e la violenza… attuata consapevolmente anche per finalità educative astrattamente accettabili” (Cass. Sez. 6 n. 8314 del 25.06.96). È però altrettanto assurdo pretendere che un magistrato veda tutte le centinaia d’ore di videoregistrazione effettuate: quanto costerebbe all’erario dello Stato e quanto ulteriormente si ingolferebbe il nostro sistema giudiziario? Ma in qualche modo la cosa va risolta. Come possiamo dar torto al seguente Tribunale del Riesame che, visionati i filmati di un presunto maltrattamento, sospende sapientemente l’interdizione dall’insegnamento di una maestra perché ritiene che:

  • i singoli episodi non possono essere “smembrati” per ricavare dall’esame di ciascuno di essi la sufficiente gravità indiziaria;
  • gli episodi acquistano una diversa valenza se avulsi dal contesto di un’intera giornata di lezione della durata di 5 ore in un contesto quotidiano e mensile
  • le condotte della maestra, lungi dall’integrare il ricorso a sistematiche pratiche di maltrattamento, possono invece ricondursi allo svolgimento dell’attività di docenza
  • l’esame integrale dei filmati induce altresì ad escludere il fumus del reato di abbandono di minori contestato alla maestra
  • Laddove il tono di voce della maestra risulta innegabilmente alterato, va considerata l’episodicità (pochissimi i file audiovideo incriminati rispetto ai quasi 1.000 prodotti)
  • l’esame del materiale non consente di ritenere che la condotta della maestra integri la soglia del penalmente rilevante, connotandosi al più come espressione di discutibili metodi didattici che esauriscono la loro censurabilità in ambito disciplinare.

Conclusione. Un problema spinoso per la scuola (la categoria delle maestre), le famiglie (i bimbi), le istituzioni (MIUR e MGG coi tempi infiniti e i costi) e la politica. Ma la soluzione c’è e non sono né le telecamere, né le Forze dell’Ordine e si chiama “dirigente scolastico”. Smettiamo di sparare alla mosca col cannone e ripensiamo a come funzionavano bene le cose solo cinque anni fa. Non basterebbe semplicemente ripristinarle ricordando che tocca al dirigente scolastico, in quanto datore di lavoro, tutelare l’incolumità dell’utenza e la salute dei lavoratori? Non è in fondo questo il messaggio che ci ha lasciato Fucci? Non smetterò mai di affermare che la scuola è ambiente sicuro e che la miglior tutela dell’incolumità degli alunni passa inevitabilmente attraverso la salute degli insegnanti.

Maltrattamenti a scuola, se per il giudice lo scappellotto diventa percossa

M

Gli episodi di maltrattamenti da parte delle maestre sono riportati da tutti i media con toni esasperati e strumentalmente scandalistici per far vendere più copie di giornali e generare il maggior numero di contatti e visualizzazioni. Così non dovrebbe accadere con le sentenze che non vanno interpretate ma ponderate sulla base di riscontri oggettivi quali le immagini delle telecamere.

Abbiamo ora il privilegio di commentare una recente sentenza relativa a un caso – seguito con attenzione dal sottoscritto – che vede una maestra condannata per maltrattamenti ai suoi alunni. Camufferemo il caso quel tanto che basta per non renderlo riconoscibile senza però alterare nulla della sostanza e, al contempo, cercheremo di comprendere l’essenza di ragionamenti, considerazioni e motivazioni del giudice che ha emesso il verdetto di colpevolezza.

Cominceremo dal fondo, cioè dalla composita sentenza di condanna che dispone nell’ordine, per la maestra: 11 mesi di reclusione; pagamento delle spese processuali; sospensione della pena; nessuna menzione nel casellario giudiziale; immediata cessazione della misura interdittiva all’insegnamento. In altre parole, la docente, seppure ritenuta colpevole, può tornare immediatamente in classe dai suoi alunni e riprendere a esercitare come se nulla fosse successo.

La storia

Tutta la vicenda nasce in settembre quando un bimbo di 3 anni (lo chiameremo Mario) racconta a sua mamma di aver preso “botte sul culetto perché aveva fatto il monello”. La maestra in udienza si era difesa replicando che “non erano botte ma lo aveva fatto sedere perché stava facendo il monello”. Il giudice tuttavia conclude nella sentenza che “con tale affermazione l’imputata ha fornito credibilità al racconto del bambino non avendo negato di avere un’interazione con lui, confermando così lo stato d’animo del bambino che manifestava tristezza”.

Il secondo episodio contestato – a novembre – dal bimbo attraverso la madre, sarebbe consistito ancora una volta in “botte sul culetto del bimbo per disturbo arrecato in classe durante la lezione”. Il giudice stavolta conclude che “l’imputata, pur nulla riferendo circa la sculacciata, non ha comunque negato il rimprovero fatto a Mario, fornendo dunque riscontro a quanto raccontato dal piccolo che ha comunque manifestato una sua emozione negativa, avuta a seguito di un comportamento dell’imputata”.

Il terzo episodio citato dal giudice avviene in dicembre. Il bimbo – racconta ancora la mamma – “viene nuovamente sculacciato dalla maestra perché aveva scarabocchiato la scheda da colorare di un suo compagnetto”.

Vi sono poi altri due episodi, a distanza di un mese l’uno dall’altro e sempre esposti dalla mamma di Mario.In gennaio, quando “la maestra sgrida Mario poiché si mette le mani in bocca dopo averle poggiate per terra e lui ci rimane male” e in febbraio, “quando la maestra aveva distribuito in classe le caramelle solo ai bimbi meritevoli e non agli altri”.

Un ultimo episodio riguarda poi altri bambini, a sottolineare che la maestra non prendeva di mira esclusivamente Mario o un singolo individuo, ma adottava un sistema educativo identico per tutta la classe. Nel video – afferma il giudice nella sentenza – si vede che “Una bimba riceve uno scappellotto ed è sgridata insieme ad altre perché lancia in aria dei giocattoli facendoli cadere per terra: l’imputata si rivolge alle piccole non soltanto percuotendole ma anche con modi perentori, alzando il tono della voce, puntando il dito contro il viso di una bimba, e ottenendo così il risultato voluto, che era quello di far raccogliere le costruzioni da terra per riportarle nel relativo contenitore”.

Il passaggio tuttavia più importante della sentenza è quello in cui il giudice afferma che “gli strattonamenti e gli scappellotti rientrano nel novero delle percosse, mentre nella nozione di maltrattamenti rientrano tutti i fatti che possono manifestarsi anche con violenze capaci di produrre sensazioni dolorose ancorché tali da non lasciare traccia”. Trattasi di interpretazione assai ardita sulla quale tutte le maestre farebbero bene a riflettere nell’esercizio del loro dovere. Se infatti uno scappellotto (di richiamo) viene equiparato a “percossa” dalla giurisprudenza, non è così per la medicina che, solo in caso di “reale” percossa fa registrare i ben noti effetti oggettivi e inconfutabili quali rubor, tumor, dolor, calor e functio lesa. Altrimenti, pure il semplice buffetto vescovile al cresimando potrebbe essere considerato “percossa” con tutto ciò che ne potrebbe conseguire.

Da sottolineare tra l’altro il fatto che, nelle otto settimane di videointercettazioni, non è stato mai documentato dalle telecamere alcun episodio in cui la maestra abbia sculacciato uno o più bambini, nonostante i racconti di Mario e della di lui madre. La circostanza avrebbe dovuto indurre il giudice a ponderare con maggiore cautela la credibilità della donna.

Tra le varie amenità del caso, sfugge infine totalmente la logica del giudice nel rigettare a priori due perizie mediche presentate dalla difesa sul comportamento pedagogico-didattico della maestra, quasi volesse arditamente affermare che nessuna dinamica è sconosciuta a magistrati ed inquirenti in ambito scolastico-educativo.

Riflessioni

Si può discutere sui metodi educativi rigorosi dell’insegnante, ma la realtà dei fatti non cambia. Stando a quanto scrive il giudice nella sentenza, ci troviamo di fronte a una maestra che: si fa ubbidire da tutti e 25 i bimbi allo stesso modo; incentiva i meritevoli; richiama perentoriamente i “monelli” alle loro responsabilità; con i suoi rimproveri non causa in classe alcun pianto né collettivo, né individuale; dosa i richiami al meglio senza distinzione di sorta o preferenza tra i bambini; affronta l’alto stress professionale psicofisicamente usurante con esperienza professionale ultratrentennale nonostante i quasi 60 anni di età. Di converso, la co-protagonista della storia è invece una mamma che asseconda sempre gli umori del figlio facendone un “onnipotente”; assolve tutte le marachelle del pargolo e addossa la colpa della sua mestizia ai rimproveri dell’insegnante. Il giudice tuttavia preferisce dare credito ai racconti della madre, piuttosto che all’esperta maestra, adottando erroneamente, come unico criterio di condotta pedagogica professionale, lo stato d’animo del bimbo risentito e offeso per i giusti e necessari rimproveri.

Gli equivoci nei quali il giudice inciampa sono dovuti verosimilmente al difetto di competenze educative e pedagogiche della giustizia in ambito scolastico. Anche dal punto di vista organizzativo e gestionale i magistrati sembrano poco ferrati nel settore, come dimostra l’esiguo numero di episodi (meno di 1 su 100) in cui chiamano a rispondere dei fatti anche i dirigenti scolastici che, tra le numerose incombenze medico-legali, possiedono proprio quella specifica di vigilare sulle attività di tutela dell’incolumità della piccola utenza.

Conclusione

Educare fino a 29 bambini in una classe di Scuola dell’infanzia richiede dedizione, amore, energia, perizia, attenzione, decisione, risolutezza, rapidità d’intervento, persuasività, capacità di riprendere, correggere e stimolare i bimbi verso una corretta crescita funzionale. Tutte doti che possono certamente non coesistere nello stesso momento, portando a piccole sbavature che, se artatamente amplificate e decontestualizzate, creano mostri inesistenti, utili solo ad alimentare roghi, gogna mediatica e discredito su di una maestra e sull’intera categoria professionale.

Davvero c’è bisogno di ingolfare ulteriormente i tribunali per risolvere un siffatto problema con enorme spesa di denaro pubblico e impiego di Forze dell’Ordine altrimenti impiegabili? La giustizia non sa nulla di scuola/insegnamento/didattica/pedagogia e le telecamere, in mano a non-addetti-ai-lavori, accrescono gli equivoci anziché risolverli. In ambito calcistico, nessuno mai si sognerebbe di affidare la gestione della VAR ad arbitri di pallavolo. Errori addirittura peggiori vengono poi commessi se la suddetta “ignoranza” viene persino negata, inducendo il giudice – come nel caso in esame – a rigettare a priori le perizie medico-pedagogiche della difesa e a dare esclusivo credito alla donna che sbaglia a educare il figlio, piuttosto che ascoltare la consumata maestra capace di condurre un’intera classe.

Continuiamo a ritenere che la giustizia coi suoi metodi (inquirenti a digiuno di scuola, pesca a strascico con le telecamere, composizione di trailer, decontestualizzazione, drammatizzazione delle trascrizioni…) non rappresenti davvero la soluzione a problemi di questo genere. Ma se, dopo tutto, per ipotesi, la maestra condannata fosse stata realmente una “strega che percuote i bambini”, perché il giudice ha deciso di riammetterla all’insegnamento dopo la sentenza di condanna?

Qualcosa ci sfugge perché davvero non capiamo.

Una Visita in CMO o un costoso giro dell’oca?

Solo attraverso il racconto di un’esperienza vissuta si riesce a trasmettere compiutamente il danno arrecato dal ministro Giannini, il 1° Aprile del 2014, a tutti gli insegnanti sottoposti ad accertamento medico. Questi infatti, a far capo da quella data, sono costretti, a recarsi al Collegio Militare Ospedaliero di Roma (CMO di II istanza) dopo aver inoltrato ricorso al giudizio medico-legale emesso dalla Commissione Medica di Verifica del capoluogo regionale (CMV di I istanza).

La misura intendeva evidentemente scoraggiare i lavoratori a impugnare il giudizio di I istanza, rendendo loro di proposito più ostica tutta la procedura a causa della lunga e costosa trasferta nella capitale con relativo pernotto (la convocazione è prevista per tutti inderogabilmente alle 7.30 del mattino). Prima di passare al racconto della vicenda è bene sottolineare altre due “peculiarità” dovute all’improvvida decisione ministeriale: a) il lavoratore costretto a recarsi a Roma è sempre in condizioni di salute, quantomeno precarie, per affrontare un viaggio e talvolta non è nemmeno in grado di deambulare o trasportato in sedia a rotelle; b) le spese di trasferta e pernotto raddoppiano o triplicano in quanto c’è da sostenere i costi anche per il medico di fiducia e l’eventuale accompagnatore.

Per questi motivi è preferibile lasciar trascorrere un mese dall’emissione del giudizio medico-legale che si vorrebbe impugnare e poi presentare una nuova richiesta di accertamento medico in CMV: si evita così di ricorrere alla CMO. Questa procedura è percorribile poiché non vi è alcun limite al numero di accertamenti medici che il lavoratore può inoltrare nel corso della carriera lavorativa, proprio in virtù del fatto che lo stato di salute può cambiare in qualsiasi momento.

La vicenda

Contrariamente a quanto sono solito consigliare (vedi sopra), ho dovuto suggerire a una docente, che chiedeva di essere riconosciuta idonea per tornare in cattedra, di presentare ricorso alla CMO di II istanza a Roma. Il giudizio medico-legale della CMV, contraddicendo i certificati specialistici, aveva infatti decretato, per il secondo anno di fila, una ingiustificata e sorprendente inidoneità all’insegnamento con idoneità ad altre mansioni. Il caso, certamente complesso, aveva avuto inizio due anni prima con un episodio che era culminato con una sospensione di tre mesi dal lavoro, cui era seguito un accertamento medico d’ufficio (AMU). La docente, a seguito della vicenda, si era fatta subito seguire da uno psichiatra di struttura pubblica che, già dopo tre mesi di terapia e per tutto l’anno successivo, l’aveva ritenuta incondizionatamente idonea all’insegnamento. Tuttavia la CMV, noncurante dei certificati esibiti, si era ostinata a ribadire l’inidoneità della professoressa costringendo la stessa a ricorrere alla CMO di Roma.

(Prima di proseguire nella narrazione della trasferta romana cui ho preso parte come medico di fiducia, desidero sottolineare un errore di fondo commesso dall’amministrazione scolastica che ha dapprima irrogato una sanzione e poi richiesto in seconda battuta l’AMU. In questi casi conviene sempre che il dirigente scolastico operi una diagnosi differenziale per stabilire se la vicenda è di pertinenza/natura “disciplinare” ovvero “medica” e, nel dubbio, di privilegiare la seconda, procedendo sempre prima con l’AMU e non viceversa (cioè con la sanzione) o, peggio, contestualmente). Un accorgimento utile per evitare di trovarsi nella condizione di sanzionare un lavoratore quando il problema è di natura/competenza medica.

Recatici a Roma la sera precedente, dopo la sveglia alle 5, eravamo già di fronte all’Ospedale Militare del Cellio, prima del canto del gallo, in attesa della convocazione. Tutta la mattinata era trascorsa dentro al nosocomio con una estenuante via crucis di 2 Km (impietosamente misurati dal contapassi del cellulare) percorsi faticosamente dal sottoscritto con le stampelle. Prima stazione dalla commissione, poi dallo psichiatra, infine di nuovo in commissione. Al termine delle visite i medici, tuttavia, giungevano alla conclusione che, prima di emettere il nuovo verdetto, sarebbe stato necessario sottoporre la docente a ulteriori test psicodiagnostici e visite specialistiche, sempre a Roma. Ma le sorprese non erano finite: visite mediche ed esami non potevano essere effettuati in una stessa giornata e la professoressa avrebbe dovuto tornare a Roma ancora tre volte. Eravamo fiaccati nel corpo e nello spirito e nel viaggio di ritorno meditammo come affrontare il seguito. La decisione finale fu sofferta ma aveva una sua logica: la docente sarebbe tornata tutte e tre le volte da sola a Roma anche per dimostrare che non aveva più bisogno del medico di fiducia.

Gli esami successivamente svolti a Roma non diedero alcun risultato e così pure i colloqui psichiatrici non evidenziarono nulla se non un tono dell’umore deflesso che, sui certificati prodotti dalla paziente, veniva così giustificato: “La paziente da me seguita, non presentando controindicazione psicofisiche di sorta, è idonea all’insegnamento, mentre l’ulteriore allontanamento dalla sua professione con l’attribuzione di altre mansioni concorre a determinare una condizione depressiva”.

La vicenda, che si svolgeva a Roma tra medici militari, commissioni, “maestra” in attesa di giudizio, richiama alla mente il percorso del Cristo sofferente sballottato tra Erode e Pilato. E così alla fine, la sentenza non poteva che essere pilatesca: per non smentire la CMV di I istanza e non scontentare contestualmente la docente, il tempo di inidoneità all’insegnamento veniva dimezzato (6 mesi anziché un anno) rimandando tutto alla nuova visita in CMV. E il giro di giostra ricomincia.

PS La convocazione della CMO riporta che “si raccomanda l’uso di un abbigliamento consono ed è fatto divieto assoluto di indossare calzoni corti e ciabatte”. Ma davvero c’è qualcuno che alle 7 di mattina si veste in quel modo?